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Eriksen e Felice Natalino, dai problemi al cuore alla nuova vita: «Sfortunato, ma sono ancora qui»

L’ex promessa dell’Inter, originario di Lamezia, costretto a lasciare il calcio per una cardiomiopatia, oggi è un osservatore dei nerazzurri

Pubblicato il: 25/06/2021 – 11:42
Eriksen e Felice Natalino, dai problemi al cuore alla nuova vita: «Sfortunato, ma sono ancora qui»

LAMEZIA TERME «Dopo che rischi la vita non ci pensi nemmeno a giocare, pensi solo che sei stato fortunato». È il racconto di Felice Natalino, calciatore originario di Lamezia Terme, ex difensore e stella nascente dell’Inter ma costretto a fermarsi e a lasciare il calcio nel 2013 per via della cardiomiopatia aritmogena, la stessa malattia che portò alla morte Piermario Morosini. Quanto successo al campione danese Christian Eriksen, crollato a terra durante il match di Euro 2020 contro la Finlandia per un arresto cardiaco, ha inevitabilmente riacceso i riflettori sul tema e sulle affinità tra la sua storia e quella del calciatore lametino, intervistato da “Il Foglio”.

«Se l’è vista brutta»

«Ognuno – dice – fa quello che vuole, ma se capisce davvero quello che gli è successo, credo ci penserà due volte prima di tornare in campo. La moglie sicuramente gli dirà di smettere». «Lui era morto e poi è rinato. Io – racconta Natalino – ho avuto un attacco simile al suo, ma ero già in ospedale: l’hanno prevenuto. A lui il cuore si era fermato, e non è detto che debba ripartire. Ho visto le immagini, ho pensato che se l’è vista davvero brutta».

Una nuova vita

Felice Natalino ora ha 29 anni e, dopo l’addio al calcio, ha dovuto reinventarsi la carriera e una nuova vita, anche grazie all’Inter che non lo ha mai lasciato solo. «Tu – racconta a Il Foglio – immagina un ragazzo che a vent’anni deve smettere: se non hai una famiglia che ti aiuta è dura, ma se ti trovi abbandonato dal club è ancora più dura. Io nel 2013 ho smesso, nel 2014 ho iniziato a fare l’osservatore. Ringrazierò per sempre Ausilio e gli altri. Non ho sentito l’abbandono».
Eppure lasciare il calcio non è stato facile. All’inizio, proprio come Eriksen in questi giorni, aveva pensato di non smettere, di andare all’estero perché qui in Italia non è possibile giocare a calcio con un defibrillatore impiantato nel petto. «All’inizio – racconta – ci avevo pensato, ero convinto. La vedevo come una questione burocratica. Ma non avevo avuto una crisi, mi allenavo da solo, normalmente. Poi la situazione è peggiorata. Dopo che rischi la vita non ci pensi nemmeno a giocare, pensi solo che sei stato fortunato». «È come un salvavita, funziona quando serve. Immaginatevi di mettere le dita nella presa elettrica e di prendere una scossa. Solo che io la sento nel petto».
Felice Natalino ora è un osservatore dell’Inter, si occupa quindi dello scouting di nuovi giovani talentuosi. «È una responsabilità, giocare ad alto livello non è facile e dare una possibilità è sempre bello. Sto in un ambiente sano, felice, sereno. Non poteva essere meglio di così. E poi c’è l’Acadamy Lamezia, l’aveva fondata il mio papà. Dopo che ho smesso di giocare abbiamo deciso di fare il salto di qualità. Abbiamo anche l’affiliazione con l’Inter. Per il resto faccio una vita tranquilla, poca attività. Prima del Covid andavo in palestra, qualche partitella con gli amici a calcetto. Ma con il Covid si è fermato tutto».

Sfortuna e destino

E quando si parla di destino e di fortuna, Natalino ha le idee chiare: «La mia è una malattia degenerativa, più vai sotto stress e più c’è il rischio di peggiorare. Ho preferito fermarmi. Sono stato sfortunato? Sì. Se uno vede le percentuali, rientro in quelle basse. Ma vedo il bicchiere mezzo pieno, perché sono qui, e posso vivere». «Al destino – racconta ancora – non ci ho mai pensato, quello bisogna crearselo da soli. Credo molto nella fortuna e nella sfortuna, che sono quelle che poi indirizzano il destino». Anche se in questo momento, con la Nazionale impegnata ad Euro 2020, il pensiero c’è: «Vedi quelli che erano i tuoi compagni che sono in campo. Ho giocato con Verratti, eravamo in Nazionale insieme. E poi Jorginho al Verona, Florenzi al Crotone. Un po’ rosico, ma non sono invidioso. Penso: forse potevo esserci anche io. Poi non è detto. Magari sarei finito in Serie C. Ma sono io che mi sento in debito col calcio, sono io che devo restituire qualcosa. Spero che ci si possa dimenticare della mia storia, e che ci si possa ricordare di Felice Natalino per altro».

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