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botta e risposta

Rinascita Scott, frecciate e battute al vetriolo tra legale e pentito. «Stilo lo sentivo come uno della cosca»

Nei giorni scorsi il controesame il collaboratore di giustizia. «Mi chiese di recitare il ruolo del malato. Avevano preparato tutto lui e mio padre»

Pubblicato il: 06/06/2021 – 7:17
di Alessia Truzzolillo
Rinascita Scott, frecciate e battute al vetriolo tra legale e pentito. «Stilo lo sentivo come uno della cosca»

LAMEZIA TERME Battute, frecciate reciproche acide e piccate che hanno costretto, in più di una occasione, il presidente del collegio giudicante, Brigida Cavasino, a intervenire per riportare nei rispettivi ruoli l’avvocato Pietro Chiodo e il collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, figlio di Pantaleone Mancuso alias “L’ingegnere”.
Il 25 maggio scorso è letteralmente andato in scena, nel corso del processo Rinascita-Scott, un interrogatorio al vetriolo tra uno dei legali dell’imputato Francesco Stilo – accusato di concorso esterno in associazione mafiosa perché avrebbe messo la professione di avvocato a disposizione, in maniera illecita, delle cosche Mancuso, Lo Bianco-Barba, Pardea Ranisi, Fiarè-Razionale-Gasparro e Accorinti – ed Emanuele Mancuso che nelle settimane precedenti aveva reso dichiarazioni, esaminato dall’accusa, anche riguardo al ruolo di Stilo rispetto ai rapporti che questi aveva stretto con la propria famiglia e in particolare col padre, Pantaleone Mancuso detto “L’ingegnere”.
Tra l’altro, per tutto il tempo, l’interrogatorio è stato condotto in tandem da Chiodo e dal suo assistito Stilo il quale, prima di ogni domanda, sussurrava all’orecchio del proprio legale. Un particolare che non è sfuggito allo stesso collaboratore che, a un certo punto, ha chiesto con voce ironica a Chiodo: «Avvocato mi faccia fare direttamente le domande dall’avvocato Stilo». Non l’avesse mai detto. «Io posso consultarmi  con il collega – risponde Chiodo –. La difesa personale è addirittura migliore di quella processuale».
Il giudice interviene ad ammortizzare la situazione invitando l’avvocato a limitarsi a fare le domande e il collaboratore a rispondere.
L’avvocato è difficile a placarsi: «Deve venire il pentito a dirmi quello che devo fare…».
A questo punto Mancuso specifica, rivolgendosi al presidente del collegio giudicante: «Presidente, siccome si accavallano le voci io non capisco chi è delle due (voci, ndr) che mi vuole fare la domanda». 

«Lo vedevo come un soggetto appartenente alla cosca»

Emanuele Mancuso afferma di non avere letto le carte dell’indagine Rinascita-Scott, che lo riguardano anche come imputato. «Ho già dichiarato – dice – che appena è arrivato l’avviso ex 415 bis io l’ho bruciato subito. Perché non potevo tenere tutte quelle carte in cella. Non le ho nemmeno lette».
«Non ha letto l’ordinanza?», chiede l’avvocato Chiodo
«Mica io sono stato attinto da occ (ordinanza di custodia cautelare, ndr)», fa notare il collaboratore.
«Giusto per capire se aveva avuto modo di visionare i fascicoli relativi all’avvocato Stilo», dice Chiodo.
«A me poco importa dell’avvocato Stilo sinceramente – risponde Mancuso –. Io gli voglio bene. Con me si è sempre comportato da cristianuni, a verità».
«Cioè, ha sempre cercato di fare onestamente il suo lavoro l’avvocato Stilo, no?», dice Chiodo.
«Questo non spetta a me giudicarlo. C’è un Tribunale che lo giudica. Io posso solo raccontare le cose di cui sono a conoscenza».
«Ho capito ma tutto sommato Stilo ha fatto l’avvocato. Che cosa doveva fare?», chiede il legale.
Il dialogo surreale viene interrotto dal giudice Brigida Cavasino: «Avvocato che domanda è?». Il legale riprende: «Le risulta che Stilo abbia fatto l’avvocato anche correttamente? Con suo padre con tutti quelli che ha difeso? Cioè questo le risulta?»
«Guardi, io conosco tanti avvocati. Ad esempio un avvocato che io ritengo che faccia solo l’avvocato è l’avvocato Brancia. Una persona serissima, distinta, che traccia veramente una linea di demarcazione. L’avvocato Stilo io lo vedevo come un soggetto appartenente alla cosca e a disposizione totale della cosca. Qualunque cosa lui te la faceva. Un certificato falso? Prendere in giro il Tribunale. Lui lo faceva. Tranquillamente».

«Non cerchiamo di scaricare la colpa sugli altri»

Nel corso dell’esame condotto davanti ai magistrati della Dda Emanuele Mancuso aveva affermato che l’avvocato Stilo, per farlo uscire dal carcere, gli avrebbe chiesto di recitare il ruolo del malato. «All’epoca – dice il collaboratore – due operatori di polizia penitenziaria, mentre io ero a Vibo mi dissero: “Ha mandato una imbasciata tuo papà di nominare a Stilo”. Poi Stilo mi disse di recitare che stavo male. Però io non sapevo come dovevo recitare. Non sapevo nemmeno cosa dovevo recitare. Avevano preparato tutto lui e mio padre».
«Era presente qualche altro avvocato quando si parlava della recitazione?», domanda Chiodo.
«Che io ricordo solo Stilo avevo. Era Stilo che tesseva i rapporti con mio papà», dice Mancuso.
«È sicuro che era Stilo l’avvocato?», insiste Chiodo.
«A me le guardie mi dissero di nominare Stilo e io feci nominare Stilo».
Ma Chiodo insiste: «E l’altro avvocato chi era? Era per caso l’avvocato Mario Bagnato? Bagnato era a conoscenza della presunta recitazione che lei doveva fare?».
«Avvocato, io non ho mezzi termini – risponde Mancuso –. L’avvocato Bagnato a me non si è mai permesso di dirmi né di dire una cosa né di dirne un’altra. Tant’è che a Lecce lui mi ha detto: “Confessa”. Quindi non cerchiamo di scaricare la colpa sugli altri. È stato Stilo a dirmi di recitare».
«Io le sto chiedendo solo se lei è a conoscenza del fatto che l’avvocato Bagnato è a conoscenza di questa recitazione», insiste Chiodo.
«A me Stilo me lo ha detto. Stilo me lo ha detto. Poi quando sono tornato a casa ricordo che Stilo parlava con mio padre», risponde Mancuso.
Chiodo non molla: «Ma Bagnato ne era a conoscenza?»
«Ma io che ne so. Stilo me lo ha detto», taglia corto il collaboratore.

Il fascicolo di indagine

Tra le varie dichiarazione che Emanuele Mancuso ha reso in sede di esame vi è il fatto che Stilo avrebbe portato a casa dei Mancuso un fascicolo di indagine che riguardava il giovane Emanuele. Un’indagine che avrebbe dovuto essere coperta da segreto istruttorio, e della quale poi non si seppe più nulla, contenente intercettazioni e riguardante il reato di associazione mafiosa.
«In merito a quel fascicolo che Stilo avrebbe portato in visione a vostro padre – domanda Chiodo – conteneva delle intercettazioni?»
«Sì – dice Mancuso –. Però io all’epoca non avevo la nomina dell’avvocato Stilo e lui mi ha portato lo stesso il fascicolo per farmelo visionare. Mi ha detto: “Stai attento che sei intercettato e sei indagato per 416bis”. Mi ha messo in guardia visto che io non avevo avuto nessun avviso di garanzia. Era a disposizione della famiglia e mi portò l’atto».
«Eh va bene – ribatte Chiodo –. Difendeva suo padre. Era a disposizione nel senso che si impegnava a difendere suo padre. Non è che… poverino… che faceva… difendeva suo padre…».
«Ma lì l’imputato ero io – dice il collaboratore –. C’era scritto Emanuele Mancuso e lui mi ha passato un’informazione che non doveva essere a mia conoscenza».
Mancuso dice che le intercettazioni si riferivano a soggetti intranei alla cosca Mancuso: i Piccolo.
«Oltre ai Piccolo ricorda qualcuno? Per esempio suo zio Diego Mancuso?», chiede l’avvocato.
«No».
«Per esempio Pantaleone Mancuso, figlio di Diego, soprannominato “The red”?», domanda l’avvocato, ma una voce gli bisbiglia all’orecchio e il legale corregge il tiro: «Scusate – dice Chiodo – Domenico Mancuso»
«Assolutamente no», ribatte Emanuele Mancuso.
«Ricorda Pantaleone Mancuso, detto Vetrinetta?»
«Assolutamente no».
«Mancuso Antonio…»
«Avvocato le chiarisco subito la vicenda – lo blocca il collaboratore –. Il fascicolo (venne portato, ndr) non perché mi difendeva ma perché è attitudine dell’avvocato Stilo di relazionarsi così con gli ‘ndranghetisti, soprattutto con la cosca Mancuso. Era di casa, punto».
Chiodo insiste: «Ricorda Mancuso Antonio classe ’38?»
«In quel fascicolo – ribatte il collaboratore – non c’era. Poi se lui ha difeso o faceva trattative con la mia famiglia…»
«Ricorda Mancuso Giuseppe figlio di Pantaleone?»
«In quel fascicolo no. Quel fascicolo trattava i Piccolo e me».
«E che si diceva in queste intercettazioni?», chiede l’avvocato
«Droga e imbasciate da portare a mio padre al panificio che era la base logistica. Lui sapeva (si riferisce a Stilo, ndr) e ci ha avvertito, avvocato, è inutile nasconderci dietro un dito. Come faccio ad avere queste informazioni se non ho avuto nessun avviso di garanzia?».
«Si parlava di droga o di fatti di mafia in particolare?», chiede Pietro Chiodo.
«Io ricordo di me – risponde Mancuso – che riguardava soprattutto la droga. Ma le imbasciate che dovevano arrivare a mio padre erano fatti di ‘ndrangheta».
«Ricorda il contenuto di queste imbasciate?»
«Ricordo soprattutto che i Piccolo dicevano che le imbasciate dovevano essere lasciate al panificio».
«Quindi alla fine sempre fatti di droga…»
«No, no – afferma Mancuso –. I Piccolo sono il braccio armato della cosca. Non posso ricordare a distanza di 13 anni il contenuto di queste imbasciate».

«Che male c’è in un bicchierino di vino»

Nel corso dell’interrogatorio l’avvocato ha chiesto se tra gli avvocati che avrebbero fornito informazioni in ordine all’operazione “Saggio compagno” e “Acero” vi era l’avvocato Stilo.
«No», risponde Mancuso.
«Vi era lo Stilo tra gli avvocati che portavano notizie per il Commisso?», continua Chiodo
«Io parlo delle cose che riguardano me. Stilo quando veniva si appartava con mio padre, mangiavano, si ubriacavano, perché non c’era solo un avvocato che si ubriacava con mio padre, ce n’erano parecchi, bevevano, uscivano e andavano a fare le cose loro…». (In seguito, in sede di dichiarazioni spontanee, fra le varie cose, l’avvocato Stilo affermerà di essere astemio).
«Vabbè – commenta l’avvocato Chiodo – non c’è niente di male che si ubriacavano, si bevevano un bicchierino di vino…».
«Nessuno lo mette in dubbio – dice Mancuso –. Quando io andavo a Tropea e lui abitava in un piccolo locale con una signora, io e lui ci fermavamo sempre a parlare. Ma io Stilo lo sentivo come un membro della cosca a tutti gli effetti. Cioè, era uno a disposizione. Uno che qualunque cosa gli chiedevi si metteva a disposizione, lecita ma soprattutto illecita». 

Gli investimenti proposti all'”Ingegnere”

Al termine dell’interrogatorio l’avvocato chiede due cose: quando è stata l’ultima volta che Francesco Stilo e Pantaleone Mancuso “L’ingegnere” si sono visti e quali altri illeciti l’imputato avrebbe compiuto per conto della cosca.
«Non ricordo la data dell’ultimo incontro – dice Mancuso –. Io ricordo solo la mia famiglia tanto dispiaciuta del fatto che l’avvocato aveva avuto un incidente. Ricordo che con Stilo ci vedevamo pure a Tropea e passeggiavamo insieme».
Per quanto riguarda le altre azioni attraverso le quali si sarebbe manifestata la disponibilità di Stilo per la cosca, Mancuso ricorda: «È venuto a casa mia a chiedere a mio padre di fare investimenti per terreni e villaggi con imprenditori russi, inglesi per l’acquisto di villaggi e di terreni. E mio padre gli disse di andare da Antonio Mancuso e da “Vetrinetta” (Pantaleone Mancuso alias “Vetrinetta”, ndr)».
«Di queste cose ha già parlato, sono cose che non esistono», commenta l’avvocato Chiodo.
Di nuovo gli animi si scaldano nasce un nuovo alterco, di nuovo deve intervenire il presidente del collegio.
«Lei non è riuscito a indicare – insiste Chiodo – con chi avrebbe dovuto mettersi in contatto suo padre. Tutte cose assolutamente generiche».
Ancora il giudice: «Avvocato si limiti a fare le domande. Non deve fare i commenti avvocato».
Chiodo chiede quali altri atti illeciti abbia compiuto Stilo.
«Un avvocato che si rivolge a uno ‘ndranghetista come mio padre per fare gli investimenti per lei è lecito? Per me è illecito. Tant’è che è stato smistato da andare da “Vetrinetta” e da Antonio Mancuso. Altre cose illecite? A casa mia si diceva che si era messo a disposizione dei Cuturello per fargli ottenere una patente presso un Tribunale. Era a disposizione di tutta la famiglia» 
Il legale insiste, chiede di conoscere altri fatti che dimostrino la messa a disposizione di Stilo per la cosca Mancuso.
Emanuele Mancuso non si prende bene con l’avvocato: «Avvocato, lei ha i mezzi. Chiami mio padre a deporre e gli chieda».
«Ma il pentito è lei».
«Non si sa mai», risponde il collaboratore.
Per l’ennesima volta deve intervenire il giudice Cavasino a far scendere i toni.
«Per citare un altro caso – dice infine Mancuso – un giorno eravamo presso il Tribunale di Vibo e Stilo mi disse: “Fammi la nomina che ti aggiusto io il processo. Revoca il tuo avvocato, metti me che io ho amicizie importanti e ti faccio buttare assolto”. Era solito fare questo. Disse che aveva un’intima amicizia con un giudice che trattava quel giorno un mio procedimento». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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