Peppe Calabrò era «il passeggero armato» nella Mini. L’ergastolo per “U Dutturicchiu” a 50 anni dall’omicidio Mazzotti
La Corte d’Assise di Como ricostruisce il ruolo attribuito al 76enne originario di San Luca, l’uomo armato «che controllò i tre giovani»

LAMEZIA TERME Per decenni è stato considerato una figura di «primissimo piano della ‘ndrangheta calabrese», mantenendo l’aura di intoccabile per via di una serie di procedimenti conclusi quasi sempre con assoluzioni, archiviazioni o prescrizioni e, quindi, senza pene definitive di lungo corso tali da segnarne la carriera criminale sul piano giudiziario. Poi a febbraio il primo vero colpo subito: una condanna all’ergastolo quando ormai i capelli grigi e l’età avanzata, ben 76 anni, restituiscono l’immagine di un uomo lontanissimo da quella emersa dalle carte e dai racconti del processo.
L’ergastolo dopo mezzo secolo
Sarà rimasto probabilmente incredulo Giuseppe Calabrò nel sentire il verdetto dei giudici della Corte d’Assise di Como che lo hanno condannato ben cinquant’anni dopo il sequestro e la morte di Cristina Mazzotti. Sono proprio i giudici a mettere nero su bianco le motivazioni che hanno portato all’ergastolo di “U Dutturicchiu”, classe 1950 di San Luca e residente a Bovalino. Oltre a Calabrò, i giudici hanno condannato all’ergastolo anche Demetrio Latella ma entrambi sono stati assolti dal reato di concorso in sequestro di persona a scopo di estorsione in quanto il reato è da ritenersi estinto per intervenuta prescrizione.
Il rapimento
Cristina Mazzotti, 18 anni, venne sequestrata a Eupilio, in provincia di Como, nella notte tra il 30 giugno e il primo luglio del 1975. Era a bordo di una Mini Minor insieme agli amici Carlo Galli ed Emanuela Luisari. Secondo la ricostruzione dell’accusa recepita dalla Corte, il gruppo di azione bloccò l’auto della giovane, costrinse i tre occupanti a sedersi sui sedili posteriori e poi condusse la vettura verso Appiano Gentile, dove Cristina fu presa in consegna da altri complici, incappucciata e trasferita verso il luogo di prigionia. La ragazza morì tra il 31 luglio e il primo agosto del 1975, dopo essere stata segregata in una buca a Castelletto Ticino, in condizioni disumane, senza sufficiente aerazione e dopo la somministrazione di massicce dosi di tranquillanti ed eccitanti.
«Il passeggero armato»
È proprio sulla fase iniziale del sequestro che le motivazioni insistono con maggiore forza. Secondo i giudici, infatti, le dichiarazioni dei due testimoni oculari, lette dalle prime sommarie informazioni del 1975 fino ai riconoscimenti effettuati nel dibattimento celebrato a Como, convergono in modo «particolarmente incisivo» sulla figura del passeggero anteriore armato della Mini. La Corte individua proprio in Calabria «il passeggero anteriore armato della Mini» e cioè il soggetto che avrebbe controllato da vicino i tre ragazzi durante la fase esecutiva del rapimento. Un uomo, in particolare, descritto come giovane, magro, di bassa statura, con capelli scuri, basette, accento meridionale e un tratto fisionomico ritenuto fortemente individualizzante: un naso grosso e carnoso. Per la Corte, quel soggetto rimase per tutto il tragitto rivolto verso i tre ragazzi, li minacciò con la pistola e, secondo il racconto di Carlo Galli, colpì lo stesso Galli con il calcio dell’arma quando questi cercò di alzare la testa. Proprio perché si trattò dell’uomo più esposto allo sguardo ravvicinato dei testimoni, il percorso dei riconoscimenti – scrivono i giudici – si sarebbe mantenuto nel tempo con «particolare stabilità».
I riconoscimenti dei testimoni
La difesa di Calabrò aveva contestato l’attendibilità dei riconoscimenti e sostenuto che la sua posizione fosse stata condizionata da una originaria «fonte avvelenata», cioè da un confidente anonimo che avrebbe orientato le indagini. Una tesi che la Corte respinge. Per i giudici, la responsabilità di Calabrò non si fonda su una confidenza imprecisata, ma su un compendio probatorio definito «autonomo, stratificato e convergente», il cui nucleo centrale è rappresentato dalle dichiarazioni dei due unici testimoni oculari della fase esecutiva del rapimento: Carlo Galli ed Emanuela Luisari. Secondo la Corte, entrambi avrebbero distinto con nettezza i ruoli dei sequestratori sulla scena del rapimento e, soprattutto, avrebbero individuato con continuità il passeggero armato della Mini. La descrizione, per i giudici, non sarebbe nata «da una percezione fugace, ma da un’osservazione ravvicinata e protratta: l’uomo era seduto davanti, voltato verso i ragazzi, con la pistola in mano, a brevissima distanza».
Le dichiarazioni spontanee di Calabrò
Calabrò, che nel processo ha scelto di non sottoporsi all’esame, ha però reso dichiarazioni spontanee, negando ogni addebito. Ha sostenuto di «non avere frequentato nel 1975 né la Lombardia né il Ponente ligure, di non conoscere il bar di via Rovereto e la famiglia Ferraro, di non avere avuto rapporti con i coimputati e di essersi stabilito a Milano solo in epoca successiva». La Corte, tuttavia, non ha attribuito credibilità a queste affermazioni, ritenendole in contrasto con quello che viene definito il nucleo più forte dell’istruttoria dibattimentale. Per i giudici, il fatto che a Calabrò non sia stata attribuita un’impronta digitale sulla Mini non basta a escludere il valore della prova dichiarativa. L’assenza dell’impronta, si legge nelle motivazioni, non elide la convergenza tra descrizioni originarie, riconoscimenti fotografici reiterati e collocazione funzionale dell’imputato nel ruolo del passeggero armato. (g.curcio@corrierecal.it)
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