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«La Calabria campa alla giornata (e rischia la pelle)»

di Ettore Jorio*

Pubblicato il: 21/08/2020 – 8:47
«La Calabria campa alla giornata (e rischia la pelle)»

La Calabria – fortunatamente ancora preda dei turisti alla ricerca di bellezze naturali e incolpevole meta di sbarchi seriali di migranti – ha bisogno di maggiori tutele anti-Covid, sia di prevenzione sanitaria che di accertamento estemporaneo delle condizioni di salute dei cittadini. È pertanto bisognevole di tutele certamente maggiori di quelle messe in piedi sino ad oggi.
La paura fa 90
Nonostante il lavoro indefesso degli operatori, prioritariamente delle task force iperattive anche sotto il solleone, nella nostra regione si vive un generale clima di incertezza. I genitori hanno paura per i loro figli, chiamati a fare ciò che abbiamo fatto tutti ma con la possibilità, però, di infettarsi l’uno con l’altro. Ciò in quanto i troppo sottovalutati asintomatici costituiscono una forza di impatto epidemico tale da mettere a rischio gli altri, con possibili devastanti conseguenze per loro familiari. Questi ultimi esposti a pericoli più seri, spesso bisognosi di ricoveri ospedalieri non sempre dall’esito positivo.
Prescindendo dalle esigenze sociali estive, che tutti ci auguriamo concludersi senza danni o quantomeno con danni riparabili, comincia ad affacciarsi, con il naturale giustificato interesse degli imprenditori sofferenti, la necessità delle imprese di riaprire le loro attività. È stato, infatti, terribile per loro vivere con i registratori di cassa a secco da mesi e le fatturazioni ferme ai primi due mesi dell’anno, tanto da essere frequentemente vittime di un penoso stato depressivo. Una condizione che oggi sembra possibile a reiterarsi a causa dell’irresponsabile indicazione di alcuni degli scienziati che, affollando i media, hanno urlato in modo incosciente al cessato allarme, producendo così l’affievolimento delle normali cautele difensive.
Notizie non incoraggianti
I contagiati giornalieri nel Paese in netta risalita (ieri 845), quasi a raggiungere i valori da lockdown. Le notizie provenienti dalla vicina Campania, che in linea generale presenta le stesse belle e brutte abitudini del vivere sociale della nostra regione tanto da essere presa di mira da un ingente numero di cittadini partenopei per trascorrere le loro ferie, preoccupano e non poco.
I positivi al Covid sono in crescita (ieri 56). Il famoso Cotugno, uno dei grandi nosocomi del Sud, ha comunicato «l’esaurimento dei posti letto per pazienti contagiati». I decisori della sanità campana pronti a stoppare la programmata trasformazione dell’importante ospedale di Loreto Mare in Dea di primo livello. Ciò allo scopo di «restituirgli le funzioni di Covid Hospital a fronte di una nuova emergenza ricoveri» (fonte Corsera del 20 agosto). È quanto registrato in questi giorni a Napoli ed è quanto tutti abbiamo il dovere di considerare come severo ammonimento per le nostre pratiche quotidiane.
Non culliamoci sul passato
Il Sud è stato, nella assoluta franchezza, salvato (da quale entità celeste non saprei dire) dai danni da coronavirus, sopportati pesantemente altrove con tante morti innocenti, sulle quali dovranno essere eventualmente accertate, a bocce ferme, alcune delle responsabilità da un po’ di tempo emergenti.
La Calabria è riuscita a superare (qui, mi sento di dire, grazie a San Francesco di Paola) il pericolo meglio delle altre regioni, considerato il rapporto sia di estensione territoriale che di numero di abitanti. Tuttavia, se dovesse subire gli esiti di una eventuale epidemia di ritorno autunnale – così com’è infarcita di inopportuni e inefficaci commissariamenti ad acta che l’hanno ridotta ai minimi termini – si troverà una situazione peggiore di quella che toccherebbe alle altre regioni meridionali. Troppi gli assembramenti collaborati dagli estivanti provenienti da ovunque, tantissimi gli sbarchi silenti, inadeguati l’assistenza e la sicurezza nei centri di raccolta degli emigrati (Cara), non propriamente sistematizzata l’organizzazione di controllo ai punti di arrivo ma neppure nell’ordinario. Per non parlare di una rete territoriale che, al lordo delle Usca, è stata ricondotta all’inesistenza e di quella ospedaliera le cui condizioni conducono i bisognosi alla disperazione, soprattutto per difetto di organico e di direzione manageriale.
Il dramma al quadrato
Dunque, con una Calabria che va avanti alla giornata, anche nella tutela più generale dell’ambiente, che non ha alcun programma di protezione sociale per la tutela della salute non si va nessuna parte. Di conseguenza, si rischia di grosso la pelle.
La sua (non) organizzazione, perché possa ripartire al minimo, ha bisogno di una programmazione attenta (mai avuta), anche calibrata a sopportare l’epidemia di ritorno, delle risorse sufficientemente destinate ad hoc, della ricostruzione degli organici ideali di personale per la sanità più prossima, della coscienza, infine, dei cittadini a pretendere i diritti che abbiano ricaduta collettiva.
Su tutto, occorre espellere a subito i nocivi commissari e concepire, attraverso scelte oculate, una nuova organizzazione della salute, privilegiando i bravi nella realtà e non già quelli ritenuti tali perché con targa «estera».
A fronte di queste considerazioni di quasi fine estate, diventa facile immaginare cosa potrebbe conseguentemente succedere nella ripresa, con la riapertura delle scuole e i cittadini, non dipendenti pubblici e/o pensionati, alla ricerca della sopravvivenza economica.
*docente Unical

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