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«Disastro Aspromonte. La lezione di Corrado Alvaro»

«L’Aspromonte non ha pace. Due incendi rischiano di attanagliare in una morsa tutta l’area sommitale che si estende attorno al Montalto: uno sulla destra idrografica della Bonamico, in territorio …

Pubblicato il: 19/08/2021 – 8:54
di Francesco Bevilacqua*
«Disastro Aspromonte. La lezione di Corrado Alvaro»

«L’Aspromonte non ha pace. Due incendi rischiano di attanagliare in una morsa tutta l’area sommitale che si estende attorno al Montalto: uno sulla destra idrografica della Bonamico, in territorio di San Luca; l’altro nelle alte valli dell’Amendolea e del San Leo, nei comuni di Roccaforte del Greco, Roghudi e Africo. Sarà, comunque, il più grave disastro ecologico (e non solo) che la Calabria moderna ricordi.
È ormai chiaro che le mani degli incendiari e quelle di chi ha sulla coscienza ritardi e omissioni hanno un solo obiettivo: cancellare il modello economico, sociale e culturale che avevamo faticosamente costruito: noi che non viviamo stabilmente sulla montagna ma che a partire dagli anni ’80 del secolo scorso abbiamo riabilitato e fatto conoscere l’Aspromonte, e, nello stesso tempo, le comunità locali desiderose di riscatto. Il modello si basa su pochi capisaldi. Innanzitutto la decostruzione del pregiudizio secondo il quale la montagna è della ‘ndrangheta. Nessuno mette in dubbio che la ‘ndrangheta sia forte ed attiva in Aspromonte. Tuttavia siamo riusciti in questi anni a dimostrare che l’Aspromonte è molto altro. In secondo luogo un sistema di ospitalità diffusa nei paesi e di accompagnamento dei visitatori a scoprire il bello e il buono dell’Aspromonte, con la creazione di cooperative, piccole imprese, associazioni, gruppi. In terzo luogo la ripresa in modo innovativo delle attività tradizionali. In quarto luogo la ripresa della letteratura legata ai luoghi. Già l’Aspromonte era stato fucina dei maggiori scrittori calabresi del ‘900, quali Alvaro, Perri, La Cava, Montalto (pseudonimo), Strati (Saverio), Asprea (pseudonimo), Seminara, ma anche Repaci, Occhiato, Zappone, che in quella temperie si erano formati. La tradizione è stata rinverdita dai narratori contemporanei, come Gangemi, Gioffrè, Criaco (Gioacchino), Strati (Domenico), Criaco (Pietro), Aloe, Castagna. Entrambi gli elenchi non hanno alcuna presunzione di completezza. Questi nuovi narratori – molti dei quali sono pure autorevoli commentatori sui giornali nazionali – hanno procurato anche film, serie TV, riconoscimenti, notorietà all’Aspromonte.
Tutto ciò aveva fatto dell’Aspromonte una delle montagne più rinomate del Sud Italia ed una delle mete più ambite dai visitatori stranieri. In Aspromonte si era prodotta una virtuosa osmosi fra passato e futuro, identità ed ideazione, tradizione e creatività. E senza necessità di alcuna pianificazione a tavolino, di alcuna imposizione dall’alto. Anzi, fosse stato per lo Stato e la Regione, i paesi dell’Aspromonte sarebbero quasi tutti borghi fantasma, depredati dei servizi più elementari e abbandonati a sé stessi. Attenzione: non intendo dire che in Aspromonte erano arrivati il progresso e lo sviluppo, ma solo che si era prodotto un modello che stava dimostrando di funzionare.
Quanto sta accadendo in Aspromonte – ma, è bene ricordarlo, non solo lì – rischia di cancellare questo “modello” di riscatto in una terra diffamata e saccheggiata. Basta ricordare, fra le altre: la storia di Africo, rievocata da Zanotti Bianco, Staiano, i due Criaco; quella di Casignana, raccontata da La Cava; quella di Ardore, narrata da Montalto. È forte il sospetto che gli incendi servano a distruggere le materie prime di questo nuovo modello: storia, cultura, memoria, bellezza.
Proprio il più grande narratore dell’Aspromonte, Corrado Alvaro, aveva profeticamente descritto i sentimenti che stanno alla base di un tale fenomeno. Nella prima novella di “Gente in Aspromonte” il protagonista è l’Argirò, un pastore che viene licenziato dal padrone, Filippo Mezzatesta, perché aveva perso dei buoi. L’Argirò è angosciato perché non sa come sfamare la sua famiglia. Prova con vari espedienti, ma vanamente. Poi, un giorno, con quel po’ di denaro che gli resta, acquista una mula e ha l’idea di divenire, diremmo oggi, imprenditore di sé stesso, facendo la spola, come trasportatore di merci, fra il paese e la costa. L’intraprendenza dell’Argirò viene ripagata. Ma un giorno, i figli del Mezzatesta, tre delinquenti, rosi dal rancore perché l’Argirò era riuscito a spezzare le catene della povertà e della dipendenza, gli bruciano la stalla con dentro la mula. Il figlio del pastore allora, l’Antonello, per ritorsione, incendia il bosco del Mezzatesta e si dà alla macchia come un bandito che aiuta ai poveri. Quando i carabinieri giungono per arrestarlo, Antonello butta il fucile e va loro incontro pronunciando la frase conclusiva del racconto: “Finalmente potrò parlare con la Giustizia. Ché ci è voluto per poterla incontrare e dirle il fatto mio”.
Ecco, in Aspromonte sembra che il riscatto e la giustizia non possano mai esserci, non possano mai arrivare. C’è sempre qualcuno che vuole che le cose restino come sono e usa la violenza per raggiungere il suo scopo. E c’è sempre qualchedun altro che, esasperato dai soprusi, risponde con la violenza. Non è un caso che in entrambi i casi la violenza sia incarnata dal fuoco, supremo apportatore di morte e distruzione.
Questa volta non finirà così. Ad essere colpiti non sono solo gli umani e le loro comunità ma un’intera montagna, che si era scrollata di dosso i pregiudizi. E la montagna non è mai stata rosa dal rancore autolesionista tipico degli uomini, non ha mai usato violenza, non si è mai arresa. Gli uomini incendiano, violentano, si autodistruggono, muoiono. La montagna, invece è eterna, risorge sempre».

*Avvocato e scrittore

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