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‘Ndrangheta a Buccinasco, gli equilibri di potere nella “Platì del Nord”

Dopo l’omicidio di Paolo Salvaggio si teme una nuova “guerra” fra clan. In attesa che Micu Papalia torni libero

Pubblicato il: 13/10/2021 – 16:20
‘Ndrangheta a Buccinasco, gli equilibri di potere nella “Platì del Nord”

BUCCINASCO Da tempo ribattezzata la “Platì del nord”, Buccinasco è soprattutto il simbolo di una città che resiste, di un’amministrazione comunale che espressamente ha deciso di non scendere a patti con le potenti famiglie della ‘ndrangheta calabrese che la popolano. E il sindaco, Rino Pruiti, lo ha ricordato più volte, anche in una intervista rilasciata al Corriere della Calabria (QUI LA NOTIZIA). Ma è anche il ritratto di una città ostaggio di quei clan che, negli anni, sono riusciti ad espandere il proprio potere, partendo dai centri dell’Aspromonte, fino a raggiungere territori “insospettabili”, ma solo fino a che le inchieste delle Dda riuscissero a svelarne i tratti e i contorni. 

L’agguato in pieno centro

A sconvolgere però gli attuali equilibri è stato l’agguato avvenuto il 11 ottobre scorso e che è costato la vita a “Dum Dum” Paolo Salvaggio, il narcos con alle spalle diverse condanne, la collaborazione anche con i clan di ‘ndrangheta, già noto nel mondo della malavita lombarda alla fine degli anni ’70. Un episodio inquietante perché avvenuto in pieno centro e in pieno giorno, ma anche perché in tanti temono l’avvio di una “guerra” di mafia che potrebbe sconvolgere il quadro attuale.  Ma la storia di Buccinasco degli ultimi 50 anni è strettamente connessa con la ‘ndrangheta calabrese e, in particolare, con la famiglia Papalia. 

Micu Papalia

A ricostruirne la storia è il Corriere della Sera, partendo da Domenico Papalia, noto come Micu, fratello di Antonio e Rocco Papalia. Il primo è ancora in carcere condannato all’ergastolo e oggi scrive poesie, il secondo è fuori da quattro anni, tornato a Buccinasco dopo 26 di galera. Dice di fare la vita del pensionato, non sopporta giornalisti e politici che gli parlano della mafia al Nord.  Quella di Micu Papalia – scrive il Corriere – è «la storia personale di un uomo diventato una reliquia vivente. E per questo adorato e potente come un dio». Dagli anni ’70  Domenico formalmente risiede a Roma ma è sempre a Buccinasco. La sua personalità, le amicizie, la dedizione alle regole con la quale si muove, i rapporti stretti con i potenti De Stefano, ne fanno da subito un punto di riferimento per il resto della ‘ndrangheta. «È uomo che ha onorato ”l’onorata società” anche in carcere, essendo persona che anche lì ha aiutato i detenuti e si è preoccupata di non far mancare niente a nessuno», così lo racconta il pentito Giacomo Lauro. 

In carcere a 32 anni 

Micu Papalia entra giovane in carcere e – scrive il Corriere della Sera – con una condanna all’ergastolo sulla testa. Il 2 novembre del ‘76 a Roma, fuori da un ristorante, viene ucciso il boss emergente Antonio D’Agostino. In quel momento è insieme a Papalia. La tesi dei magistrati è che sia stato proprio don Micu a ordire la trappola. I killer, infatti, lo sfiorano soltanto. Ma sembrano accanirsi su D’Agostino. I giochi finiscono qui: carcere a vita. Poi arriva la seconda condanna, quella per l’omicidio di Umberto Mormile, educatore del carcere di Opera ucciso nel ‘90 da due sicari a Carpiano. La terza, oltre a vari anni di carcere per sequestri e altri reati, arriva dall’operazione Nord-Sud del 1993 nata dalle dichiarazioni di Morabito alla Criminalpol e al pm Alberto Nobili. Anche qui Papalia è mandante di un delitto, sempre dal carcere: quello dell’avvocato Pietro Labate ucciso a Milano nel 1983. Ma non è tutto. Nel 1993, quando ancora Papalia è accusato soltanto dell’omicidio D’Agostino, inizia a crearsi un movimento di opinione pubblica che ne chiede la scarcerazione. Le trasmissioni tv si moltiplicano, così come il dibattito nell’opinione pubblica. Poi, a marzo 2017, al sorpresa:  la Corte d’assise di Perugia ribalta la condanna irrevocabile dall’84 per l’omicidio D’Agostino: Papalia è innocente, non è vero che ha organizzato l’agguato e soprattutto nuove perizie balistiche escludono che sia stato lui stesso a sparare, da vicino, uno dei colpi che hanno ucciso il boss. Un caso più unico che raro nella storia giudiziaria. 

Chi comanda ora a Buccinasco

La storia di don Micu Papalia si lega – spiega il Corriere della Sera – a quella di Paolo Salvaggio. Per gli equilibri della ‘ndrangheta a Buccinasco e al Nord in generale perché gli affiliati, e non solo al clan Barbaro-Papalia, attendono con ansia la possibile uscita di cella di Domenico a causa delle sua malattia.  Ad oggi al vertice delle cosche a Buccinasco – conclude il Corriere – c’è Rocco Papalia il quale però ha sempre avuto un ruolo da comprimario rispetto ai più «pesanti» Domenico e Antonio. Con lui ormai liberi dopo anni di detenzione ci sono soprattutto nipoti e parenti. Come quel Domenico Trimboli detto Micu u Murruni, 61 anni, che ha sposato la prima figlia della moglie di Domenico Papalia, quella avuta con il fratello Pasquale. O ancora il nipote Domenico Papalia, detto Micu u bruttu, nessuna condanna per mafia, ma da sempre molto vicino allo zio. E poi le nuove leve dei Sergi, storico clan della droga legatissimo ai Papalia, i Molluso, con il capostipite Giosafatto e il boss Francesco, e il genero di Rocco, Peppone Pangallo, che ne ha sposato la figlia Rosanna. O ancora il figlio di Rocco Barbaro, Francesco, che si vede spesso a Buccinasco, o Rosario e Salvatore Barbaro, discendenti di Domenico l’Australiano dei pillaru, o Giuseppe Barbaro, fratello di Rocco ‘u sparitu. 

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