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Le motivazioni

‘Ndrangheta, da San Luca al Nord nella “stagione dei sequestri”: Peppe Calabrò, il bar e i racconti dei collaboratori

La Corte d’Assise di Como inserisce “U Dutturicchiu” nella geografia criminale che collegava la Calabria alla Lombardia: dal bar di via Rovereto alle dichiarazioni di Latella e Saverio Morabito

Pubblicato il: 08/05/2026 – 10:41
di Giorgio Curcio
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‘Ndrangheta, da San Luca al Nord nella “stagione dei sequestri”: Peppe Calabrò, il bar e i racconti dei collaboratori

COMO Dopo mezzo secolo, la sentenza della Corte d’Assise di Como ha fissato una verità processuale sulla morte di Cristina Mazzotti e sul ruolo attribuito a Peppe Calabrò, “U Dutturicchiu”, nella notte del sequestro. È lungo questo filone che si muovono le motivazioni con le quali il 76enne originario di San Luca è stato condannato all’ergastolo. Ma oltre alla scena della Mini e alla figura del «passeggero armato», i giudici inseriscono Giuseppe Calabrò dentro una geografia criminale più ampia: quella che, dagli anni Settanta, collegava la Calabria al Nord Italia, tra Lombardia, Piemonte e Liguria.

Quella notte di oltre cinquant’anni fa

Il rapimento di Cristina Mazzotti, avvenuto nella notte tra il 30 giugno e il primo luglio del 1975, viene collocato dalla Corte nell’ambito della stagione dei sequestri di persona e dentro un sistema che, secondo la rilettura maturata anche attraverso il maxiprocesso “Isola Felice”, non sarebbe più riconducibile soltanto a «un gruppo composito di delinquenti comuni affiancati da soggetti calabresi», ma a «un sistema mafioso stabile, operante in Lombardia e riconducibile alla ’ndrangheta», con gerarchie, regia decisionale e ripartizione dei compiti.

Il bar di via Rovereto

Nelle motivazioni emerge poi un altro passaggio cruciale: il bar di via Rovereto, a Milano, e il ruolo attribuito alla famiglia Ferraro, originaria di Africo. È lì che, secondo le dichiarazioni di Demetrio Latella riportate nella sentenza, sarebbe avvenuto il contatto con Calabrò. Latella, pur con dichiarazioni che la Corte valuta con prudenza e nei limiti di utilizzabilità nei confronti dei coimputati, racconta di avere conosciuto Calabrò proprio in quell’ambiente. In un interrogatorio afferma inoltre: «Sapevo che Vincenzo Ferraro faceva parte dell’ndrangheta per una delle più importanti famiglie operanti al Nord» e aggiunge che «Vincenzo Ferraro garantiva per Calabrò».

«Esponenti di spicco»

Nelle motivazioni compare poi il racconto del collaboratore Saverio Morabito, che riferisce di avere conosciuto diversi componenti del gruppo di San Luca, attivo nell’ambito dei sequestri. In particolare, Morabito parla dei fratelli Calabrò, Francesco e Giuseppe, definendoli «esponenti di spicco». Secondo il collaboratore, Giuseppe Calabrò «si sarebbe presentato in un paio di occasioni per chiedere la disponibilità di quantitativi di stupefacenti e per cercare informazioni sul rapimento Casella».
Sempre Morabito richiama un pranzo con Giuseppe Calabrò, indicato con il soprannome “U Dutturicchiu”, durante il quale – secondo il racconto acquisito nelle motivazioni – si sarebbe parlato di «Michele Condoluci, arrestato perché trovato in possesso di banconote provenienti dal sequestro Mazzotti».È un passaggio che la Corte inserisce come tassello del quadro di conoscenze, relazioni e circuiti criminali che fanno da sfondo alla vicenda.

Dalla Calabria al Nord

Per i giudici, insomma, Peppe Calabrò “U Dutturicchiu” non è soltanto l’uomo che, secondo la sentenza, avrebbe avuto un ruolo nella fase esecutiva del sequestro Mazzotti. È anche una figura che attraversa alcune delle geografie criminali più significative della seconda metà del Novecento: dalla Calabria aspromontana alla Lombardia dei sequestri, fino al Piemonte e alla Liguria dei traffici e delle relazioni criminali. Un nome il cui peso criminale, finora, è rimasto quasi sospeso, fino alla prima vera condanna pesante emessa dai giudici di Como. (g.curcio@corrierecal.it)

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