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la riflessione

«Sanità in Calabria, proviamo a pensarci»

Il continuo ripetersi di manifestazioni popolari guidate dai sindaci sulla richiesta di riapertura, come tali, di tanti ospedali calabresi ormai disattivati da tempo impone una profonda riflession…

Pubblicato il: 01/03/2021 – 17:50
di LINO PUZZONIA*
«Sanità in Calabria, proviamo a pensarci»

Il continuo ripetersi di manifestazioni popolari guidate dai sindaci sulla richiesta di riapertura, come tali, di tanti ospedali calabresi ormai disattivati da tempo impone una profonda riflessione e uno sguardo all’indietro sulla storia della sanità calabrese prima di commettere qualche nuovo errore che potrebbe rivelarsi definitivo per le prossime generazioni.
Ho il vizio di partire dal passato.
La rete di 41 ospedali in Calabria nacque negli anni settanta cercando di colmare il divario strutturale con le altre regioni e segnatamente con il Centro Nord che condizionava anche le risorse (risanamenti a piè di lista) che giungevano in Calabria. La realizzazione di questa rete è andata tuttavia svolgendosi in controtendenza rispetto a un fenomeno che è andato caratterizzando la medicina moderna a partire dalla metà degli anni ottanta.
Il progresso, che continua tuttora a ritmo incalzante, ha imposto che gli ospedali debbano essere luoghi di alta qualificazione professionale e tecnologica, a forte valenza multisciplinare e anche accoglienti dal punto di vista alberghiero.
Ne deriva la necessità della concentrazione delle attività ospedaliere in pochi centri di dimensioni adeguate e che ad essi ci si debba rivolgere in maniera appropriata (la chirurgia, le gravi patologie in fase acuta, l’emergenza, le terapie intensive, il parto) ricordando che il ricorso all’ospedale deve rappresentare l’eccezione e non la regola nell’esistenza delle persone.
Questo è possibile se le più comuni vicende sanitarie che caratterizzano le nostre vite (comprese le valutazioni specialistiche e tutte quelle diagnostiche) possono essere risolte in agili strutture territoriali, fortemente diffuse vicino alle case dei cittadini in quel contesto strutturale e funzionale che si va definendo “medicina di prossimità”
Una scelta di questo tipo va incontro alle esigenze di tutti i cittadini e rappresenta non solo un servizio completo ed efficiente ma uno strumento vero di promozione dei territori anche in termini economici e sociali.
Sulla base di tali considerazioni la gran parte delle regioni italiane ha proceduto gradualmente, a cavallo dei due secoli, a un progressivo ridimensionamento e alla concentrazione dei posti letto creando nel contempo una rete territoriale i cui vantaggi sono stati realizzati un po’ dovunque. In maniera ottimale solo in alcune realtà e in maniera più variegata in alcune altre. Quasi sempre però, io credo, cercando da parte della politica di mediare il consenso in maniera virtuosa puntando al coinvolgimento delle istituzioni locali e dei singoli cittadini.
In Calabria purtroppo le cose sono andate diversamente. Parallelamente al ridimensionamento dei posti letto in tutta Italia la politica calabrese ha scelto di adeguarsi alla diminuzione ma non alla concentrazione con il risultato di continuare ad avere tanti ospedali, sempre più piccoli, sempre più inutili, sempre più pericolosi. Esattamente il contrario di quelle caratteristiche di elevata qualificazione, di multidisciplinarietà e di dignitosa accoglienza cui ho prima accennato. Purtroppo però essi sono rimasti sempre più simboli farlocchi di promozione e prestigio territoriale su cui costruire fortune di sindaci, consiglieri e Presidenti della regione.
Ne è conseguito il progressivo calo dei servizi con i piccoli ospedali largamente sottoutilizzati e quelli più importanti oberati da prestazioni inappropriate e costretti a offrire tutte le prestazioni specialistiche e diagnostiche che sarebbero state facilmente ottenibili in un territorio diversamente organizzato. Pian piano l’attribuzione di risorse, sottostimate per molto tempo e la crescente emigrazione sanitaria senza sottacere gli sprechi della malagestione, della corruzione e delle infiltrazioni malavitose hanno condotto alla necessità, nel 2009, dell’imposizione del Piano di Rientro (PdR).
Subito dopo il PdR fu seguito da un Commissariamento, non imposto ma, di fatto, “richiesto” dal nuovo Presidente Scopelliti al malcelato scopo di detenere, con la funzione di Commissario allora affidata agli stessi Presidenti della GR, il controllo della sanità calabrese anche al di fuori della Giunta stessa e del Consiglio regionali. Questo primo periodo della gestione commissariale di Scopelliti fu caratterizzato dall’azione coraggiosa di “tagliare” una prima tranche di ospedali piccoli. Tale coraggiosa operazione tuttavia commise l’errore, clamoroso e fatale, di chiudere letteralmente tali ospedali che andavano invece immediatamente riconvertiti in quelle che oggi tendiamo, per intenderci, a chiamare “case della salute”. Bisognava infatti dimostrare a sindaci e cittadini che la chiusura dell’attività di degenza, migliorava la qualità, la quantità, la diversificazione delle prestazioni, rispetto a dei luoghi di ricovero con prestazioni, sì di degenza, ma limitate, ripetitive e, nel complesso, inutili. Gli ospedali chiusi e abbandonati sono stati spesso oggetto di progressiva dequalificazione strutturale e addirittura di saccheggio e sono diventati tristi simulacri di un fallimento.
Intanto l’esperienza Scopelliti si esauriva nel modo che conosciamo. Nella fase successive si sono susseguiti e intersecati diversi fenomeni politicamente mostruosi.
Innanzitutto il progressivo volgere dell’atteggiamento dei ministeri preposti al PdR tendente al recupero del deficit solo in termini finanziari senza alcun tentativo di razionalizzazione della spesa legata anche a un servizio migliore. Il facile sistema del taglio lineare della spesa per personale ne è stato il più eclatante risultato.
Poi l’inadeguatezza dei commissari. Il generale Pezzi e, in seguito, il Generale Cotticelli, credo non abbiano proprio compreso cosa dovessero fare e come mai si trovassero in Calabria.
Infine il contenzioso tra la Giunta regionale e l’unico commissario, l’Ing. Scura, che, forte di una qualche esperienza in sanità, aveva avviato, sia pure con limiti, errori e valutazioni approssimative un percorso virtuoso. Il Presidente Oliverio reclamava invece con passionalità l’assegnazione del Commissariamento senza però sostenerla con una proposta organica di riforma della sanità calabrese e che invece è stata sempre sorretta solo da una rivendicazione di principio, forse condivisibile ,ma oggettivamente debole. La timida azione di risanamento di Scura è stata quindi non solo priva dell’appoggio della Regione ma forse, in qualche misura, sabotata.
Intanto dopo un decennio di commissariamento il deficit finanziario sale specialmente a causa dell’emigrazione sanitaria con una mobilità passiva che ormai supera i trecento milioni all’anno.
Si arriva così alle vicende più recenti. Il nuovo ministro della sanità comprende forse che è necessario un cambio di uomini e di percorsi nella sanità calabrese. Probabilmente, per evitare traumatici cambiamenti, esita a sostituire immediatamente il Commissario Cotticelli ma invia in Calabria su due importanti aziende e per un periodo su tre il dott. Zuccatelli. Oggettivante Zuccatelli ha un curriculum tale da essere l’uomo giusto al posto giusto e se ne vedono rapidamente alcuni risultati importanti nelle due Aziende ospedaliere catanzaresi.
Purtroppo questi risultati e anche le intenzioni di Zuccatelli, fatte balenare durante l’esperienza all’Asp di Cosenza, mettono in allarme tutti i poteri forti con interessi nella sanità calabrese. Quando il ministro Speranza, convinto finalmente da una intervista televisiva al gen. Cotticelli, decide la nomina di Zuccatelli a Commissario regionale scatta il blitz che era stato probabilmente accuratamente preparato e conservato da diversi mesi. Spero di non incorrere in una immaginazione complottistica ma la insulsa, moralistica reazione di tanta parte dell’opinione pubblica calabrese (spero che almeno qualcuno stia ancora recitando un mea culpa) convince, non me ne voglia Speranza, il debole ministro a fare marcia indietro e a completare l’intervento in Calabria delle forze di Polizia della Repubblica con il pur ottimo prefetto Longo, certamente esperto di affermazione della legalità (che in Calabria ovviamente non guasta) ma che, a distanza già di un po’ di tempo, fatica a trovare una squadra e una visione strategica.
In questo clima rigurgitano e premono sul Commissario le spinte campanilistiche dei territori che chiedono la riapertura degli ospedali dismessi come luogo di ricovero, spinte alimentate dalla facile suggestione delle immagini del TG3 che mostrano sindaci con la fascia, associazioni di pazienti, comitati spontanei che, ahimè, perlopiù inconsapevolmente, chiedono di operare una scelta tragica per la Calabria. Quel che è peggio è che molti esponenti politici in carica e più ancora quelli che intendono candidarsi ai vari livelli del potere regionale assecondano questa richiesta, disperata ma populistica, senza affrontare l’idea della creazione di un “sistema di sanità” che la Calabria non ha mai avuto.
Certo è più difficile elaborare un sistema complessivo specialmente quando si ignora o si vuole ignorare, per motivi che mi sfuggono, che le proposte ci sono da parte di tanti tecnici.
La politica dovrebbe avere il ruolo di parlare ai territori, ai sindaci, ai cittadini e a conquistare il loro voto e la loro fiducia su proposte virtuose proponendo un cambio di passo culturale prima ancora che tecnico. Purtroppo dire che si riapre e, meglio ancora, che non si chiudono i tanti ospedali che ancora dovrebbero essere riconvertiti, è enormemente più facile e immediato di una proposta di sistema mentre le elezioni incombono l’11 aprile o a giugno o a ottobre.
E tuttavia io vorrei sommessamente suggerire alla politica calabrese uno scatto d’orgoglio.
La sanità non è soltanto il più importante capitolo del bilancio e dell’attività della Regione, essa è anche, senza retorica, il terreno su cui si gioca la vita e la morte, il disagio e la sofferenza o il benessere e la dignità di tutti i cittadini.
Una volta tanto proviamo a pensarci!

*medico

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