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Recovery, Veltri: «Abbiamo il dovere di utilizzare al meglio le risorse»

Il capo legislativo del ministero del Sud, amanteano, è tra i 15 super funzionari chiamati alla regia del Piano del Governo

Pubblicato il: 09/04/2021 – 7:30
di Roberto De Santo
Recovery, Veltri: «Abbiamo il dovere di utilizzare al meglio le risorse»

CATANZARO «È una partita storica per la Calabria e per l’intero Sud per colmare il divario. Per questo occorre centrare gli obiettivi e vincere la sfida che l’Europa ci ha posto davanti». Giulio Veltri, classe 1967, capo legislativo del ministero del Sud, è tra i 15 super funzionari del team che dovrà gestire – una volta licenziato – il Recovery plan italiano. Consigliere di Stato – attualmente componente della III sezione giurisdizionale che si occupa di sanità, informative antimafia, armi, immigrazione, nonché componente dell’Adunanza Plenaria (organo di vertice della giustizia amministrativa con funzioni nomofilattiche) – Veltri ha una conoscenza decisamente profonda della macchina amministrativa pubblica: tra i ruoli ricoperti in passato quelli di capo legislativo del ministero dello Sviluppo economico, di consigliere giuridico dell’Autorità di regolazione dei Trasporti e di Agcom, di componente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, di componente del Tribunale superiore delle acque pubbliche. Esperienza e preparazione sul campo che pongono il 54enne originario di Amantea, nel Cosentino, nelle condizioni migliori per interpretare al meglio quelle che sono le esigenze del territorio in vista della stagione che si è aperta con il Piano europeo della Next generation Eu sfruttando le risorse non solo del Recovery fund. Non a caso, appunto, Mara Carfagna (foto in basso) ha pensato a lui per quella “pesante” delega al ministero del Sud.

Il piano nazionale di ripresa e resilienza rappresenta forse l’ultimo treno per invertire la direzione di marcia sulla strada del declino in cui sembra essersi incanalata l’economia del Sud e della Calabria negli ultimi decenni. Su quali assi portanti si dovrà scommettere per far recuperare il gap rispetto agli altri territori?
«La ministra Carfagna ha usato poche e semplici parole che meglio di ogni altra cosa esprimono, sia la certezza che davanti a noi c’è un’occasione storica, sia, al contempo, un monito che richiama tutti alle proprie responsabilità in considerazione dell’irripetibilità di questa occasione: “Ora o mai più!”. La grande quantità di risorse che l’Unione ha reso disponibile è probabilmente sufficiente a colmare il divario, ma se non sarà spesa bene e presto, a servizio di obiettivi duraturi che possano tradursi in occupazione, innalzamento della quantità e qualità dei servizi pubblici essenziali, infrastrutturazione anche sociale e tecnologica, l’occasione potrebbe tramutarsi in una definitiva condanna all’arretratezza».

L’Europa chiede all’Italia maggiore equità territoriale. Che tradotto significa garantire a tutti i cittadini parità di accesso a servizi pubblici e garanzie per ottenere risposte. Eppure in Calabria la sanità, per citare un esempio, continua a registrare disparità. Come si potrà rimediare a questa disuguaglianza utilizzando le risorse del Recovery?
«La diseguaglianza dinanzi ai servizi essenziali è inaccettabile e costituisce la radice di tutti i problemi (spopolamento, migrazione sanitaria, fuga dei cervelli etc,) essendo ragionevole che i cittadini tendano a vivere, a studiare, lavorare o curarsi nei territori in cui i livelli delle prestazioni sociali sono più elevati. Sul piano tecnico le posso dire che lo Stato questo lo ha compreso nel lontano 2001, tanto da scrivere in Costituzione che le proprie leggi devono determinare i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) concernenti i diritti civili e sociali che “devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”. Poi però non ha dato seguito a questo proposito, a causa, soprattutto, dell’insufficienza delle risorse finanziarie. In ciò sta la causa principale del divario Nord-Sud. Ora le risorse finanziarie ci sono e il ministero del Sud assieme all’intero Governo ha messo i Lep in cima alla sua agenda politica».


Sono in tanti ad invocare maggiori somme per la Calabria ed il Mezzogiorno nella ridistribuzione dei fondi del complessivo piano Next generation Eu. Ma la recente storia ha insegnato che non è stata finora questione di quantità di risorse il problema più grande per mettere in moto l’economia calabrese. Secondo lei cosa è mancato finora?
«Lei dice bene. È sufficiente dare un’occhiata al portale web “Opencoesione” per rendersi conto di quante risorse sono sino ad ora giunte al Sud, e in particolare alla Calabria, dall’Europa. E tuttavia dall’analisi dei dati emerge un’inaccettabile lentezza e inefficienza nella gestione, o per dirla in termini tecnici, una bassa capacità di assorbimento delle risorse. È sinora mancata la giusta organizzazione ma è soprattutto mancato un metodo. Occorre considerare che nei prossimi 6 anni il Sud avrà a disposizione non solo una congrua quota parte dei fondi del Recovery, sulla cui esatta quantificazione occorre ancora lavorare, ma anche fondi strutturali per circa 43 miliardi (destinati per circa il 75% al Mezzogiorno), cui si associa il cofinanziamento nazionale (attualmente sono stanziati 39 miliardi) e le somme del Fondo di coesione e sviluppo (circa 50 miliardi, di cui l’80% è destinato al Sud). A tutto questo si aggiunge la coda della programmazione 2014/2020. Trattasi, dunque di una mole di risorse finanziarie senza precedenti. Il nodo risiede dunque nell’innalzare la capacità di assorbimento, sfruttando la lezione dal passato e intervenendo sulle criticità».

E dunque cosa occorrerà fare per evitare che si commettano quegli errori?
«L’indicazione arriva direttamente dall’Unione europea: occorre un metodo che ponga sopra ogni cosa gli obiettivi che si intendono raggiungere attraverso l’opera o l’intervento programmato. E gli obiettivi devono essere misurabili e monitorabili. Attenzione però. L’obiettivo non è l’opera in sé, ma lo sviluppo che quell’opera è in grado di apportare alle collettività locali. Di questo devono essere consapevoli non solo le Regioni ma anche i Comuni, che bisogna coinvolgere sin da subito. La selezione di 2.800 figure, specialiste nella gestione di fondi strutturali, da porre al servizio delle amministrazioni del Sud è una prima mossa utile a stimolare questo processo di coinvolgimento. Ne abbiamo allo studio altre, che si ispirano all’idea di fondo secondo la quale occorre spingere sulla progettazione e sui tempi di atterraggio delle risorse, per usare un neologismo».

Gli imprenditori calabresi, ma anche i semplici cittadini, lamentano una macchina amministrativa che procede troppo lentamente rispetto alle esigenze del mercato. Cosa occorrerebbe fare per velocizzare le procedure e cosa intende fare su questo terreno il Governo?
«È un tema non solo meridionale. Le raccomandazioni della Commissione europea e il regolamento istitutivo del Next generation Ue ripetono, come un mantra, che occorre semplificare e velocizzare i procedimenti amministrativi. Tuttavia l’Italia è il Paese che a furia di emanare norme di semplificazione ha messo su una mole di fonti normative che persino i giuristi fanno fatica a rincorrere. In realtà occorrerebbe puntare su un ristretto novero di principi e criteri cardine innovativi e moderni, e prestare maggiore attuazione alla fase di implementazione delle norme, che è fatta di valutazioni, formazione, comunicazione, condivisione di prassi operative. Cambiare norme senza comprendere perché quelle vecchie hanno fallito, o peggio, senza aver dato il tempo all’amministrazione di metabolizzarle, è un esercizio vano e dannoso».

C’è anche una questione di fiducia nelle istituzioni che sta vacillando tra la popolazione e il sistema imprenditoriale calabrese. Come restituire credibilità nello Stato?
«Non c’è altra via che lo Stato. Se lo Stato oggi non è credibile occorre lavorare tutti perché esso ritorni ad esserlo. Tutti intendo, dirigenti pubblici, imprenditori, lavoratori, studenti, associazioni. Come Calamadrei insegna: lo “Stato siamo noi” e solo con la partecipazione collettiva e solidale alla vita politica un popolo può tornare padrone di sé».

E poi esiste la mano morta della ‘ndrangheta. Una presenza asfissiante che ha inciso non poco sul mancato sviluppo della Calabria. Come evitare che possa entrare anche nella gestione degli interventi da programmare con le risorse del Recovery?
«La prevenzione della corruzione e dell’infiltrazione criminale nell’economia è una precondizione assoluta. Le Procure faranno il loro compito, ma esistono forme più avanzate di prevenzione che impediscono in radice l’ingresso dell’impresa mafiosa nel mondo degli appalti. Mi riferisco soprattutto alle informative antimafia rimesse alla competenza delle Prefetture. Occorre da un lato stipulare i protocolli necessari affinché la normativa antimafia abbia massima efficacia anche nei rapporti tra privati e dall’altro potenziare il personale delle Prefetture in modo che l’istruttoria sia il più possibile celere ma anche approfondita».

Esiste una classe politica calabrese che nel tempo ha dimostrato molti limiti nella capacità di compiere scelte vere finalizzate a far decollare l’economia locale. Cosa si sente di consigliare a chi si appresta a governare la Calabria?
«Non compete a me. Io sono un tecnico. Chiunque si candidi a governare, l’importante è che sia consapevole della grande responsabilità che assume nei confronti delle prossimi generazioni. Una responsabilità che non ha precedenti. Dunque, visione ma anche competenze».

Lei che conosce molto bene il territorio essendoci nato, come immagina il futuro della Calabria? «Un futuro fatto di turismo, di start up innovative, di storia, di eccellenze enogastronomiche, in cui chi nasce ha la certezza di poter crescere e di poter investire i propri saperi, senza sentirsi precario o in transito. Non è utopia. È ciò che l’Europa vuole ed è ciò che l’Italia non può non desiderare, non solo per il Sud ma per se stessa». (r.desanto@corrierecal.it)

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