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Le ambizioni e le violenze del nipote del boss. «Se in Calabria ammazzi uno per droga, sei sputtanato»

Carmelo Cimarosa progettava di scindersi dalla “Nasone-Gaietti” col benestare di “San Luca”. «A Scilla dovranno dare tutti conto a noi!»

Pubblicato il: 15/07/2021 – 19:42
di Francesco Donnici
Le ambizioni e le violenze del nipote del boss. «Se in Calabria ammazzi uno per droga, sei sputtanato»

REGGIO CALABRIA L’indagine “Lampetra”, avente ad oggetto le attività della ‘ndrina “Nasone-Gaietti” di Scilla, prende le mosse dal ritrovamento di 212 di grammi di “marijuana” nel gennaio 2019. Un comune sequestro di stupefacente, almeno all’apparenza: la sostanza era stata occultata nella vegetazione in un fondo nelle vicinanze di un‘abitazione. La quantità non era tale da far presagire l’ombra di una vera e propria struttura associativa di tipo ‘ndranghetista.
Quelle centinaia di grammi di stupefacente appartenevano a Silvio Emanuele, Francesco e soprattutto Carmelo Cimarosa. I tre risultano tra i 24 nomi confluiti nell’inchiesta della Dda di Reggio Calabria, 19 dei quali sono risultati, nella mattinata di questo 15 luglio, destinatari di misura cautelare.
Nello specifico, Carmelo Cimarosa, classe 86, unitamente allo zio Angelo Carina, classe 67, avrebbe gestito «una rete di “spacciatori” al dettaglio e fornitori all’ingrosso operante nell’alveo della ‘ndrina “Nasone-Gaietti”, che oltre al comune di Scilla estende la sua operatività anche in alcuni centri limitrofi e fuori regione, come testimoniano le diverse località teatro degli odierni arresti.

Antonio Carina, «il mentore criminale» di Cimarosa

Carmelo Cimarosa è il nipote di Virgilio Giuseppe Nasone, «da sempre operante sul territorio di Scilla» ed accreditato da cosche storiche come gli Alvaro di Sinopoli. Anche in questo senso si spiega la presenza tra gli indagati di un’altra figura chiave, Antonio Alvaro, classe 81, fornitore di Cimarosa che si premurava di distribuire lo stupefacente – direttamente o attraverso la sua rete – sui territori di Scilla, Villa San Giovanni e Bagnara Calabra. Tra le diverse figure oggetto di “Lampetra”, Carmelo Cimarosa colpisce per la sua ambizione che lo porta a ipotizzare un piano “scissionista” rispetto agli anziani della cosca – ai quali rinfacciava il fatto di essere tenuto meno in considerazione rispetto agli «estranei» («qualche letame (riferito ai parenti, ndr) ha tirato più per quelli dei lidi»)  – ma anche il carattere irruento e l’attitudine alla violenza emersa in diversi dialoghi intercettati dai militari che hanno condotto le indagini.
Il suo «punto di riferimento» è appunto Antonio Carina, zio di parte materna. Una parentela che, secondo gli inquirenti, accredita Cimarosa all’interno del clan. Carina viene definito come «una sorta di mentore criminale al quale il giovane si rivolgeva per ricevere indicazioni operative ed ottenere l’autorizzazione al compimento delle azioni delittuose più rilevanti». Tanto che in una conversazione col cugino Cosimo Gaietti, Cimarosa definisce lo zio «unica guida tra gli anziani» coi quali il giovane dimostra di non avere un buonissimo rapporto. «Se devo cercare un consiglio, è normale che vado a chiederglielo a mio zio».  

«Tra vent’anni a Scilla devono dare tutti conto a noi!»

Anche per questo, Carmelo Cimarosa guarda avanti. Scrivono gli inquirenti: «Forte della sua intraprendenza criminale, dichiarava che comunque era riuscito a farsi strada e già si prefigurava il momento in cui, scalzati gli anziani del sodalizio, insieme ai suoi giovani sodali avrebbe potuto assumere il definitivo controllo del territorio».
In una conversazione del dicembre 2019 si sente Cimarosa dire ad Alvaro: «E noi … ora che noi stiamo uscendo al largo, ah? (…) ma a noi non ci interessa perché noi siamo giovani e loro vanno ad invecchiare. E tra altri venti anni a Scilla ci devono dare conto tutti a noi! Pure il padre eterno».  
Secondo la Dda, l’assunto «disvela le prospettive di crescita criminale» dell’indagato. Ma vi è di più.
Cimarosa sente proprio il bisogno di staccarsi dalla “famiglia” per portare avanti un progetto tutto suo «in grado di assumere il controllo mafioso dell’area scillese».
«Allora – si sente in un’altra conversazione con Cosimo Gaietti – io quando capiterà di parlare là…a San Luca…alla commissione, lo sai che gli dico? Io appartengo alla famiglia Nasone! (…) Io voglio la mia famiglia gli dirò, i Cimarosa Carina…io non appartengo…inc… Se loro diranno sì, non potranno fare niente..inc…io sono la mia famiglia a parte, hai capito?»

La scarcerazione di Francesco Nasone

Un evento che, secondo Cimarosa, avrebbe giocato a favore del suo piano, era la scarcerazione del cugino Francesco Nasone, condannato per 416-bis nel processo “Alba di Scilla”.
«Era però sottinteso – scrivono gli inquirenti – che il nuovo corso dell’associazione avrebbe dovuto prevedere una più solidale ripartizione degli illeciti guadagni». E infatti, Carmelo Cimarosa ha già le idee chiare: «Io posso andare, quando esce mio cugino a dargli una mano, attenzione! Però che non pensi che mangia lui e i suoi, questo non lo deve pensare neanche…(…) Già uno gli divide i patti (…) O mangiamo tutti…

«Se in Calabria ammazzi uno per droga, sei sputtanato da tutte le parti»

La caratura criminale acquisita nel tempo da Cimarosa, secondo gli inquirenti, era dovuta anche un «generalizzato ricorso alla violenza» della quale si avvaleva spesso, tanto da venire ripreso più volte dallo stesso zio, Antonio Carini. Di fatti, la violenza doveva essere «esercitata nei limiti in cui era consentita dal galateo della ‘ndrangheta ed in modo da non incorrere nella perdita del “rispetto della famiglia”». Emblematica è una conversazione dell’8 aprile 2020 dove lo stesso Cimarosa spiega alcune dinamiche di cui bisogna tenere conto nello svolgere questo tipo di attività.
«Appena tu ammazzi qualcuno per droga in Calabria, sei sputtanato da tutte le parti!» dice al cugino Cosimo Gaietti. «Ti cacciano tutti, lo sai? Appena tu…inc…qualcuno per droga, non ti rispetta più nessuno della famiglia, nessuno!» Per «ammazzare un altro», secondo il presunto esponente del sodalizio, è necessario ci siano determinate condizioni. Nella fattispecie, i due discutono del progetto omicidiario nei confronti di Giuseppe Fulco per vicende connesse al traffico di sostanze illegali. Una causa che secondo Cimarosa non giustificava quel gesto: «Tu lo devi ammazzare se lui viene ad accenderti la macchina» esemplifica al cugino spiegando cosa, secondo lui, legittimerebbe un omicidio. In mancanza di queste condizioni, l’esecutore materiale del fatto dovrebbe allontanarsi da Scilla temendo pesanti ripercussioni per il resto della sua vita. In ogni caso, quale che fosse il problema, rimarca Cimarosa: «Te lo risolvi tu sennò sei un infame». Il riferimento era legato all’assunto secondo cui «coi Carabinieri non si parla mai di nessuna cosa, pure se a te ti ammazzano tutta la famiglia e tu sai chi è stato». (redazione@corrierecal.it)

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