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«Avr è dei clan, come “Fata Morgana”». E «la politica chiede favori per chiudere un occhio»

Le accuse nel decreto che dispone l’amministrazione giudiziaria per la società. I pentiti: «Comandano i De Stefano». Le ditte mafiose nei subappalti e i manager preoccupati per le richieste estorsi…

Pubblicato il: 09/06/2020 – 12:58
«Avr è dei clan, come “Fata Morgana”». E «la politica chiede favori per chiudere un occhio»

di Pablo Petrasso
REGGIO CALABRIA Il primo campanello d’allarme suona nel giugno 2017. La risposta del collaboratore di giustizia Roberto Lucibello al pm Stefano Musolino è inequivocabile: «Sì, praticamente nell’Avr si stanno verificando le stesse infiltrazioni che si sono verificate con “Fata Morgana”», società che gestiva la raccolta dei rifiuti a Reggio Calabria. Stesse infiltrazioni ma «in maniera meno evidente,meno eclatante e con meno, diciamo, clamore». Se «prima i De Stefano diciamo, parlavano della “Fata Morgana” come una società di proprietà» adesso, dopo le inchieste che hanno azzerato quelle interferenze criminali, l’argomento viene trattato «con meno sfrontatezza». Vincenzo Cristiano, altro pentito, ex affiliato della cosca Bertuca, al pubblico ministero Walter Ignazitto, dice che la società risponde alla cosca De Stefano ed in particolare a Paolo Rosario De Stefano, in precedenza noto con il cognome Caponera. “Risponde” nel senso che «comanda per qualsiasi tipo di situazione, qualsiasi tipo di problematica che lui in giro, tipo se gli toccano un furgone se lei ha notato non gli hanno mai bruciato un furgone, non gli hanno mai sparato un furgone, mai». L’altro collaboratore di giustizia Salvatore Aiello, ex dipendente della Fata Morgana, spiega al procuratore aggiunto di Reggio Giuseppe Lombardo che «finita “l’epoca” di Fata Morgana, vi era il progetto della ‘ndrangheta – condiviso dalla politica locale – di affidare il servizio raccolta di rifiuti di tutta la provincia reggina alla società Leonia». Questo “progetto” era «sfumato a causa degli arresti» messi a segno dalla Dda «e allora nel programma criminoso era subentrata la Avr».

Claudio Nardecchia

«A REGGIO SONO “COPERTO”» Queste sono le premesse: alla conclusione – cioè la decisione di disporre l’amministrazione giudiziaria per Ave e la controllata Ase – si arriva perché «emerge chiaramente la permeabilità delle società rispetto a infiltrazioni della criminalità organizzata, nonché la agevolazione effettuata dalle imprese proposte in favore di più soggetti legati alle locali cosche di ‘ndrangheta». Non ci sono soltanto le parole dei pentiti a confortare la decisione. Ma anche intercettazioni come quella tra Claudio Nardecchia e la dirigente Veronica Gatto del 19 maggio 2014, «nella quale l’imprenditore romano espressamente diceva di essere “coperto” proprio nella zona di Reggio Calabria di influenza della cosca» e «ulteriori conversazioni» da cui «era emersa la volontà dei dirigenti della Avr di trovare un “equilibrio” con le cosche operanti in tutte le zone della provincia reggina in cui le società svolgono il proprio servizio».

IMPRESE SOSPETTE NEI SUBAPPALTI L’infiltrazione mafiosa è avvenuta «attraverso il consueto strumento del subappalto» e «risulta dai rapporti contrattuali intrattenuti con numerosi soggetti appartenenti alla ‘ndrangheta, in particolare i citati Maduli Biagio Francesco e il figlio Maduli Giuseppe (vicini alla cosca Pesce/Cacciola), Pelle Domenico (appartenente alla cosca omonima operante in San Luca e fratello del capo cosca Pelle Giuseppe, peraltro padre di Antonio, formale titolare della ditta in rapporti con Avr), Capogreco Leonardo (genero di Commisso Giuseppe. capo della cosca omonima) e Laurendi Domenico (attualmente detenuto per partecipazione alla cosca Alvaro a cui pure appartiene il citato Cosimo Alvaro, in diretti rapporti con il dipendente Avr Purrone, a sua volta proposto per l’applicazione di misura di prevenzione nel presente procedimento)». Della «caratura criminale dei personaggi» avrebbe consapevolezza sia Nardecchia che il dirigente dell’Avr Enzo Romeo.
Altro aspetto sottolineato nel provvedimento è «la circostanza che i rapporti contrattuali con Maduli erano proseguiti nonostante l’interdittiva emessa nei confronti della sua ditta individuale» al punto che «il dirigente Avr Enzo Romeo espressamente indicava all’impresa subentrata nell’appalto di manutenzione stradale per la zona di Rosarno, di rapportarsi» proprio con Maduli «al fine di concedergli un nolo a freddo ovvero a caldo».
«Ciò avveniva – si legge ancora nell’atto – a seguito della richiesta di palese natura estorsiva di Maduli» nei riguardi di un’altra impresa. Richiesta che, secondo l’accusa, non avrebbe impedito «ai dirigenti Avr di continuare a rapportarsi» con l’imprenditore, «circostanza ulteriormente indicativa dell’intenzione della società di trovare, quantomeno, un equilibrio con le cosche operanti nella Provincia reggina».
Dalle intercettazione sarebbe «emerso», poi, «che tale impresa – tuttora in rapporti contrattuali con Avr – era “sponsorizzata” dal politico Francesco Cannizzaro, indicato nelle intercettazioni come “compare” di Antonio Caridi, a sua volta imputato per partecipazione a associazione mafiosa, già coinvolto nelle vicende societarie relative alla società “Fata Morgana”, immediato predecessore della Avr nell’appalto inerente la nettezza urbana e già nella disponibilità della cosca De Stefano».
Sopralluogo di Francesco Cannizzaro, assieme all’allora rup della Gallico-Gambarie Domenica Catalfamo, sui cantieri della strada

LA DITTA “SPONSORIZZATA” DA CANNIZZARO. IL «COMPARE CARIDI» Il nome del deputato di Forza Italia Cannizzaro, che non è indagato in questo procedimento, compare in una intercettazione tra dirigenti dell’Avr, preoccupati perché una «richiesta di chiara natura estorsiva» era arrivata a un subappaltatore che non era uno qualunque, ma viene indicato come «soggetto raccomandato da un politico («questi non contano… cioè voglio dire… questi sono tutti (gli ultimi) arrivati … che sono sponsorizzati … da un politico»), identificato dalla polizia giudiziaria in Francesco Cannizzaro («come si chiama questo qua?… come si chiama il cugino della Catalfamo?… l’assessore qua sopra; eh.. Cannizzaro…»), allora assessore del Comune di Santo Stefano d’Aspromonte e attuale deputato, peraltro cugino della dirigente del Comune di Reggio Calabria (in realtà della Città metropolitana, ora assessore regionale alle Infrastrutture, ndr) Domenica Catalfamo, direttamente coinvolta nelle vicende relative all’Avr». Cannizzaro, che all’epoca non era ancora un parlamentare, viene «menzionato assieme al “compare Caridi” (…) da identificarsi con Antonio Caridi, all’epoca senatore della Repubblica, attualmente imputato nel procedimento Gotha, in relazione al suo ruolo apicale nella ‘ndrangheta reggina». Per i magistrati «la circostanza assume rilievo», visto che da quell’inchiesta «era emersa, tra l’altro, la strumentalizzazione, da parte di Caridi, del proprio ruolo di assessore comunale di Reggio Calabria. al fine di accumulare consensi in vista delle successive tornate elettorali (che lo avrebbero condotto dapprima al consiglio regionale della Calabria, quindi al Senato della Repubblica), nella gestione della citata Fata Morgana S.p.a .. azienda mista deputata alla raccolta differenziata dei rifiuti nel territorio reggino, servizio poi svolto dal 2014 in poi da Avr Spa».
LE INFILTRAZIONI Le infiltrazioni criminali sono presenti, per i magistrati reggini, in tutti i settori dell’attività di Avr. Ci sarebbero legami tra un dipendente, Francesco Purrone, ed esponenti della criminalità organizzata come Domenico Laurendi e Carmine Alvano, la cui «sussistenza era conosciuta dai vertici» della società. E poi contatti nel settore dei rifiuti, «quali il ruolo svolto da Andrea Maviglia di “referente” della criminalità organizzata», ruolo, per gli inquirenti, «analogo a quello già assunto da Maviglia con la società Fata Morgana, sottoposta al diretto controllo della cosca De Stefano». E un compito «analogo» sarebbe stato svolto da Genoese Giglio «nell’interesse di Paolo Caponera e funzionale al conseguimento dell’appalto del servizio di riciclo del cartone e della plastica da parte di della ditta Hidro Ecologie di Natale Marrara, a sua volta “infiltrata” dalla cosca De Stefano, attesa l’assunzione presso la stessa quale dipendente del citato Caponera». Tutti elementi che portano a ritenere «attuale» l’infiltrazione della ‘ndrangheta nelle società.
FAVORI AI POLITICI PER EVITARE CONTROLLI Una società i cui dirigenti, per il Tribunale di Reggio Calabria, «anche attraverso della mediazione della dirigente Catalfamo (la quale non disdegnava di ricevere favori da parte della società) acconsentivano alle richieste degli amministratori locali, ricorrendo all’ assunzione o alla proroga dei contratti di lavoro dei soggetti “raccomandati” dai predetti pubblici ufficiali (anche quando palesemente inadeguati e lavativi)». Lo scopo? «Ottenere un controllo meno severo sul proprio operato» e «prevenire attacchi pubblici da parte dei suddetti amministratori, a loro volta prevalentemente mossi da mere ragioni clientelari e non dalla cura dell’interesse pubblico». Un bel quadretto. (p.petrasso@corrierecal.it)

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