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«“Domus Aurea” di Chiaravalle: da eccellenza a Lazzaretto»

di Romano Pitaro*

Pubblicato il: 03/04/2020 – 11:13
«“Domus Aurea” di Chiaravalle: da eccellenza a Lazzaretto»

Il prof e onorevole (al Parlamento Italiano nel 1948 e per altre due legislature) Mario Ceravolo (Chiaravalle 1895 – Roma 1973) avrà senz’altro saputo degli orrori nella casa di cura “Domus Aurea” con Covid-19 libero d’infierire, nella società postmoderna e dalla meravigliosa Intelligenza Artificiale, sulle malcapitate nonne e nonni. E si starà rivoltando nella tomba (tra l’altro giace proprio nel cimitero di Chiaravalle) nell’ascoltare l’avvilita espressione del sindaco Domenico Donato che, appreso del trasferimento degli anziani, ha profferito: «Li mandano a morire». Macelleria sociale alla faccia d’ogni civiltà. Lui che, laureato nel 1920 in medicina all’Università di Napoli con lode e pubblicazione della tesi; assistente dei professori Moscati (divenuto santo) e Cardarelli, nello stesso edificio dov’è la “Rsa” assurta in questi giorni ai fregi della cronaca nazionalpopolare, nel 1930 impiantò a sue spese il primo ospedale sanatoriale della Calabria: il “San Giovanni Bosco”, con capienza di oltre 200 posti letto e con un reparto specializzato per il ricovero degli alienati tubercolotici, unico del genere nel Mezzogiorno italiano. Lui che, forte di scienza – nel 1951 fu eletto presidente dell’Accademia Medica Internazionale e da “scienziato e figura di chiara fama internazionale ebbe il piacere di confrontarsi con diversi luminari della medicina come Fleming” – introdusse nel sanatorio specializzato di Chiaravalle i migliori sistemi di cura della tubercolosi che gli consentirono di confrontarsi alla pari con le più alte figure europee del settore, dinanzi alla desolazione in cui sono stati lasciati gli anziani della “Domus Aurea”, adesso sta nutrendo seri dubbi sull’idea che il progresso di per sé possa salvaguardarci dalle miserie umane. E confida il suo cruccio ad Ettore Majorana. Che però, se qualcosa s’è capito del carattere di questo fisico ed accademico misteriosamente sparito dal mondo nel 1938, preso dai suoi pensieri annuisce ma non parla. Che c’azzecca Majorana con Ceravolo e la “Domus Aurea”? Ebbè, secondo uno studio accurato (accurato, concordo, è parola grossa se c’è di mezzo il più geniale fra i “ragazzi di via Panisperna”) Ettore Majorana potrebbe aver soggiornato nelle stanze della “Domus Aurea”, oggi invase dal terribile Covid-19 e a quei tempi famoso sanatorio “San Giovanni Bosco”. L’idea che Majorana si sarebbe rifugiato nella Certosa di Serra San Bruno (soffiata da Leonardo Sciascia) è contraddetta da Giovanni Forte che in un libro (“Ettore Majorana, malato non immaginario, indagini di un medico” – editrice La Rondine), sostiene che Majorana, affetto non dalla sindrome di Asperger – come riferito da Stefano Roncoroni (parente di Majorana) nel libro “Ettore Majorana, lo scomparso e la decisione irrevocabile” – , “ma da una malattia organica, la tisi forse, si rifugiò a Chiaravalle nel Convento dei Cappuccini, nelle cui vicinanze sorgeva uno dei centri più accreditati in Italia nella lotta alla tbc, il Sanatorio San Giovanni Bosco fondato dal prof. Ceravolo che lì mise a punto i migliori sistemi per la cura della tubercolosi”. Citando Roncoroni, secondo il quale «Majorana, rintracciato subito dopo la sua scomparsa, non ha desistito dal suo proposito di sparire ed ha trovato rifugio in un vallone boscoso della provincia di Catanzaro», Forte deduce che «il fisico mori in Calabria ed emise gli ultimi suoi respiri fra i cappuccini e il sanatorio di Chiaravalle». Prove scarse, ma a noi piace pensare che, avendo il mistero Majorana spalle larghe da reggere anche questa suggestione, il prof. Ceravolo, della cui valenza e presenza fisica si hanno invece certezze granitiche, abbia buona compagnia con cui condividere lo sgomento per il trattamento riservato agli anziani della “Domus Aurea” dai nostri contemporanei.
*giornalista

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