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La ricostruzione

La ’ndrangheta e il monopolio nella “stagione dei sequestri”: così i gruppi calabresi colpivano al Nord

Il racconto di Saverio Morabito: rapimento, custodia e riscatto affidati a segmenti diversi, con pochi anelli di congiunzione

Pubblicato il: 09/05/2026 – 7:00
di Giorgio Curcio
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La ’ndrangheta e il monopolio nella “stagione dei sequestri”: così i gruppi calabresi colpivano al Nord

LAMEZIA TERME Nelle motivazioni della Corte d’Assise di Como che ha scritto una nuova pagina giudiziaria nel rapimento e omicidio di Cristina Mazzotti, con l’ergastolo inflitto a Peppe Calabrò e Demetrio Latella, c’è anche la ricostruzione di una macchina criminale più ampia: quella dei sequestri di persona che, negli anni Settanta, trasformò il Nord Italia in uno dei terreni di azione della criminalità organizzata calabrese. Una stagione che la sentenza colloca dentro un quadro storico e giudiziario più vasto, nel quale il rapimento e la morte della 18enne comasca diventano una delle pagine più drammatiche del rapporto tra ’ndrangheta, ricche province settentrionali e accumulazione criminale di capitali. Il sequestro Mazzotti, scrivono i giudici, non può essere letto soltanto come il gesto di un gruppo isolato, richiamando la stagione dei sequestri di persona, i precedenti accertamenti giudiziari e il lavoro di rilettura maturato anche attraverso il processo “Isola Felice”.

Il «monopolio calabrese»

In questo contesto che assumono rilievo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Saverio Morabito, sentito nel processo e indicato nelle motivazioni come fonte utile per comprendere il contesto, il linguaggio criminale e i rapporti tra i gruppi calabresi operanti nel settore dei sequestri. Morabito racconta di essersi avvicinato agli ambienti criminali nel 1977, partecipando ad altri sequestri nel Nord Italia insieme al gruppo dei compaesani di Platì. All’epoca, secondo il suo racconto riportato nelle motivazioni, i gruppi principali attivi nel settore erano due: quello dei platioti e quello di San Luca. È lo stesso collaboratore a definire l’attività dei sequestri un «monopolio calabrese». Una definizione che fotografa il peso assunto dalla criminalità calabrese in quella fase storica. Il Nord – Lombardia, Piemonte, Liguria – offriva obiettivi, ricchezza, possibilità di movimento e una rete di appoggi. La Calabria, invece, forniva uomini, relazioni, codici criminali e, in molti casi, luoghi e famiglie in grado di sostenere la gestione degli ostaggi o dei rapporti tra i gruppi. Dentro questa geografia si muove anche la vicenda Mazzotti, che secondo la Corte presenta una duplice matrice: una calabrese e una lombardo-piemontese.



Le tre fasi: rapimento, custodia, riscatto

Il modello descritto da Morabito segue uno schema ricorrente. Il sequestro veniva articolato in tre fasi: il rapimento, la custodia dell’ostaggio e la riscossione del riscatto. Ogni fase poteva essere affidata a un gruppo diverso. Chi materialmente prelevava la vittima era il segmento più esposto, perché doveva agire in strada, bloccare l’auto, neutralizzare eventuali testimoni e portare via l’ostaggio. Poi subentrava il gruppo incaricato della custodia. Infine, un altro circuito poteva occuparsi delle trattative e della gestione del denaro. La divisione del lavoro criminale serviva a ridurre i rischi. Meno persone conoscevano l’intera catena operativa, più difficile sarebbe stato per gli investigatori ricostruire il quadro completo in caso di arresti o collaborazioni. Secondo quanto riferito da Morabito, dopo l’incasso del riscatto il denaro veniva suddiviso in quote, teoricamente uguali, tra i gruppi coinvolti nelle diverse fasi dell’operazione.

Le «cellule» e i compartimenti stagni

Nelle motivazioni emerge anche il tema della struttura “a cellule”. L’ispettore Liliana Ciman, che ha ricostruito il contesto storico e criminale del sequestro Mazzotti, riferisce che negli anni Settanta i rapitori erano spesso ripartiti in gruppi settoriali: chi provvedeva alla presa dell’ostaggio, chi custodiva la vittima, chi teneva i contatti con i familiari e chi gestiva il riscatto. Un metodo che, secondo quanto riportato in sentenza, sarebbe stato mutuato anche dai gruppi terroristici operanti all’epoca nel Nord Italia. La Corte, però, introduce una precisazione importante. Quel modello non era sempre rigido e immutabile. In un verbale del 1992, Morabito spiegava che in alcuni casi i gruppi potevano essere separati, mentre in altri chi operava materialmente era a conoscenza del gruppo incaricato delle trattative, e viceversa. In altre parole, non ogni sequestro seguiva lo stesso schema di compartimentazione assoluta.



Il caso Mazzotti

È qui che il ragionamento dei giudici diventa decisivo. Nel caso Mazzotti, secondo la Corte, non si può parlare di una separazione impermeabile tra le diverse fasi. Pur esistendo segmenti funzionalmente differenziati – rapimento, custodia, gestione del denaro – le risultanze processuali mostrano una vicenda unitaria, con continui momenti di coordinamento operativo. I giudici richiamano, tra gli elementi, il passaggio diretto di Cristina dai rapitori ai carcerieri e il ruolo di soggetti di collegamento tra le diverse fasi. Cristina Mazzotti venne sequestrata a Eupilio mentre era a bordo della Mini Minor insieme agli amici Carlo Galli ed Emanuela Luisari. Dopo il blocco dell’auto e il trasferimento verso Appiano Gentile, la ragazza fu presa in consegna da altri complici, incappucciata e portata verso il luogo di prigionia. Morì dopo settimane di segregazione, in una buca a Castelletto Ticino, senza sufficiente aerazione e dopo la somministrazione di massicce dosi di tranquillanti ed eccitanti. La sua morte, per la Corte, resta una delle pagine più drammatiche della storia criminale italiana del secondo dopoguerra.

Le cautele della Corte

La sentenza, tuttavia, evita scorciatoie. Le dichiarazioni di Saverio Morabito vengono considerate utili, ma non autosufficienti per fondare accuse specifiche contro singoli imputati. Per la Corte, esse hanno valore soprattutto per ricostruire il contesto, i rapporti tra gruppi calabresi, il linguaggio criminale e alcuni elementi relazionali riguardanti Giuseppe Calabrò. Non bastano, da sole, a dimostrare la partecipazione di singoli soggetti al sequestro Mazzotti. Insomma, secondo i giudici il processo di Como non riscrive tutta la storia dei sequestri al Nord, ma utilizza quel contesto per comprendere meglio la vicenda Mazzotti e il ruolo attribuito agli imputati, rimanendo comunque «dentro il perimetro della verità processuale, distinguendo ciò che può essere affermato come responsabilità individuale da ciò che serve a illuminare l’ambiente criminale» nel quale il rapimento venne ideato, organizzato ed eseguito. (g.curcio@corrierecal.it)

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