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Il patto di ferro tra Calabria e Albania. «Io tratto con la testa della ‘ndrangheta»

Dagli atti di “Rinascita Scott” i rapporti tra i narcos. Il ruolo dell’ex infiltrato del Ros Fuduli e i traffici con il Sudamerica. E le parole di Emanuele Mancuso e del nuovo pentito Schiavone. «P…

Pubblicato il: 19/06/2020 – 7:28
Il patto di ferro tra Calabria e Albania. «Io tratto con la testa della ‘ndrangheta»

di Pablo Petrasso
VIBO VALENTIA
Per gli albanesi trattare i carichi di droga con la ‘ndrangheta è un notevole salto di qualità criminale. La base in Toscana, gli arrivi di hashish e marijuana al porto di Bari, il mercato che punta a espandersi a tutto il Nord: Robert Lazaj, uno degli organizzatori dei traffici, racconta al proprio nipote che gli affari vanno bene. Perché i soci sono di quelli importanti: «Sono quei miei amici calabresi… sai con chi sono in contatto o no?… questi mandano le persone per uccidere… io ho a che fare con il capo dei boss di ‘ndrangheta che comanda Calabria… la testa della ‘ndrangheta». Nel sottobosco criminale in cui «mandare le persone per uccidere» è una nota di merito, la «testa della ‘ndrangheta» è Peppone Accorinti (foto sopra), boss di Zungri che, per i magistrati della Dda di Catanzaro – che ne hanno chiesto e ottenuto l’arresto nella maxi operazione Rinascita Scott – ha un «ruolo verticistico e di finanziatore del traffico di stupefacenti (marijuana, hashish e cocaina) da destinare nelle zone del Vibonese».
LA CALABRIA VISTA DAGLI ALBANESI La gang degli albanesi commenta l’alleanza con Giuseppe Navarra, originario di Rombiolo ma residente in Toscana. Sarebbero lui e suo fratello Valerio – che si sarebbe occupato dello spaccio nella zona di Montecatini e di tenere i contatti per portare la “roba” in Piemonte – i nuovi soci in contatto con la ‘ndrangheta. Questo patto rassicura Lazaj: la presenza di un boss calabrese è garanzia di disponibilità finanziarie per l’acquisto della droga e promette una «proficua prosecuzione dei traffici illeciti anche nel futuro».
Con i calabresi non si scherza, dice a uno dei suoi sodali, Eduart Tahiraj: «Là ti fanno sparire… là ti fanno fuori… ti uccidono… ti ammazzano!… Là non c’è casino come qui… là io non posso accedere… non è come a Firenze… non uccidono il tizio ma la famiglia… i parenti… là non esiste che possa arrivare Edi e Gjiza che rompe il cazzo… là non esiste così». È la rappresentazione di una Calabria feudale. Che Lazaj, secondo quanto racconta, avrebbe avuto modo di vedere da vicino, incontrando «personalmente “lo zio” in un’occasione e di avergli detto – secondo quanto riporta l’ordinanza di custodia cautelare – “di non avere la forza”, chiaramente alludendo all’impossibilità, all’epoca dell’incontro, di sostenere l’organizzazione di un traffico di stupefacenti tra l’Albania e la Calabria nei termini richiesti dai calabresi». Tahiraj spiega, invece, «di avere la forza» per sostenere le richieste che arrivano dal Sud. In effetti, gli investigatori documentano traffici ingenti.

LE DUE VITE DELL’AGENTE DOPPIO FUDULI L’Albania è uno dei nodi dei traffici. L’altro è il Brasile, grazie alla presenza nel “cartello” di Bruno Fuduli, figura centrale di questa inchiesta. Fuduli, suicida nel novembre del 2019, è una delle figure più controverse nella storia del narcotraffico. Ex collaboratore di giustizia e infiltrato del Ros, è grazie a lui se sono scattati alcuni dei più importanti sequestri di stupefacenti della storia. Dopo la sua esperienza di pentito, decise di uscire dal programma di protezione, dicendosi «abbandonato dallo Stato». Negli esiti di due maxi operazioni contro il narcotraffico – “Decollo” e “Overloading” – ci sono le due vite di Fuduli: “eroe” nella prima, condannato a 16 anni in primo grado nella seconda. Prima emissario della ‘ndrangheta in Colombia, per conto della quale tratta con le bande più pericolose al mondo, poi confidente dei carabinieri. Fino al triplo gioco – lo racconta Roberto Saviano in “Zero Zero Zero” – tra boss calabresi, colombiani (è finito ostaggio delle Farc) e investigatori. È la stessa presenza di Fuduli nell’inchiesta, per gli investigatori, a evidenziare «l’attitudine transnazionale» dei traffici illeciti.
«ACCORINTI LATITANTE IN TOSCANA» Sul fronte italiano, i fratelli Valerio e Giuseppe Navarra sono, per i magistrati antimafia, gli avamposti della ‘ndrangheta di Zungri in Toscana. Valerio «si è trasferito a Montecatini Terme dal 2016». Lì ha gestito una pizzeria bistrot intestata alla moglie. E, secondo il pentito Emanuele Mancuso, avrebbe addirittura ospitato Peppone Accorinti durante il periodo della sua latitanza. Tra il boss e il “toscano” ci sarebbe un rapporto stabile. E il timore di finire nella rete dell’antimafia da parte di Navarra emergerebbe da una conversazione intercettata l’11 gennaio 2019: subito dopo il pentimento di Mancuso, l’uomo, «pur proclamandosi estraneo a contesti criminali, manifestava però il timore di patire ricadute giudiziarie (“mi spavento là sotto… perché prendo 10 anni di associazione… senza mangiare e bere”)». In effetti sono proprio le parole del collaboratore di giustizia a offrire una traccia agli inquirenti toscani. È Mancuso a spiegare per primo che «il traffico di sostanze stupefacenti perpetrato da Navarra» vede «coinvolti anche trafficanti di origine albanese, sempre con il ruolo centrale di Giuseppe Antonio Accorinti».
LA COCA TAGLIATA NEL BIMBY Negli atti dell’operazione compaiono le parole di un inedito collaboratore di giustizia. Salvatore Schiavone, originario di Nicotera, racconta, nell’interrogatorio del 3 ottobre 2019, Sul conto degli indagati, il collaboratore di giustizia Salvatore Schiavone ha riferito, nell’interrogatorio del 3 ottobre 2019, «di aver conosciuto Valerio Navarra e di essere al corrente del fatto che quest’ultimo, insieme al proprio fratello Giuseppe, fosse inserito nel traffico di sostanze stupefacenti (cocaina e marijuana)». Il pentito ne parla «per conoscenza diretta» e aggiunge «pure di aver visto Navarra, in una circostanza, tagliare cocaina con la mannite, utilizzando un robot da cucina (Bimby) all’interno di una sua abitazione sita in zona Monte Poro». Per Schiavone «il trasferimento del Navarra in Toscana fu perfino causato da dissidi insorti proprio nell’ambito dei descritti traffici illeciti che, tuttavia, aveva continuato a proseguire». E sempre dalle parole del collaboratore di giustizia arriva la conferma «che una grandissima quantità di sostanza stupefacente trattata proveniva direttamente dall’Albania e di essere a conoscenza anche di una cessione di oltre 20 kg di marijuana effettuata da Giuseppe Navarra». Un patto di ferro che entrerà più volte in crisi per debiti non saldati. Ma alla fine un accordo sul denaro si trova sempre. Sono i vantaggi di trattare con «la testa della ‘ndrangheta». (p.petrasso@corrierecal.it)

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