Dal sequestro Mazzotti al “processo mafioso” nell’uliveto di Lamezia. «Fosse già scavate» e 140 milioni per salvare i carcerieri
Nelle motivazioni della Corte d’Assise di Como e nell’informativa della Squadra Mobile la ricostruzione della resa dei conti in Calabria dopo la morte della giovane ereditiera comasca

LAMEZIA TERME Dalla buca di Castelletto Ticino all’uliveto di Lamezia Terme. Una traiettoria di più di mille chilometri lungo la quale si è consumata, in oltre mezzo secolo, la vicenda giudiziaria legata al sequestro e all’omicidio di Cristina Mazzotti, che rivela uno degli snodi più “oscuri” dell’intera storia, unendo Calabria e Lombardia all’ombra della criminalità organizzata. Dalle motivazioni dei giudici che hanno portato alla condanna all’ergastolo di Peppe Calabrò, infatti, emerge uno spaccato rimasto quasi sottotraccia, ma capace di spiegare meglio i contorni della terribile vicenda, inquadrandola in un contesto ben definito. E dal quale emerge il territorio lametino. Ma andiamo con ordine. I giudici hanno riacceso i riflettori su quello che è stato definito il “processo mafioso” celebrato in Calabria dopo la morte della giovane ereditiera comasca. Si tratta, in definitiva, di una resa dei conti interna, secondo le ricostruzioni confluite nelle motivazioni della Corte d’Assise di Como e nell’informativa della Squadra Mobile di Milano, in cui sarebbero stati giudicati gli errori dei carcerieri e ridisegnati gli equilibri sulla spartizione del riscatto.
Dal rapimento all’omicidio
Come è noto, Cristina Mazzotti viene sequestrata l’1 luglio 1975 a Eupilio, in provincia di Como, mentre rientra nella residenza estiva della famiglia insieme agli amici Carlo Galli ed Emanuela Luisari. Il corpo sarà poi ritrovato il primo settembre in una discarica a Varallino di Galliate, nel Novarese. Il riscatto, oltre un miliardo di lire, era stato pagato la sera dell’1 agosto, mentre la giovane, secondo le ricostruzioni processuali, era già morta tra il 31 luglio e l’1 agosto, dopo settimane di prigionia in condizioni disumane e la somministrazione di massicce dosi di calmanti ed eccitanti. Mazzotti, infatti, fu tenuta prigioniera in una buca sotterranea con pareti di cemento e di ristrettissime dimensioni – 2,65 metri di lunghezza, 1,55 metri di larghezza e 1,40 metri di profondità – senza possibilità, quindi, di alzarsi in piedi o di muoversi. La fossa, inoltre, era stata ricoperta da un “tetto”, anch’esso in cemento, dove era stata realizzata una piccola botola – 75 cm per 61 cm – per consentire l’ingresso.
Dal Nord a Lamezia Terme
Ma torniamo alla Calabria e a Lamezia Terme. Il primo processo, celebrato a Novara, consentì di individuare molti protagonisti del sequestro, soprattutto i carcerieri. Ma non esaurì la mappa degli organizzatori e degli esecutori materiali. È la stessa informativa della Squadra Mobile a segnare una distinzione decisiva: i carcerieri erano soggetti legati alla criminalità lombarda e piemontese, mentre gli organizzatori, gli autori materiali e coloro che mantenevano i rapporti con la famiglia Mazzotti per il pagamento del riscatto erano legati alla criminalità calabrese. Le motivazioni della Corte d’Assise di Como lo scrivono in modo netto: Achille Gaetano, calabrese stabilitosi da anni al Nord e inserito negli ambienti del contrabbando e della delinquenza locale tra Como, Novara, Varese e Milano, aveva il compito di individuare soggetti “locali” disposti a custodire le vittime. Le altre fasi – quella operativa e quella del recupero del riscatto – erano invece «appannaggio esclusivo dei calabresi». Gaetano avrebbe avuto il compito di individuare la vittima, reclutare gli esecutori materiali e trovare un luogo sicuro per la custodia dell’ostaggio. Già nel novembre 1974 si sarebbe rivolto ad Alberto Menzaghi, con cui condivideva affari di contrabbando. Quando Menzaghi espresse dubbi sulla necessità di avere «persone adatte», Achille Gaetano tornò dopo circa un mese riferendo di avere «parlato con quella gente» e aggiungendo che serviva un posto per l’ostaggio: «il resto lo facevano loro».
La «delinquenza calabrese»
Ma è dalle dichiarazioni di Giuliano Angelini, Loredana Petroncini e Gianni Geroldi che, secondo la Corte, venne fuori che la matrice del crimine e l’organizzazione del sequestro si collocavano nell’ambito della delinquenza calabrese. Le indagini si indirizzarono così anche «sul fronte calabrese», concentrandosi su Lamezia Terme. Il motivo era preciso: nei primi giorni di agosto Angelini, Petroncini e Geroldi si sarebbero recati proprio a Lamezia insieme ad Achille Gaetano per ricevere la loro quota del riscatto. Ma quel viaggio, nelle carte, diventa molto più di una consegna di denaro. Angelini, una volta arrivato in Calabria, sarebbe stato condotto in un uliveto e sottoposto a un tipico «processo mafioso» da parte di esponenti della malavita.
Il “processo” nell’uliveto
Il “processo mafioso” si sarebbe tenuto a Lamezia Terme il 7 agosto. Le motivazioni della Corte lo descrivono come un episodio connotato da gesti simbolici della «sub-cultura criminale» calabrese. Non una semplice riunione per spartire il denaro, dunque, ma un momento di disciplina interna, giudizio e riaffermazione delle gerarchie. Oltre a Francesco Gattini e Antonino Giacobbe, secondo la ricostruzione, avrebbero partecipato altri sette o otto membri dell’organizzazione malavitosa. La Squadra Mobile aggiunge un particolare utile a collocare la scena: Angelini riconobbe Gattini, detto «Franco», come il soggetto già incontrato durante il sequestro in provincia di Novara e indicato, in occasione del “processo mafioso”, come braccio destro di Giacobbe. L’evento, secondo l’informativa, si sarebbe tenuto nel luogo in cui Gattini fungeva da guardiano per un cantiere esistente.
Le fosse già pronte e i 140 milioni di lire
Durante il “processo mafioso”, ad Angelini sarebbe stato rimproverato di non aver custodito l’ostaggio fino al giorno del pagamento del riscatto, costringendo così tutta l’organizzazione ad accelerare la trattativa e ad accontentarsi di una somma inferiore. Gattini, invece, viene collocato in una posizione inferiore ma centrale nella catena di comando: braccio destro di Giacobbe, presente al “processo”, intermediario tra Angelini e i maggiorenti, titolare del cantiere in cui si sarebbe tenuta la riunione. Secondo i giudici, si era spostato dalla Calabria al Nord nel momento di maggiore fibrillazione dell’azione delittuosa, quando le condizioni di Cristina si erano aggravate e le trattative con la famiglia non erano ancora concluse. Solo l’intervento di Achille Gaetano, che propose di liquidare Angelini, Petroncini e tutto il gruppo lombardo-piemontese con la somma complessiva di 140 milioni di lire, li avrebbe salvati da «morte certa»: sul posto, secondo quella ricostruzione, sarebbero già state scavate le fosse per nasconderne i corpi.
La sentenza definitiva
Al termine dell’iter giudiziario, diventato definitivo in Cassazione nel maggio 1980, furono condannati in via definitiva anche alcuni dei nomi centrali nella ricostruzione del “processo mafioso” e del fronte calabrese del sequestro: Gaetano Achille, nato a Gizzeria, all’ergastolo; Antonino Giacobbe e Francesco Gattini, nato a Sambiase, all’ergastolo in primo grado, pena poi ridotta per entrambi a 30 anni in appello. Tra i condannati anche Bruno Abramo, nato a Sant’Eufemia-Lamezia, a 30 anni, e Vittorio Carpino, nato a Gizzeria Lido, a 23 anni, poi ridotti in appello. (g.curcio@corrierecal.it)
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