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«Una vita per la verità»

di monsignor Vincenzo Bertolone*

Pubblicato il: 06/05/2020 – 6:30
«Una vita per la verità»

«Se vuoi diventare un vero cercatore della verità, almeno una volta nella tua vita devi dubitare, il più profondamente possibile, di tutte le cose».
Paolo Pollichieni è stato un autentico cercatore del vero, nella vita come nella professione. «Il dubbio è scomodo, ma solo gli imbecilli non ne hanno», ricordava Voltaire. Pollichieni, per questa sua continua tensione a dubitare di ogni presunta certezza, in una terra dove l’apparenza sovente è elevata a verità, per di più inconfutabile, ha finito con il divenire scomodo (proprio come i suoi dubbi), fino ad essere l’incarnazione di un metodo anche nella professione, pure quello scomodo, sia per chi preferisce la quiete dell’apparenza alla durezza della verità, sia, per gli interpreti di un giornalismo “salottiero”, con resoconti standard e accomodanti. A ispirare la sua penna, graffiante e ironica, la libertà di pensiero, il coraggio e la capacità di vedere oltre: doti più uniche che rare.
Del resto, per uno che assumeva limpidamente ed apertamente su di sé, la responsabilità e la fatica del cercatore, non poteva essere diversamente. Per uno che, ancor giovane cronista, si vide recapitare in una busta un pezzo d’orecchio d’un giovane rapito dall’“anonima sequestri” e mai più tornato a casa. Per uno che rischiò di saltare in aria con la moglie Giovanna e i figli Pietro e Luciano e che scampò alla morte solo perché quel giorno i bombaroli della ’ndrangheta sbagliarono i loro calcoli, lasciando in vita quel giornalista di Locri inviso ai boss e ormai costretto a vivere come sotto assedio, con la casa presidiata da Carabinieri e Polizia (e gli ingressi dominati da sacchi di sabbia per fronteggiare ogni possibile assalto, come in guerra).
Senza mai demordere, continuò a sostenere le ragioni del giornalismo autentico nella Calabria dei “gattopardi”, dove il vero problema non è distinguere il bianco dal nero, ma raccapezzarsi e non perdersi in quell’ampia terra di tutti e di nessuno dove bianco e nero si confondono, fino ad annullarsi ed a diventare impalpabili.
Paolo era un grande professionista, un acuto osservatore e uno straordinario interprete della realtà. Aveva il “fiuto” per la notizia ed era abituato a leggere montagne di carte, incrociare mille fonti d’informazione, lavorare instancabilmente alla ricerca dell’anello mancante o della scintilla capace di rendere i suoi pezzi unici e, soprattutto, “inattaccabili” perché basati su verità, scomode il più delle volte, ma sempre verità. Credeva nella forza dei fatti ed è riuscito a mantenere ben saldo il vizio della memoria.
Avendo ben presente questa realtà, lavorò per cambiarla senza mai cedere al vizio del tempo, anche oggi non del tutto tramontato: ergersi a paladino, vestire i panni del giudice, emettere sentenze a favore di telecamere e così, magari, guadagnare strapuntini e patenti. Era figlio di Calabria, Pollichieni, e da calabrese conosceva il valore dell’umiltà, della dignità, anche del silenzio genuino, giacché – diceva – ai calabresi bisogna parlare con l’esempio, non con le fanfarate.
«Che fare, arrendersi? Rintanarsi con buoni libri e buoni dischi e chiudere le finestre su questo mondo?», scrisse una volta commentando il susseguirsi sempre uguale delle stagioni quando già la malattia lo aveva aggredito, ma non bloccato. Appena poté si rituffò nell’agire quotidiano: moltiplicare l’impegno, e gli impegni, in Calabria e fuori, senza rinunciare al senso di quella che era ormai diventata una missione: ovvero svolgere fino in fondo e con coscienza il proprio dovere. Pure per questo quando arrivai a Catanzaro, volle conoscermi, per poi chiamarmi di tanto in tanto al telefono, fino a diventare amici, assegnandomi il delicato compito di tenerlo per mano nelle sue ultime ore verso il Datore della vita. Era rimasto colpito dal lavoro svolto per la beatificazione di don Pino Puglisi e dall’emergere nella Chiesa di una tendenza che rispecchiava, finalmente, ciò in cui aveva creduto (e per cui si era battuto) tutta la vita: squarciare il velo delle ipocrisie, spazzar via ogni forma di consenso sociale per le ‘ndrine e, soprattutto, portare in cima la Verità. Ed ancora – anche in questo caso, finalmente – gettare nel cestino il professionismo dell’antimafia attraverso la lezione del parroco di Brancaccio che da solo, per il suo voler essere prete senza mai innalzarsi ad eroe, alle cosche mafiose aveva inferto più danni di un esercito di commentatori, politici ed opinionisti.
Ci sentimmo per telefono il giorno prima che finisse di nuovo sotto i ferri: voce roca, a tratti spezzata, delle due o tre telefonate che i medici gli avevano consentito una volle riservarla a me. Poco dopo pranzo, mentre nel cielo di Catanzaro ribolliva già il sole caldo di primavera, mi domandò una preghiera per sé, chiedendosi se il buon Dio, tra le cui braccia in cuor suo ardeva da sempre rifugiarsi, avrebbe concesso una possibilità per tornare a vedersi, a parlarsi, ad abbracciarsi. Ci lasciammo con un arrivederci, che non c’è mai stato, e che in terra non potrà più esserci. Ma anche ora che non c’è più, e che in tanti, troppo in fretta – forse in qualche caso anche con un sospiro di sollievo – l’hanno dimenticato, Paolo è sempre vivo nelle menti di chi continua a fare echeggiare nei propri cuori la risposta che dava ai suoi dubbi: «Arrendersi? Rintanarsi in casa? No. Non consentiremo ad altri di scrivere la storia al posto nostro». Parlava della Calabria, pensava alla sua gente.

*arcivescovo della diocesi di Catanzaro-Squillace

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