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«Il Gruppo Lobello ha scelto la ‘ndrangheta come strategia imprenditoriale» – VIDEO

L’inchiesta raccontata dagli inquirenti. Gratteri: «Inseguiamo le imprese mentre mutano pelle per sfuggire alle indagini». L’aggiunto Capomolla: «Contatto diretto tra imprenditori e clan Arena». Vi…

Pubblicato il: 11/03/2021 – 12:14
di Alessia Truzzolillo
«Il Gruppo Lobello ha scelto la ‘ndrangheta come strategia imprenditoriale» – VIDEO

CATANZARO «Questa indagine vede coinvolto il mondo delle imprese che si relazionano in modo diretto con famiglie di ‘ndrangheta come i Mazzagatti di Oppido Mamertina e gli Arena di Isola Capo Rizzuto. Decine di imprese che noi inseguiamo mentre loro mutano pelle nel corso degli anni per non farsi raggiungere sul piano delle misure di prevenzione, sul piano delle interdittive antimafia e poi sul piano penale. Ma questa volta la Guardia di finanza è stata più brava e più veloce ed è riuscita, grazie a questa indagine, a dimostrare come queste ditte, muovendosi con la complicità delle famiglie di ‘ndrangheta abbiano potuto essere dominanti rispetto ad altre imprese per bene, che rispettano le regole dello Stato, pensando così di riuscire a saturare il mercato nel mondo degli appalti sia pubblici che privati. Sono molto soddisfatto del lavoro svolto dal mio ufficio e dalla Guardia di finanza». Questo il commento del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri nel corso della conferenza stampa dedicata all’operazione “Coccodrillo” che vede coinvolta l’impresa di costruzioni Lobello costituita dagli imprenditori Antonio, Giuseppe e Daniele Lobello, i quali – raggiunti nel 2016 da interdittiva antimafia – attraverso un sistema di intestazione fittizia di beni avevano realizzato un sistema di società formalmente intestate a terzi ma controllate da loro al fine di sottrarre il proprio patrimonio aziendale all’adozione di prevedibili misure di prevenzione. 

Rapporto diretto con le cosche

«Il gruppo ha scelto la ‘ndrangheta come strategia imprenditoriale – ha detto il procuratore vicario Vincenzo Capomolla –. Negli ultimi 15 anni ha posto in essere rapporti con i gruppi criminali catanzaresi e della provincia di Reggio Calabria. Si tratta di rapporti diretti con esponenti apicali delle cosche da parte di Antonio Lobello e suo figlio Giuseppe per assicurarsi gli appalti e la tranquillità sui cantieri». Il gruppo ha gestito anche lavori sui macrolotti della 106 con forniture monopolistiche del calcestruzzo fornito dall’impresa Lobello e dall’impresa riconducibile al clan Mazzagatti.
Per le opere pubbliche e private nel territorio di Catanzaro è stato fondamentale l’apporto dato alla cosca dagli Arena di Isola Capo Rizzuto. «Ogni iniziativa – ha aggiunto Capomolla – passava attraverso il contatto diretto di questi imprenditori con la cosca. Basti pensare che sono stati registrati incontri tra Giuseppe Lobello e Nicolino Grande Aracri, boss della provincia criminale di Cutro. L’imprenditore si è recato nella tavernetta del boss per risolvere anche problemi legati alla quotidianità, ad esempio piccoli danneggiamenti. Così come si è rivolto alla cosca Arena per comprendere il perché del danneggiamento a un’autovettura. Il rapporto con le cosche garantiva ai Lobello di avere anche quell’alone sul territorio che rendeva riconoscibile l’imprenditore come colui alle cui spalle si trovavano cosche criminali di notevole importanza e pericolosità».

La riscossione delle estorsioni sui cantieri

Il rapporto dei Lobello con le cosche era così diretto, spiega il colonello Carmine Virno, che era lo stesso Giuseppe Lobello a riscuotere le estorsioni della cosca Arena sui cantieri, per impedire che soggetti riconducibili al clan si aggirassero e venissero notati nei cantieri. «Giuseppe Lobello raccoglieva per la cosca, faceva da collettore – spiega Virno – allo stesso tempo la cosca ha preso 25 appalti pubblici per mezzo dell’azienda. I Lobello gestivano tutto ma si affidavano anche ai parenti, come i cognati, mettendoli a capo delle aziende». Le ditte venivano schermate con dei prestanome e alla consegna dei lavori venivano registrate una serie incredibile di passaggi di denaro tra la ditta che aveva vinto l’appalto e i Lobello.

«Se ti devo licenziare i soldi li cacci tu»

Il potere intimidatorio che suscitavano i Lobello, riconosciuti vicini alle cosche, era tale che si allargava anche ai rapporti con i dipendenti. Un operaio è stato costretto a licenziarsi affinché l’azienda non sborsasse, se lo avesse licenziato, il risarcimento previsto dalla legge Fornero. «Se ti devo licenziare io i 1.500 euro li cacci tu», è stato detto al povero dipendente.

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