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Da Rosarno alla Basilicata, la strategia dei "Diavoli" per riorganizzare la cosca di Policoro

Dalle carte dell’inchiesta “Faust” emergono i piani di Giuseppe “Pino” Pace, uomo del clan Pisano di Rosarno, per ristabilire le gerarchie e il narcotraffico in Lucania con i “Basilischi”. Document…

Pubblicato il: 20/01/2021 – 19:48
Da Rosarno alla Basilicata, la strategia dei "Diavoli" per riorganizzare la cosca di Policoro

di Giorgio Curcio
REGGIO CALABRIA
Battipaglia e la Campania, ma non solo. Gli affari legati al narcotraffico dei “Diavoli” di Rosarno, gestiti dal referente Giuseppe “Pino” Pace, si estendevano anche in Basilicata, territorio da oltre trent’anni strettamente connesso con le attività illecite delle cosche della ‘ndrangheta rosarnese, così come è emerso dall’inchiesta “Faust” condotta dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria guidata da Giovanni Bombardieri. È a Policoro e Scanzano Jonico che, in particolare, si concentravano gli affari della cosca, in ragione di un legame con il territorio risalente già agli anni ’80 e ’90 quando i fratelli Pace, insieme ad altri esponenti della potente cosca Pesce erano stati “confinati” a Policoro, dove – secondo le indagini – avevano continuato a delinquere, stringendo dei legami con esponenti della criminalità organizzata locale, così come era emerso già dall’operazione “Terra bruciata” coordinata dalla Procura di Potenza.
LA FIGURA DI DOMENICO PEPE’ Dopo la sua permanenza nella Piana del Sele (NE ABBIAMO PARLATO QUI) Pino Pace decide di trasferirsi stabilmente in Lucania, sfruttando al contempo non solo i legami del clan con le cosche locali, ma anche i contatti proficui già avviati da tempo da Domenico Pepè, noto come “Mastro Mimmo il muratore”, legato al boss Salvatore Pisano e tra i fermai dell’operazione Faust. «E’ venuto il “mastro” pure stamattina… niente è venuto a dirmi se avevo bisogno di qualcosa, che lui vediamo se deve fare la soletta nuova… che lui sta prendendo un lavoro a Policoro, non so dove ha detto…» riferisce Pace alla figlia Angela (anche lei tra gli arrestati) in una conversazione captata dagli inquirenti.
La figura di Domenico Pepè assume una grande rilevanza anche perché è lui che in più di un’occasione – come ricostruito nel corso delle indagini – si mette a disposizione di Pace per fornirgli ingenti quantitativi di droga, trasportandola direttamente a Battipaglia, impegnandosi ad effettuare la spedizione del rimanente carico a sua disposizione a favore di soggetti terzi. Ragioni che spingeranno lo stesso Pace a creare una sorta di “cintura di sicurezza” attorno a Pepè, favorendone la latitanza in seguito all’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale del Riesame di Reggio Calabria il 30 novembre 2017, curando insieme alla figlia Angela e gli altri sodali campani e lucani, i contatti e la comunicazione. In una conversazione captata dagli inquirenti l’11 dicembre del 2017, ad esempio, si comprende come il boss Salvatore Pisano fosse a conoscenza del favoreggiamento della latitanza di Pepè da parte di Pace.
«Era l’ideale per voi, nel senso bene, è una casa tutta in legno, stanza da letto, la stanza» racconta Pace a Pisano, descrivendo la location individuata per nascondere Pepè, nel b&b “Il Castagneto”, a Campagna, dove verrà individuato dai carabinieri la mattina del 20 dicembre 2017, insieme proprio a Pino Pace, denunciato per favoreggiamento.
nascondiglio Pepè
RIORGANIZZARE LA LOCALE LUCANA L’obiettivo, ambizioso, di Pace e del clan Pisano era però uno solo: riorganizzare la locale di Policoro-Scanzano, contraddistinta in quel periodo da una contrapposizione interna tra il “gruppo” di Policoro, capeggiato secondo gli inquirenti da Salvatore Scarcia (arrestato nell’operazione Faust), e quello di Scanzano Ionico, diretto, sempre secondo gli inquirenti, da Gerardo Schettino. Il primo è considerato il reggente dell’omonimo clan della criminalità organizzata locale, originario di Taranto e trasferitosi a Policoro negli anni settanta. Il secondo, invece, è un appuntato dei carabinieri (destituito) finito in carcere nell’ottobre del 2018, in seguito ad un’inchiesta condotta dalla Procura della Repubblica di Potenza, nella quale sarebbe emerso il suo ruolo di vertice dell’omonima cosca operante nell’area jonica della provincia di Matera.
ISOLARE IL CLAN DI SCANZANO Tra le due fazioni esisteva però una frattura emersa anche in occasione di una “ambasciata”, emersa in alcune intercettazioni, indirizzata da Filippo Solimando, considerato un elemento di spicco della cosca Abruzzese attiva tra Cassano allo Ionio e Corigliano Rossano, allo stesso Scarcia, con l’intento proprio di “isolare” il clan di Scanzano guidato dal rivale Schettino. Nel corso del discorso captato dagli inquirenti, Pace conferma la sua intenzione di affidare a Domenico Marino, secondo gli inquirenti un noto pregiudicato di Policoro legato alla criminalità organizzata e al “mandamento Tirrenico” della Provincia di Reggio Calabria, la leadership della nuova locale di ‘ndrangheta, mettendo al suo servizio la sua trentennale esperienza nella ‘ndrangheta e le sue amicizie, non solo con le consorterie mafiose calabresi, ma anche con le altre organizzazioni criminali di stampo mafioso operanti sul territorio nazionale, con particolare riferimento alla Campania. «ma io penso che ce la facciamo ad arrivare ad un punto giusto perché le condizioni ci sono, le persone ci sono (…) lui ha tutta la possibilità e la nostra disponibilità su tutto. Magari non arriviamo qua, arriviamo a Napoli, non arriviamo in Calabria arriviamo in Campania, cioè i punti ci sono».
L’ANOMALIA DEL “CARABINIERE” Isolare il boss di Scanzano sotto il profilo criminale, spiegano gli inquirenti, aveva favorito inevitabilmente l’inserimento nel circuito mafioso locale di Giuseppe Pace che, sfruttando anche il “peso” del fratello Domenico e quello di Rocco Pesce “il Pirata”, tenta di riorganizzare la locale in Basilicata con l’appoggio dei sodali storici e con il reclutamento di nuovi. Ma quando Pace cerca di prendere in mano le redini della locale lucana, si rende conto di alcune “anomalie”, prima fra tutte il potere assunto dall’ex carabiniere Gerardo Schettino a danno di Domenico Marino. «La cosa strana che.. che mi è venuta ..no all’orecchio che … che qui la responsabilità ce l’ha un ex carabiniere».
«Ho parlato con Salvatore Scarcia.. fino a stamattina ero con lui, ho detto: ragazzi ma qua….ma il mondo è cambiato» Pace ne parla anche con Scarcia. I due, con il placet di Solimando che era finito nel frattempo in carcere, convengono che da qual momento in poi la gestione della criminalità organizzata locale dovesse essere assunta da lui e da Marino. «quindi vuol dire che da oggi in poi qua ci sono io.. c’è Domenico però chi vuole date spiegazioni su tutti i punti di vista corrispondo io». Anche perché il fatto che sia un “carabiniere” a guidare la locale di ‘ndrangheta a Scanzano non va proprio giù a Pace, “scandalizzato” che il “carabiniere” fosse stato “battezzato” con il benestare della Provincia, precisando che gli ‘ndranghetisti che avevano favorito l’affiliazione del “carabiniere” avrebbero dovuto presto dargli conto della scelta quanto meno inusuale. «Questi di giù mi devono dare conto a me come fa uno di questi, di sapere che un Carabiniere, con la sua presenza, con la sua disponibilità, sta facendo queste cose…un Carabiniere stiamo parlando, eh!…Poi devono venire loro qua a chiarire la cosa».
L’APPOGGIO DI DOMENICO MARINO Tra i referenti locali c’era proprio Domenico Marino. È a lui, infatti, che Giuseppe Pace intendeva affidare la direzione della locale consorteria mafiosa, anche in virtù del forte legame con Mimmo Pepè, sostituendo la figura di Schettino il “carabiniere”. Uno dei primi incontri avviene il 21 dicembre 2017, quando Pace decide di sottrarsi all’attenzione degli investigatori che lo avevano sorpreso in compagnia del latitante, e decide dunque di trasferirsi a Policoro. «Quando vengo vediamo se possiamo trovare una casa in questa zona perché ormai là, almeno per un paio di mesi» spiega al telefono Pace allo stesso Marino. Secondo gli inquirenti, il trasferimento a Policoro era chiaramente funzionale ad avviare dei traffici illeciti, tant’è vero che Giuseppe Pace raccomandava al suo interlocutore la massima riservatezza.
LA BOMBA E LO “SCLERO” DI MARINO A delineare lo spessore criminale di Marino è una conversazione captata dagli inquirenti nel gennaio del 2018 quando quest’ultimo riferisce a Giuseppe Pace che il cognato del carabiniere, Domenico Porcelli, gli aveva chiesto una bomba tramite una terza persona ovvero proprio il figlio di Schettino. «Ma ieri ho pensato…vabbò mandami la pistola…dico…gli volevo dire a lui ” mandami la pistola, poi, dopo ti mando la bomba». Nel corso della telefonata lo stesso Marino riferisce a Pace di aver proposto una sorta di permuta. A preoccupare Marino, infatti, era apparire indipendente rispetto al suocero, il pluripregiudicato Mario Celico, e soprattuto la posizione del cognato, Marco Leone, sposato con sua sorella Maria Carmela e affiliato proprio con Schettino. I dubbi di Domenico Marino erano anche legati alle reali motivazioni legate alla richiesta della bomba, concludendo che verosimilmente il gruppo Schettino-Porcelli volesse in realtà capire se poteva ancora contare sul suo appoggio e se avesse la disponibilità di armi.
«Noi glielo diciamo, “che ti serve il Kalash…che dovete fare la guerra…che vuoi il Kalash…cose…a disposizione”… che noi ce l’abbiamo». L’invito di Giuseppe Pace era quello di ammettere a Porcelli che aveva la disponibilità di armi da guerra, chiedendogli se gli servisse anche un kalashnikov per fare una “guerra”. «Mo salgo sopra e lo butto giù dal balcone, ti giuro Pino mi era partito già lo sclero ieri, ho detto mo piglio il coltello e lo scanno come un cinghiale e lo butto giù ho detto senti, te lo giuro, mi era partito uno sclero Pino, ma uno sclero, ho detto vedi sto pezzo di merda, vuole mettermi alla prova, lui, un carabiniere vuole mettere alla prova a me capito, che cosa io…» (redazione@corrierecal.it)

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