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I fatti cancellano il fango su Paolo Pollichieni

I fatti sono ostinati. I nostri lettori ci scuseranno la citazione presa in prestito (era tra quelle che amava di più) da Paolo Pollichieni. La frase, però, si presta perfettamente a raccontare qu…

Pubblicato il: 14/02/2021 – 7:15
di Paola Militano
I fatti cancellano il fango su Paolo Pollichieni

I fatti sono ostinati. I nostri lettori ci scuseranno la citazione presa in prestito (era tra quelle che amava di più) da Paolo Pollichieni. La frase, però, si presta perfettamente a raccontare questa storia. Che è quella di un duplice tentativo di gettare fango su una persona che non c’è più, “pescando” un atto per condirlo con dubbi e insinuazioni. Non abbiamo mai avuto alcun tentennamento ma oggi ne abbiamo la certezza: Paolo Pollichieni non ha mai avvertito Giancarlo Pittelli dell’indagine a suo carico. Questo fatto, ostinato, smonta un teorema che sarebbe potuto non fiorire affatto. Sarebbe bastata qualche verifica e la pazienza di effettuarla. Qualcuno, evidentemente, non era interessato né all’una né all’altra.
Torniamo alla storia smontata dai fatti e alla sua divulgazione. È l’alba del 19 dicembre 2019 quando i militari del Ros si presentano alla porta di Giancarlo Pittelli. Ex parlamentare, massone, avvocato di grido, Pittelli è il principale indagato dell’inchiesta “Rinascita Scott”. Quella mattina finirà in carcere: vi rimarrà per mesi. Nelle sue dichiarazioni, stando a quanto verbalizzano gli investigatori, viene citato Paolo, venuto a mancare il 6 maggio 2019.
Rileggiamo le prime righe di quel verbale. «Avuto accesso ai locali dello studio, suddiviso su due livelli, e in particolare a quello personale di Giancarlo Pittelli, alle 6,45, questi ha inteso rendere spontanee dichiarazioni a favore dei sostituti procuratori Antonio De Bernardo e Andrea Mancuso, consegnando peraltro documentazione a sostegno delle proprie parole che verrà dettagliatamente elencata a seguire: “Ero a conoscenza da circa un anno (dicembre 2018) del fatto che dovevo essere arrestato, poiché mi disse questo il defunto giornalista Paolo Pollichieni”». Parole che impastano fango sull’ex direttore del Corriere della Calabria. Quel fango verrà ripreso e alimentato.
Il dubbio è senza alternative: possibile che Paolo Pollichieni avesse rivelato i contenuti di un’indagine delicatissima proprio al personaggio chiave dell’inchiesta, con il rischio di depotenziare un lavoro che ha portato la Dda di Catanzaro a incardinare il più grosso processo antimafia della storia recente? Il dubbio alimentato è insopportabile per chi conosceva Paolo. I suoi amici, gli ex colleghi, i collaboratori, sanno che non è vero.
Ma lasciare che quel dubbio aleggi conviene a molti. E conviene, forse, perché stende ombre inquietanti su tutta l’indagine “Rinascita-Scott”, insinuando che le maglie dell’inchiesta siano state ben più larghe di quanto in realtà non risulti dagli atti, nei quali lo stesso Pittelli e altri indagati mostrano fastidio per il modo in cui la Procura di Catanzaro era riuscita a blindare le informazioni chiave del procedimento. È un fatto, anche questo, che si coglie nelle intercettazioni, nelle conversazioni preoccupate dei “bersagli” della Dda, abituati (almeno alcuni) in passato a maneggiare informazioni di prima mano sfuggite (o carpite) dagli uffici giudiziari. Per tutta l’inchiesta “Rinascita Scott”, grazie alle blindature introdotte dal “metodo Gratteri”, acquisire informazioni diventa impossibile. La sola insinuazione del dubbio significa mettere in discussione quel nuovo metodo.
L’insinuazione conviene, evidentemente, anche a qualcun altro: per colpire la memoria di Paolo quando non può difendersi (fosse stato in vita avrebbero tremato persino a digitarne il nome sulla tastiera); per colpire, dopo averci provato in mille altri modi, la sua creatura, il Corriere della Calabria.
Un tentativo deliberato. Perché, con le dovute verifiche, il dubbio sparisce e diventa certezza, il fango svanisce: Paolo Pollichieni non ha mai detto a Pittelli che sarebbe stato arrestato. Questo fatto, ostinato, spazza il campo da ipotesi malevole. Ma c’è di più: era da mesi davanti agli occhi di chiunque volesse davvero arrivare alla verità. Dunque, delle due l’una: o si è agito con superficialità oppure si sono ignorate le verifiche effettuate per assecondare, più o meno consapevolmente, altri fini.
Non è questo il punto, almeno per ora. Per ora conta ristabilire la verità, cancellare le ombre da un giornalista di razza, da un uomo perbene. Cancellare quei dubbi insinuanti e farlo utilizzando la materia prima che Paolo amava di più: i fatti.

paola.militano@corrierecal.it

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