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«Non respiravo, pensavo di morire». Il racconto del medico del 118 che ha combattuto contro il Covid

Il dottore Sinibaldo Iemboli, medico del 118 di Corigliano Rossano ha contratto il Sars-Cov-2 in servizio. I primi sintomi, il ricovero, la lotta fra la vita e la morte e poi la “risurrezione”. Ed …

Pubblicato il: 03/01/2021 – 9:00
«Non respiravo, pensavo di morire». Il racconto del medico del 118 che ha combattuto contro il Covid

di Luca Latella
CORIGLIANO ROSSANO
Il Covid è una «brutta e subdola bestia». Soprattutto quando ferocemente accompagna verso il precipizio. «Ho rischiato seriamente di morire», racconta chi ha contratto il virus Sars-Cov-2 come Sinibaldo Iemboli, medico del 118 di Corigliano Rossano.
Non si può certo dire che la sua vita sia una passeggiata, anzi. In servizio da sempre sulle ambulanze o nei pronto soccorso, l’esperienza da sindaco della sua comunità, Scala Coeli, una coltellata ricevuta mentre era intento a soccorrere un uomo ed ora il background coronavirus.
Un mese in ospedale, la paura di morire, la convalescenza lunga e pesante e poi la rinascita. Perché di risurrezione si tratta.
Il suo racconto è accorato, ma con delle pause, per il fiato corto. Iemboli sa bene, dove e come ha contratto il virus, invita i suoi colleghi a non abbassare mai la guardia e prenderebbe «a calci» complottisti, negazionisti, no vax e soprattutto gli operatori sanitari che non vogliono vaccinarsi.

COME E DOVE «Come e dove ho beccato il virus? Insieme ad altri colleghi del 118 stavo curando una ventina di pazienti affetti da Covid, perché le Usca ancora non sono funzionanti ed a casa ci va solo il 118, ancora oggi, ad un anno dall’inizio dell’emergenza sanitaria. L’ho preso da un paziente che accusava una colica biliare. Mi avevano assicurato che non aveva contratto il coronavirus e così, superficialmente, sono andato a visitarlo senza bardatura».

I PRIMI SINTOMI E IL RICOVERO Ironia del destino, un pizzico di superficialità. «Esatto. Poi sono comparsi i primi sintomi. Ho accusato inizialmente una gastroenterite di cui non ho mai sofferto. È stato il primo campanello d’allarme grazie al quale mi sono subito isolato in attesa del tampone di verifica, per salvaguardare la mia famiglia. Dopo cinque giorni – racconta il dottor Iemboli – ho iniziato a desaturare, anche in maniera ingravescente, ed è stato il secondo campanello d’allarme. Quindi ho iniziato a pensare che si stesse sviluppando la polmonite interstiziale “classica”, causata dal coronavirus. A quel punto ho allertato il 118 ed i colleghi mi hanno trasportato subito nell’unità operativa complessa di Pneumologia dell’ospedale di Cosenza, dove sono rimasto ricoverato per un mese».

LA CONVALESCENZA La voce rotta da frammenti di ricordi. Quando “manca l’aria” a risentirne per prime sono le capacità psichiche. «Ho rischiato di finire in rianimazione, ma per fortuna non è andata così. Il Covid è una malattia maledetta, subdola, che attacca i polmoni in pochissimo tempo, causando la polmonite interstiziale. L’infezione è arrivata a intaccare il 90% della capacità polmonare».
Non riuscire a respirare è un’esperienza tremenda ed la memoria di quei giorni non si accantona in poco tempo, anche quando la si svanga. «Oggi mi sento meglio – dice ancora Sinibaldo Iemboli – anche se non ho ancora ripreso del tutto l’attività. Mi sento debole e col fiatone, ho avuto un calo ponderale di peso di 18 chili perché il virus è catabolico nei confronti delle proteine, “mangia” proteine. Pian piano ho ripreso 5 chili con una dieta appropriata».
Dopo la negativizzazione, al 25esimo giorno, la convalescenza «ha avuto momenti terribili». Quei momenti passati nel panico sono ancora troppo freschi. «Non riuscivo a respirare, ho pensato di morire, la mia mente era obnubilata, ero senza forze e con un’astenia marcata. Non avevo pienezza delle mie facoltà mentali perché quando non si respira – spiega ancora – tutto il corpo ne risente in maniera progressiva e con conseguenti alterazioni».

LA RINASCITA E LA BATTAGLIA AI “NO VAX” Averla scampata, comunque, lascia il segno, nelle membra e nella psiche. «Leggo delle reazioni dei “no vax” al vaccino somministrato in questi giorni e mi si accappona la pelle. Questa gente, come i complottisti e i negazionisti, il virus non l’ha affrontato, altrimenti cambierebbe subito idea. È gente che non ragiona. I miei colleghi medici e agli infermieri che non vogliono vaccinarsi, invece, li invito a cambiare mestiere perché non meritano di esserlo. Dovrebbero essere presi a calci – aggiunge senza mezze misure il dottor Iemboli – e poi espulsi dagli ordini professionali. Un operatore sanitario ha il dovere di proteggere sé stesso e gli altri, aborro quel tipo di ragionamento».
L’invito, ad ogni modo, è quello di «stare attenti e di non sottovalutare nulla. I medici non pecchino di superficialità perché questa è una malattia subdola, velenosa, che in poco tempo può condurre alla morte. Fino al 20esimo giorno dopo il vaccino, bisogna fare moltissima attenzione. Quando leggevo il bollettino nazionale e facevo attenzione al numero di decessi in Italia, pensavo che uno sarei potuto essere io».

«NON VEDO L’ORA DI TORNARE IN SERVIZIO» Quella di Iemboli, insomma, è una sorta di “crociata” contro il virus, dopo aver maturato un’«esperienza atroce fra la vita e la morte». Ma non ne rimarrà condizionato. «Chi come me ama questa professione, non vede l’ora di essere a disposizione nell’aiutare il proprio prossimo. Spero di rientrare in servizio con nonchalance, perché chi ama la medicina d’urgenza difficilmente la lascia». E quando tutto sarà passato, «mi auguro di poter essere ancora più utile donando il plasma superimmune».
Questa è la vita di un medico vero, di quelli che non badano al profitto, in una “mission” irrinunciabile. (l.latella@corrierecal.it)

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