Ultimo aggiornamento alle 8:58
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 7 minuti
Cambia colore:
 

la manifestazione

Gli “invisibili” della Piana: «Nostre morti rimosse dalla memoria collettiva» – FOTO E INTERVISTE

Flai Cgil porta in Piazza i braccianti agricoli. La prefettura accoglie le richieste. «Su questa manifestazione lo spettro di Camarda e Adil»

Pubblicato il: 28/06/2021 – 17:22
di Francesco Donnici
Gli “invisibili” della Piana: «Nostre morti rimosse dalla memoria collettiva» – FOTO E INTERVISTE

REGGIO CALABRIA «Lo spettro di Camarda Fantamadi aleggiava in questa manifestazione. Così come quello di Adil Belakhdim, che è stato ucciso da un altro lavoratore. Dobbiamo augurarci che questo non avvenga più. Qui nella Piana di Gioia Tauro abbiamo registrato troppe morti. Troppe».
Jean-René Bilongo è responsabile dell’Osservatorio “Placido Rizzotto”, che cura l’annuale rapporto “Agromafie”, e rappresentante di Flai Cgil Nazionale. C’è anche lui ad accompagnare le decine di braccianti agricoli che da San Ferdinando, Rosarno, Taurianova, Rizziconi e tutti gli altri insediamenti sparsi per la Piana di Gioia Tauro sono partiti nella mattinata di questo 28 giugno per manifestare a Reggio Calabria. Poco prima delle 9 i pullman arrivano sul lungomare. La risposta è stata oltre le previsioni e qualcuno dei ragazzi deve raggiungere gli altri in treno.
Molti hanno una maglietta con su scritto “Gli invisibili delle campagne di raccolta”. Quegli stessi che assumono sembianza e nome solo quando è troppo tardi.
Nella Piana di Gioia Tauro ce ne sono a centinaia, si intercambiano e rinnovano all’interno di un ciclo che pare essere divenuto perpetuo, anno dopo anno, in concomitanza con l’inizio e la fine della stagione di raccolta agrumicola.
«Per favore, ditelo. Così non è possibile andare avanti», dice uno dei braccianti in Piazza. Le loro richieste sono sempre le stesse: abbreviare il più possibile i tempi per l’accesso ai documenti evitando di dover avere una sfilza di rinnovi provvisori. Dignità delle condizioni abitative e lavorative, diritto alla salute garantito. «Sappiamo che in Italia c’è bisogno di braccianti. Non chiediamo più di quello che viene dato, ma di poterlo fare regolarmente e con dignità».
La pandemia ha squarciato il velo dell’ipocrisia di chi sostiene che dei braccianti non abbiamo bisogno. La prima ondata ha dimostrato che senza il loro lavoro l’intero comparto agricolo – e non solo – è destinato a collassare. Il futuro si traduce invece nei dati divulgati dall’Istituto Cattaneo, secondo cui avremo un lavoratore ogni quattro pensionati e la nostra economia imploderà. Ci sarà quindi ancor più bisogno di importare manodopera, ma soprattutto di leggi che possano garantire una regolarità contributiva del lavoro prestato.

Bilongo: «Due-tre anni per un permesso di soggiorno»

Nella provincia di Brindisi, nemmeno una settimana fa, Camarda Fantamadi era in sella alla sua bici quando si è sentito male. È morto di lavoro, si dirà. Perché lavorare nei campi con queste temperature, per decine di ore al giorno senza mai fermarsi, richiede ritmi inumani. Sulla sua bici era anche Gassama Gora, giovane investito lo scorso dicembre nel tragitto che collega i campi della Piana di Gioia Tauro alla zona industriale. L’elenco è lungo. Troppo lungo. La manifestazione odierna non è la reazione al singolo evento, sul quale troppo spesso i riflettori si accendono e spengono in un battito di ciglia: è la denuncia di un problema strutturale (e, nelle Piana, ultratrentennale).
«Chi si ricorda di quel giovane Ivoriano morto in quell’agrumeto con le cesoie conficcate in gola? – aggiunge Jean-René Bilongo – Sono vicende macabre, rimosse dalla memoria. Dobbiamo creare le condizioni per prevenire queste conseguenze letali. Non possiamo rassegnarci a un andazzo del genere. Non si può lasciare un pezzo di umanità così, abbandonato, come se non esistesse».
La richiesta principale, come spesso, è quella di permessi di soggiorno. «Abbiamo pratiche dai tempi “tartarugheschi”. – dice il rappresentante di Flai Cgil – Parliamo di due o tre anni. Non c’è procedimento amministrativo che duri tre anni e non ci sono leggi che si possono invocare per giustificare questa situazione. La stessa legge dice che il permesso di soggiorno va rilasciato entro 20 giorni, cosa che nella realtà non si è mai vista. Queste persone lavorano, lasciarle senza permesso di soggiorno significa consegnarle di fatto nelle mani dei caporali».

Tumori: un nuovo campanello d’allarme

Non bastasse il Covid, che – come recita l’VIII rapporto “Terragiusta” di Medu pubblicato lo scorso 19 giugno – «ha reso dirompenti problematiche rimaste per anni irrisolte», altri problemi potrebbero legarsi alle precarie condizioni di vita e lavoro dei braccianti. «Si registrano i primi casi di tumore», dice Bilongo. «Abbiamo fatto una previsione in base alla quale, lasciare le persone in quelle condizioni avrà un costo elevatissimo sulla collettività perché quei casi di tumori saranno presi in carico dal Sistema sanitario regionale». Le cause, in astratto, potrebbero essere molteplici: «L’immersione lavorativa nei pesticidi di cui alcuni sono vietati; vivere nelle casupole e nelle baracche di cui alcune sono coperte di amianto crea rischi reali. Ecco perché vanno smantellati i ghetti con delle proposte alternative di accoglienza dignitosa. Non è una questione di mansuetudine: è una questione di buon senso e di garanzia della dignità di ciascuno di noi. Nient’altro».

Logiacco: «Diritti per non rendere i lavoratori ricattabili»

«Questa manifestazione nasce da una serie di richieste che portiamo avanti da tempo». Celeste Logiacco, segretario Cgil della Piana di Gioia Tauro con delega all’immigrazione, segue quotidianamente le vicende e le vite dei braccianti della Piana. Oggi in Piazza c’è anche lei. «Stamattina donne e uomini, lavoratori e lavoratrici, sono scesi in Piazza davanti alla prefettura per chiedere di ricevere i permessi di soggiorno in minore tempo. Ricevere il permesso di soggiorno è importante perché senza sono ricattabili, ancor più da quei datori di lavoro che vogliono sfruttare la manodopera a basso costo».
Tema dibattuto è quello dei vaccini. Alcuni degli stanziali sono scettici sulla volontà di acconsentire a ricevere il siero, ma consapevoli che non è un dovere, bensì un diritto, che come tale deve essere garantito a tutti. «Abbiamo chiesto che la piattaforma regionale venga modificata affinché sia possibile prenotarsi pur in assenza del codice fiscale», dice Logiacco.
«Altra questione – aggiunge – riguarda la rivendicazione di una accoglienza dignitosa, nella Piana totalmente assente. Come la situazione nella vecchia tendopoli che gradualmente si è trasformata in una nuova baraccopoli. All’interno ci sono ancora trecento persone che vivono in condizioni di assoluto degrado e in condizioni disumane. Tutto questo non riguarda solo la tendopoli, ma anche il campo containers, e gli insediamenti informali come contrada Russo a Taurianova».

Il confronto con la prefettura: presto un comitato territoriale sull’immigrazione

Dopo l’arrivo nella piazza reggina, una delegazione di cinque lavoratori accompagnati dai rappresentati sindacali, hanno avuto un incontro in prefettura per presentare le loro richieste, accolte dal rappresentante governativo sul territorio, Massimo Mariani
«Abbiamo trovato apertura dalle Istituzioni. – dice Logiacco – Abbiamo messo su un percorso da fare insieme. Abbiamo raccolto tutte le istanze rimaste ferme e a breve avremo un incontro con la questura per superare queste difficoltà». Altro impegno strappato al prefetto è quello di convocare un “Comitato territoriale sull’immigrazione” entro la metà di luglio. Si discuterà delle condizioni negli insediamenti attualmente tutti abitati – non era mai successo in questo periodo dell’anno – con 300 unità censite nell’area tendopoli, circa duecento nel campo container di contrada “Testa dell’acqua” e diverse decine a contrada Russo. «Ci ritroviamo a denunciare delle condizioni che durano da molto tempo. Da quel momento in poi, numerose sono state le attività per affrontare la questione in termini emergenziali. Ora non possiamo più parlare di emergenza seppure siamo in un momento di pandemia. La questione va affrontata in modo strutturale affinché non ci sia più la creazione di ulteriori ghetti».
«Le condizioni di lavoro devono essere collegate con quelle dell’accoglienza – conclude Logiacco – mancano i trasporti e per questo c’è bisogno di fare ricorso al caporale trasportatore. In quelle condizioni, soprattutto fuori dai contesti abitativi, non si può parlare assolutamente di integrazione». (redazione@corrierecal.it)

Argomenti
Categorie collegate

Corriere della Calabria - Notizie calabresi
Corriere delle Calabria è una testata giornalistica di News&Com S.r.l ©2012-. Tutti i diritti riservati.
P.IVA. 03199620794, Via del Mare, 65/3 S.Eufemia, Lamezia Terme (CZ)
Iscrizione tribunale di Lamezia Terme 5/2011 - Direttore responsabile Paola Militano
Effettua una ricerca sul Corriere delle Calabria
Design: cfweb

x

x