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«Graziato perché era in auto con sua figlia». Il clan aveva condannato il «bancomat della ‘ndrangheta»

I propositi di vendetta dopo la scomparsa di Nicola Lo Bianco. «Sparì per un debito di droga da 200 milioni. Ma credemmo a Ferrante»

Pubblicato il: 07/07/2021 – 6:57
di Pablo Petrasso
«Graziato perché era in auto con sua figlia». Il clan aveva condannato il «bancomat della ‘ndrangheta»

VIBO VALENTIA La scomparsa di Nicola Lo Bianco è uno dei casi aperti nel racconto criminale della mala vibonese. Un buco nero nella ricostruzione di un tempo di faide sanguinose, in cui la vita valeva poco o nulla. Sono tante le verità emerse dalle dichiarazioni dei pentiti negli ultimi anni. Bartolomeo Arena, collaboratore di giustizia legato alle cosche di Vibo Valentia, offre una versione dei fatti appresa da Antonio Grillo, alias Totò Mazzeo, membro del clan Lo Bianco-Barba morto nel 2018.
La sua è una storia che spiega bene quanto sia sottile la differenza tra vivere e morire in terra di mafia. E coinvolge Gianfranco Ferrante, il cui ruolo come «Banca d’Italia della ‘ndrangheta» è già stato evidenziato nel processo Rinascita Scott dal pentito Andrea Mantella. Ferrante sarebbe «un broker che dava soldi e la rete d’usura era così vasta che lui era una specie di Banca d’Italia della ‘ndrangheta», ripete più volte l’ex boss.
Arena, in sostanza, traccia lo stesso profilo: «Si presta a corrispondere denaro ai criminali del territorio, come se si trattasse di un bancomat». Attorno al “Cin cin bar” di Vibo Valentia si incrociano cosche e si saldano patti. Ferrante, che del bar è il gestore, ha – secondo Arena – un rapporto molto stretto con la famiglia Mancuso: «Si adoperava in tutto per i Mancuso, ricevendo denaro da questi ultimi al fine di ripulirlo e di concederlo in prestito a tassi usurari». È un rapporto, questo, che andrebbe avanti fin dagli anni 80, quando l’imprenditore «gestiva un ristorante nella zona di Vena di Ionadi e fu da quel momento che nacque un forte amicizia» con gli uomini del clan di Limbadi, «amicizia che poi si è consolidata con il passare del tempo».

La condanna a morte

Davanti al sangue versato, però, non ci sono protezioni che reggano. E nei giorni del lutto per la scomparsa di Nicola Lo Bianco («nell’anno 1996, se non vado errato»), «che si protrasse per circa un mese», i sodali della cosca ragionano sul da farsi. Antonio Grillo, in quel periodo agli arresti domiciliari, confida ad Arena «che, a suo avviso, la “carretta gliela aveva tirata Gianfranco Ferrante” e che, quindi, doveva essere il primo a essere ucciso». Il compito di uccidere viene assegnato proprio ad Arena: «Iniziai a seguire Ferrante – racconta il pentito ai magistrati della Dda di Catanzaro – per capirne le abitudini. Ricordo che una volta, mentre si trovava alla guida della propria autovettura (una Alfa Romeo grigia di grossa cilindrata), mi ero avvicinato al finestrino per fare fuoco. Tuttavia, avendo notato la presenza della figlia, abbandonai il proposito e andai via». È così labile il confine: passa tra una condanna a morte decretata al termine di un processo sommario e la mano del killer che si ferma quanto il suo sguardo incrocia quello di una bambina.

«Un debito di 200 milioni per una partita di cocaina»

Il giorno dopo, il «bancomat della ‘ndrangheta» sarebbe andato da Grillo per chiedergli, «piangendo, se fosse necessario che lui abbandonasse la città, con la famiglia, in quanto ritenuto ingiustamente coinvolto nella scomparsa di Lo Bianco». Arena ascolta la conversazione da un’altra stanza e poi, assieme all’amico, arriva alla conclusione «che, probabilmente, Ferrante era innocente e non c’entrava nulla con quella scomparsa».
È soltanto dopo quell’episodio che la cosca apprende nuovi dettagli sulla scomparsa di Nicola Lo Bianco. «Ho saputo, poi, da Grillo – spiega Arena – che Nicola Lo Bianco era stato ucciso (mi disse che lo avevamo perso per sempre, sebbene fosse stato tenuto in vita per un paio di giorni) e che la causa dell’omicidio era collegata a un debito di 200 milioni di lire per l’acquisto della cocaina, che Lo Bianco non aveva saldato con il broker Domenico Campisi», narcos ucciso nel 2011 in un agguato lungo la strada provinciale nei pressi di Nicotera.

«Per uccidere Lo Bianco serviva un ordine dall’alto»

I dubbi su Ferrante sarebbero stati alimentati, secondo il pentito, «da due circostanze che si incrociavano: il rapporto stretto che questi vantava con Lo Bianco, che, come accade in ogni scomparsa, è un elemento che caratterizza sempre la posizione di uno degli autori; dall’altro lato, Ferrante era vicino a Mancuso, ai quali era affiliati Campisi». «D’altro canto – sintetizza il collaboratore di giustizia – per uccidere un soggetto che si trovava nella posizione di Nicola Lo Bianco, figlio del boss Carmelo Lo Bianco, alias Sicarro, non poteva che esserci stata la previa autorizzazione di qualcuno che rivestisse un ruolo di rilievo nella criminalità organizzata». Insomma, l’ordine non poteva essere partito direttamente da Campisi. Chi lo abbia impartito è ancora un mistero. (p.petrasso@corrierecal.it)

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