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La doppia morale dei censori farlocchi

Indignazione a intermittenza. “Inchieste” a giorni alterni. Retroscena e teorie strampalate da politici ed ex politici. Così la scelta (dalle modalità opinabili) dei giornalisti per l’Ufficio stamp…

Pubblicato il: 14/10/2020 – 6:57
La doppia morale dei censori farlocchi

LAMEZIA TERME Qualcuno (i vecchi vizi sono i peggiori), come l’ex consigliere regionale Arturo Bova, vorrebbe scegliere di cosa debbano occuparsi i giornalisti. Magari i giornali online dovrebbero bollare come scandalose le nomine di chi, in passato, lo ha messo in crisi con le proprie domande. O forse, per Bova, il fatto che l’ex presidente della commissione antindrangheta sia stato, in un tempo lontano, socio in affari di un presunto boss è notizia che dovrebbe godere dello stesso rilievo di un contratto di consulenza per l’ufficio stampa della giunta regionale. E così la nostra Alessia Truzzolillo (il censore Bova preferisce non fare nomi) – che ha raccontato la storia dei suoi vecchi rapporti con Leonardo Catarisano, non certo inventati ma apparsi nei brogliacci dell’inchiesta “Jonny” – diventa una giornalista «al soldo dei massoni italiani». Il nostro ex collega del Corriere Pietro Bellantoni, invece, dovrebbe rendergli conto delle proprie scelte professionali, secondo una logica che solo l’ex consigliere è (forse) in grado di spiegare. Fosse solo il complottismo strampalato di Bova ci si potrebbe passare sopra, ma le nomine per la comunicazione della Cittadella hanno attirato, assieme alle critiche comprensibili sul metodo – sfociate in richieste ufficiali e interrogazioni parlamentari – anche molta dietrologia dettata da livore o (spesso a pensare male ci si azzecca) invidia.

Bersaglio preferito degli attacchi è il nuovo capo dell’Ufficio Stampa, Bellantoni appunto, colpevole di aver seminato dalle colonne del Corriere della Calabria servizi giornalistici che gli hanno garantito un buon numero di nemici (chiariamo: di solito è un complimento). Bellantoni coordinerà l’Ufficio stampa della giunta regionale: prima era buono, ora è cattivo. E sono cattivi, raccomandati, prezzolati, empi, anche i colleghi che lavoreranno assieme a lui. Su questa scia si sono esibiti in tanti. Tutti, probabilmente, negli ultimi vent’anni hanno vissuto altrove. Per tutti (o quasi) l’incarico pubblico è meritato soltanto se finisce a loro o a qualcuno della propria conventicola. Altrimenti è uno scandalo da consegnare a un “giornalismo d’inchiesta” che – sugli scandali – chiude gli occhi un giorno sì e l’altro pure.
Sgombriamo il campo da eventuali illazioni (che ci saranno lo stesso, ma tentar non nuoce): il Corriere della Calabria ha dato per primo la notizia delle assunzioni nell’Ufficio stampa e ha riportato i dubbi espressi sulla procedura attraverso la quale si è arrivati a scegliere i professionisti che si occuperanno di comunicare le attività istituzionali della giunta.
Proprio perché non abbiamo (mai) nascosto nulla, possiamo affrontare una delle questioni nodali delle polemiche apparse in questi giorni: si può ammettere che un collega è bravo soltanto se guadagna poco (o, comunque, non troppo: la scala ognuno la definisce da sé così si possono attaccare tutti). E comunque la “certificazione di purezza” dipende dal livore di chi scrive e dai trascorsi del giornalista i cui scritti vengono passati al setaccio e riletti in controluce.
La giunta regionale ha assunto i sei giornalisti (altri due li ha ricevuti in eredità, a tempo, dall’esecutivo Oliverio) secondo un iter molto discrezionale. Riproponendo una questione che si trascina da anni: le modalità di selezione. Si potrebbero individuare i dipendenti dell’Ufficio stampa attraverso un concorso pubblico, per dotare la Regione di una struttura stabile. Oppure selezionare una parte dei comunicatori tra i dipendenti iscritti all’albo dei giornalisti. Non è mai successo: tutte le giunte hanno scelto di mantenere ampi margini di manovra politici. Spesso questa pratica ha portato a distorsioni, formalizzate anche dal ministero dell’Economia. Storie che i lettori del Corriere conoscono bene, perché le abbiamo raccontate nel corso degli anni (e continueremo a farlo). Il punto è che non ci sono certificazioni da esibire in questo campo. Tutte le giunte regionali hanno gestito la faccenda nello stesso modo. E anche molte giunte comunali hanno assunto giornalisti per i propri uffici stampa o per realizzare prodotti editoriali di vario genere.
Ora, però, sembra venuto il tempo della vendetta. Da quegli stessi che hanno a lungo taciuto su altre nomine (alcune piuttosto dubbie, una addirittura bloccata dal Tar) sono arrivati resoconti sui generis sulle recenti scelte di Santelli & co.
Il primo esposto contro lo “scandalo” è stato mirabilmente descritto da una testata regionale in un modo che si potrebbe riassumere così: «Una giornalista di cui non faremo il nome si è rivolta a un ordine che non c’entra niente per impugnare le nomine di cui non abbiamo mai dato notizia». Seguono a ruota improvvisati retroscenisti politici “padani” e altri censori che descrivono i giornalisti selezionati da Santelli come «la vergogna della categoria». A proposito: la categoria. Dovrà pur prendere posizione: esprimersi riguardo al bando (anche negativamente, se è il caso). Ma comunque dovrà tenere conto del fatto che alcuni suoi iscritti sono finiti nel tritacarne, accusati di ogni infamità quando si è saputo che lavoreranno per la Regione. Basterebbe anche solo sapere se è normale mettere qualcuno alla berlina per un incarico e sorvolare su altri “incidenti” della professione. Se si debbano guardare tutte le storture o soltanto quelle che non riguardano i propri amici e le proprie amiche. (redazione@corrierecal.it)

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