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Clan e appalti a Reggio. Per "A ruota libera" rischiano il processo in 23, chiusa l'inchiesta "Camaleonte"

Anche sei dipendenti comunali tra coloro per i quali è stato chiesto il rinvio a giudizio. Si concludono le indagini dell’operazione che ha svelato gli interessi della cosca Alvaro negli lavori pub…

Pubblicato il: 03/03/2020 – 20:20
Clan e appalti a Reggio. Per "A ruota libera" rischiano il processo in 23, chiusa l'inchiesta "Camaleonte"

di Fabio Papalia
REGGIO CALABRIA
Rispettivamente con la richiesta di rinvio a giudizio e l’avviso di conclusione delle indagini si stringe il cerchio attorno a due distinte operazioni eseguite dai Carabinieri nella mattina del 15 aprile dello scorso anno, che avevano svelato presunte irregolarità nell’esecuzione di appalti pubblici a Reggio Calabria quali la manutenzione delle strade di alcune circoscrizione reggine, la pista ciclabile, la fermata di Pentimele e il sovrappasso di Gallico.

Operazione “A Ruota Libera”

Manutenzioni stradali e pista ciclabile nel mirino della Procura: nell’ambito dell’indagine “A ruota libera”, il pubblico ministero della Dda di Reggio Calabria, Stefano Musolino, ha avanzato richiesta di rinvio a giudizio per 23 imputati, tra cui i rappresentanti legali pro tempore di 4 società e una ditta individuale. L’operazione era scattata, insieme a quella denominata “Camaleonte”, nell’aprile del 2019.
L’indagine “A Ruota Libera”. L’inchiesta era scaturita da approfondimenti effettuati dal nucleo investigativo dei Carabinieri, a partire dal giugno 2013, su due lavori pubblici banditi dal Comune di Reggio Calabria, che è parte offesa: la manutenzione stradale nelle aree di alcune circoscrizioni di Reggio Calabria, del valore di 1.717.446 euro aggiudicato alla I.GE.CO. Srl di Latina; e la realizzazione di un circuito di piste ciclabili nel Comune di Reggio Calabria, del valore di oltre 570.000 euro, aggiudicato alla Pontina Costruzioni Srl e subappaltato alla I.GE.CO. Srl, entrambe riconducibili all’imprenditore pontino Giulio Toppetta.
Sono sei i dipendenti comunali dell’epoca per il quale il pm ha chiesto il rinvio a giudizio: dipendenti dell’Ufficio “Progettazione ed esecuzione lavori pubblici” (ora Settore “Servizi tecnici”) del Comune di Reggio Calabria, al tempo incaricati di funzioni di controllo, verifica e collaudo dei due appalti.
Le accuse. Ventuno in totale i capi d’imputazione, che vedono scorrere quasi tutto l’alfabeto dal “capo a” fino al “capo u”, per accuse, a vario titolo, di falsità materiale e falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, frode nelle pubbliche forniture, truffa, attività di gestione di rifiuti non autorizzata, corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, induzione indebita a dare o promettere utilità, istigazione alla corruzione, intestazione fittizia con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, traffico illecito di rifiuti, associazione per delinquere con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa.
Gli imputati per i quali il pm ha chiesto il rinvio a giudizio: Pasquale Francesco Alati (dipendente del Comune), detto Lillo; Alfonso Francesco Cappuccio (dipendente del Comune); Gianni Carocci; Stefano Ceppo; Vito Demetrio Cocchiarale; Giovanni D’Agostino; Andrea Di Girolamo; Giovanni Salvatore Festa (dipendente del Comune); Umberto Garruti; Paolo Giustra (dipendente del Comune); Giovanni Domenico Guarnaccia (imprenditore Gienne Costruzioni); Antonio Italiano; Mario Italiano; Domenico Musolino (imprenditore); Gianfranco Palmas detto Franco; Salvatore Sgrò (dipendente del Comune) detto Sasà; Giulio Toppetta; Pasquale Vazzana (dipendente del Comune); nonché i legali rappresentanti pro tempore: della I.Ge.Co. srl con sede legale a Latina; della Pontina Costruzioni srl con sede legale a Latina; della Itm Eletronic snc con sede legale a Delianuova; della Gienne Costruzioni srl con sede legale a Reggio Calabria; della ditta individuale Musolino Domenico.
Associazione per delinquere con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa. In particolare, Sgrò, Toppetta, Palmas, Garruti, Vazzana, Festa, Cappuccio, Alati, Giustra, Musolino, Cocchiarale, Guarnaccia, Mario e Antonio Italiano, sono accusati di associazione per delinquere (art. 416 codice penale) con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa perché, secondo l’ipotesi accusatoria, si sarebbero associati tra loro, al fine di consumare una serie indeterminata e reiterata di delitti contro la pubblica amministrazione ed altri delitti volti a conseguire ingiusti profitti dall’esecuzione dell’appalto relativo ai lavori di manutenzione stradale ordinaria e dell’appalto, per la realizzazione di una pista ciclabile. Sgrò e Toppetta in qualità di presunti organizzatori, il primo al vertice del gruppo di dipendenti pubblici, delegati a rappresentare e a tutelare gli interessi del Comune di Reggio Calabria nel corso dell’esecuzione dei due appalti; Toppetta quale dirigente delle due srl. Garruti, Palmas, Vazzana e Festa sempre secondo l’accusa, quali presunti dirigenti dell’associazione: i primi due rappresentanti territoriali dell’appaltatrice e coordinatori delle attività dell’impresa per l’esecuzione dei lavori e i rapporti con i funzionari comunali, gli altri due quali direttori dei lavori, preposti all’istruzione della procedura di contabilità dei lavori e alla redazione dei relativi atti, con compiti di istruzione e coordinamento delle attività degli altri dipendenti pubblici coinvolti. Gli altri in qualità di presunti partecipi. Fatto aggravato, ancora secondo la Procura, in quanto funzionale ad agevolare l’infiltrazione della ‘ndrangheta negli appalti pubblici e nelle altre relazioni profittevoli con la pubblica amministrazione, connesse a tale settore di mercato.

Operazione Camaleonte

Concluse le indagini dell’operazione Camaleonte. Riguardo all’altra operazione scattata contestualmente all’indagine “A Ruota Libera”, lo stesso pm della Dda di Reggio Calabria, Stefano Musolino, ha inviato l’avviso di conclusione indagini e contestuale informazione di garanzia nonché invito all’interrogatorio, a 20 indagati nell’ambito dell’indagine Camaleonte.
Dal febbraio 2015 ad aprile 2016 i Carabinieri della compagnia cittadina hanno monitorato l’esecuzione di due distinti appalti: la “realizzazione della fermata di Pentimele della metropolitana di superficie” appaltato per un importo di oltre 2,1 milioni di euro dalla società R.F.I. Spa del gruppo Ferrovie dello Stato ad un’associazione temporanea di imprese la cui mandataria è l’impresa Morfù Srl, riconducibile ai fratelli Nilo e Giuseppe Morfù; i lavori di manutenzione straordinaria del sovrappasso di via Casa Savoia di Gallico (ex S.S. 184 Gambarie) al km 438, appaltati dall’Anas Spa alla ditta Costruzioni D.O.C. Srl di Napoli per un importo netto di oltre 860mila euro. Parti offese sono il Ministero dell’Interno, la Città Metropolitana di Reggio Calabria, l’Anas.
Le accuse. Anche in questa seconda indagine vi è un lungo elenco di reati, diciotto in tutto, con accuse che vanno, a vario titolo, da corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, induzione indebita a dare o promettere utilità, abuso d’ufficio, truffa, fino ad associazione per delinquere, concorso esterno in associazione mafiosa e associazione per delinquere di stampo mafioso.
Gli indagati. Ecco chi sono i 20 destinatari dell’avviso di conclusione indagini emesso dal pm Stefano Musolino: Giovanni Fiordaliso, Domenico Musolino, Maurizio Raso, Rocco Lapenta, Palmiero Cecala Quattrocchi, Luigi Ferro, Diana Capretto, Ornella Capretto, Felice Cappelluccio, Vincenzo De Falco, Angelo Giuseppe Marturano, Antonino Cilona, Patrizia Scarpelli, Tommaso De Angelis, Vincenzo De Angelis, Rocco De Angelis, Michelangelo De Angelis, Nilo Morfù, Giuseppe Morfù, Nicola De Santis.
Gli interessi della cosca Alvaro. Figura chiave dell’indagine è Tommaso De Angelis, 60enne di Sinopoli, l’unico ad essere arrestato in fase di esecuzione dell’operazione con l’accusa di associazione mafiosa quale presunto esponente della cosca “Alvaro-Pajechi” di Sinopoli. Secondo le conclusioni cui è giunta la DDA, Tommaso De Angelis, in qualità di dirigente della cosca Alvaro, avrebbe svolto un ruolo di rappresentante degli interessi della cosca di ‘ndrangheta nel territorio di Reggio Calabria, mediando e intessendo relazioni con esponenti delle altre cosche di ‘ndrangheta cittadine e gestendo, con modalità e metodi mafiosi, gli interessi delle imprese riconducibili al suo nucleo familiare, agevolando così l’infiltrazione di altre imprese direttamente o indirettamente riferibili alla ‘ndrangheta nei circuiti economici leciti e, in particolare, nel danaroso settore degli appalti pubblici, eludendo la normativa preventiva antimafia.
Concorso esterno. L’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa viene ipotizzata dal pm nei confronti dei fratelli di Tommaso De Angelis, Vincenzo, Rocco e Michelangelo, nonché nei confronti di Nilo e Giuseppe Morfù e Patrizia Scarpelli. I De Angelis in qualità di componenti la società di fatto che, anche attraverso altre imprese da loro partecipate, concentrava il nucleo di interessi economici della famiglia capeggiata dal fratello Tommaso; i Morfù in qualità di titolari e dirigenti della Morfù srl; Scarpelli in qualità di titolare di fatto della Edilcalcestruzzi srl. I sei secondo l’impianto accusatorio avrebbero contribuito concretamente, senza farne parte, al rafforzamento della ‘ndrangheta. 
In particolare i fratelli De Angelis sarebbero stati garanti e mediatori per consentire a imprese riferibili direttamente o indirettamente alla ‘ndrangheta di infiltrarsi negli appalti pubblici, nei quali la loro società di fatto si era già insinuata, grazie al patto imprenditoriale con la Morfù srl; in cambio avrebbero ottenuto la possibilità di ingrandire gli interessi economici della loro società di fatto, godendo nelle relazioni con i fornitori della protezione e del metodo “persuasivo” della cosca e beneficiando anche delle relazioni criminali di quest’ultima in occasione di delitti subiti per mano di altre associazioni criminali presenti sul territorio. 
I fratelli Morfù avrebbero stipulato un patto con i fratelli De Angelis che consentisse a questi ultimi, e in particolare a Tommaso De Angelis, di infiltrarsi negli appalti pubblici eludendo la normativa antimafia, svolgendo anche il ruolo di garanti e mediatori per consentire ad altre imprese mafiose di operare negli appalti pubblici aggiudicati dalla Morfù srl; anche loro in cambio avrebbero beneficiato del metodo persuasivo della cosca in relazione con i fornitori e come “garanzia” nei confronti di delitti patiti da parte di altre associazioni criminali.
Scarpelli avrebbe consentito al fidanzato di co-gestire gli interessi della Edilcalcestruzzi, utilizzandola per infiltrare gli interessi della cosca negli appalti pubblici, in cambio l’impresa gestita di fatto dalla Scarpelli avrebbe beneficiato della “sponsorizzazione” della ‘ndrangheta che le avrebbe consentito di ampliare la sua clientela. (redazione@corrierecal.it)

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