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«Recovery: “Io e te, Meridione, dobbiamo parlarci…»

di Romano Pitaro

Pubblicato il: 02/05/2021 – 20:19
di romano pitaro
«Recovery: “Io e te, Meridione, dobbiamo parlarci…»

Da un lato evoca il “libro dei sogni”, che per farselo piacere non va neppure interpretato come gradirebbe Freud, perché la politica senza sogni è miserabile. E dall’altro, la pirandelliana recitazione a soggetto che va in scena, con tratti marcati, anche in Calabria. Nel senso che ogni politico ubbidisce unicamente alle sue inclinazioni, non essendoci, al tempo della politica sfrattata dalla stanza dei bottoni, un copione cogente cui uniformarsi. E cosi, invece di rispondere alla provocazione di Draghi (“Le risorse saranno sempre poche se nessuno le usa”), spiegando cosa si sta facendo, hic et nunc, per irrobustire la pubblica amministrazione meridionale, scalcinata specie per la programmazione e l’utilizzo della spesa, si reclama, per il Sud, non il 40 ma il 60 e il 70% delle risorse destinate alla ricostruzione economica nazionale. E’ come il tizio a cui si chiede “dove vai?” e lui ribatte “porto pesce!” Omettendo di rammentare che il sottosviluppo che affligge il Sud non è dovuto solo ad uno storico deficit di investimenti pubblici, ma è imputabile a classi dirigenti evanescenti che hanno curato solo carriere immeritate. E all’insipienza progettuale, organizzativa e burocratica che ha corrotto l’utilizzo produttivo delle risorse con la complicità dello Stato e del sistema imprenditoriale pubblico e privato. “Io e te, Meridione, dobbiamo parlarci una volta, da soli, senza raccontarci fantasie…”, scandisce il verso di una poesia di Franco Costabile. E qual è la verità che non si vuol vedere? Che i soldi del Pnrr, sic stantbus rebus, tanti come mai dal dopoguerra, saranno amministrati da chi sa come metterli a valore. Mentre il mediocre teatrino della politica calabrese blatera sciocchezze, le aree forti, lobby, interessi organizzati e speculatori d’ogni risma, sono già al lavoro con studi di progettazione ben rodati e strutture burocratiche dinamiche e moderne. Dov’è tutto questo armamentario tecnico in Calabria, al punto da indurre taluni a chiedere il 70% del fondo europeo? Ciò di cui disponiamo è la vanagloria di politici che senz’arte né parte nei think tank del Paese che decidono le strategie economiche, ostentano distintivi parlamentari e melense note stampa a cui l’establishment non presta nessuna attenzione. Il Recovery Plan è sogno (indispensabile per non sprofondare in una congiuntura tragica) e,insieme, polemica politica virulenta sulla gestione delle ingenti somme. E’ un libro dei sogni che entusiasma per le sue linee guida, i richiami allo sviluppo sostenibile, alla transizione ecologica e per gli auspici a ridurre i divari territoriali che rendono l’Italia un’anatra zoppa in Europa. Insomma: una suggestione culturale, un “dover essere” kantiano. Ma il Recovery soprattutto sarà un’imponente macchina organizzativa che dovrà spendere in sei anni 222 miliardi di euro. Se le risorse realizzeranno i sogni lo vedremo, ma la storia insegna che quasi mai accade, anzi spesso si tramutano in incubi. L’enfasi che si riserva alla spesa per il Mezzogiorno è utile per riempire il vuoto di idee delle sue classi dirigenti. In generale, se guardiamo all’incasinamento della pubblica amministrazione – specie al Sud – o alle lacune della giustizia (travi nell’occhio del Paese che se non rimosse vanificheranno i proponimenti europei), c’è poco da essere ottimisti. D’altronde, l’utilizzazione delle risorse, con uno Stato inefficiente, è indubbio che sarà appannaggio di chi dispone di un’organizzazione collaudata. Ai paladini calabresi che vorrebbero per il Sud il 50 e il 70 % delle risorse del Recovery, ci sarebbe da chiedere se hanno contezza dello sbrindellato sistema – Calabria. In Giunta regionale la mano destra non sa quel che fa la sinistra. Soprattutto nell’imminenza del voto d’ottobre. Al più, sul dossier europeo, sono state affastellate 130 schede progettuali (per 10 miliardi circa) predisposte dai Dipartimenti e spedite a Roma. Amen! E il Consiglio regionale? Un micro mondo a sé culturalmente amorfo, senz’anima e con una burocrazia autoreferenziale che, in cambio di stipendi d’oro, colleziona pessime performance legislative. Se questo è oggi il volto della Regione e delle sue strutture portanti, in cui prevale il vecchio gioco delle parti fondato sulla gestione delle risorse per foraggiare il clientelismo e sulla conventio ad exludendum di ogni innovazione radicale tesa al bene comune, qual è la speranza che il Recovery possa togliere la Calabria dalle secche? E in questo vuoto politico riempito da personaggi che spiccano per insipienza conclamata, deficit etico e nessuna attitudine alla buona gestione della cosa pubblica, come si potrà impedire che la ‘ndrangheta fagociti le risorse che affluiranno con la persuasione della violenza e le molteplici complicità affaristiche e che svolga, come unico puparo, la funzione di assemblare, orientandoli a suo piacimento, mezzi e strumenti amministrativi, risorse, relazioni burocratiche, i politici senza politica e la confusionaria e conflittuale rete di decisori pubblici?

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