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L’intervista

Minoli (Calabria Film Commission): «Un posto al sole è la prima industria di Napoli»

L’ideatore della soap di successo racconta un progetto «tanto innovativo per l’epoca». In cantiere una serie per la Calabria

Pubblicato il: 22/10/2021 – 11:08
Minoli (Calabria Film Commission): «Un posto al sole è la prima industria di Napoli»

CATANZARO L’ideatore di “Un posto al sole”, la serie di successo che ha fatto di Napoli un vero e proprio set cinematografico da 25 anni a questa parte, vorrebbe realizzare un progetto simile per la Calabria. Era stata proprio Jole Santelli ad avere l’idea e a rivolgersi a Giovanni Minoli, commissario straordinario della Calabria Film Commission, per realizzare questo sogno nel cassetto per la sua Regione. Minoli, in un’intervista al Corriere del Mezzogiorno, racconta l’esperienza di Un posto al sole e mette nero su bianco i segreti di questo successo nazionale e ancora attuale. La soap partenopea ha conquistato subito il grande pubblico anche se inizialmente, secondo quanto ha raccontato l’ideatore, pochi degli addetti ai lavori credevano nelle potenzialità di questo progetto. «In quei tempi riflettevo sul futuro della Rai e sul fatto che avrebbe perso il calcio e il cinema, come poi è successo. Mi ponevo il problema di cosa avrebbe potuto fare la tv pubblica e andavo in giro per l’Europa a cercare idee. Studiando l’esistente, mi venne l’idea di trasformare la serialità, producendola qui, non comprandola come si faceva prima. E riempiendola quindi di contenuti locali». Ha dichiarato Minoli nell’intervista e ha aggiunto: «Allora in Rai era l’epoca dei professori e si voleva chiudere il centro di produzione napoletano per contenere le spese. L’unica a non essere d’accordo era la presidente Elvira Sellerio, che mi disse di trovare un’idea per far lavorare Napoli e per bloccare la vendita del centro. Gliela “consegnai” subito. Lei andò in consiglio e la fece approvare». Da quel momento in poi c’è stato subito l’impegno per formare un cast di professionisti per dare dita ad una serie che rispondesse alle aspettative dei telespettatori, che rispondesse realmente al «servizio pubblico». «La fiction è esplosa proprio perché abbiamo fatto veramente servizio pubblico – ha continuato Minoli – come mi disse Fedele Confalonieri, che venne a trovarci negli studi complimentandosi con tutti. Abbiamo infatti svolto formazione per il sistema televisivo che a sua volta ha fatto scuola. E siamo stati una fucina di talenti, in ogni campo». Un’idea nuova che ha stravolto la tipica programmazione televisiva che ha trovato approvazione anche nei big dell’imprenditoria del tempo. «Umberto Agnelli proprio 25 anni fa – ha raccontato Minoli – mentre politici e intellettuali mi attaccavano non vedendo oltre il proprio naso, mi disse che nel Sud lui aveva impiantato la fabbrica più moderna che potesse creare, ma che era la mia strada quella dello sviluppo industriale a Napoli e nel meridione. “Il tuo è il modello giusto – mi disse -, stai mettendo a regime industriale tutte le qualità del Sud. Ma gli imprenditori locali non la pensavano così. Andai alla Confindustria napoletana e furono molto scettici sul modello e sul fatto di rappresentare Napoli ogni giorno in prima serata». A fare colpo, secondo Minoli è stata proprio la rappresentazione realistica e familiare del quotidiano. La sceneggiatura di Un posto al sole prendeva sempre spunto dai fatti di attualità: «Si ritagliavano pezzi di giornale e sceneggiavamo su tutti gli eventi che avessero una tenuta almeno settimanale – ha detto l’ideatore-. “Un posto al sole” è nato proprio per essere collegato alla vita del territorio rappresentando la società». Altro punto di forza è l’aver puntato sulla serialità in tempi in cui non andava affatto di moda: «Noi abbiamo innescato una vera e propria rivoluzione – ha continuato – anticipando di 25 anni tutto ciò che ora è normale, ovvero le serie di Netflix, Amazon o Sky. Avevamo visto avanti, oltre il nostro naso. E abbiamo fatto arricchire tutti, dalla Rai con la pubblicità ai produttori esecutivi fino ai fornitori». Sono tante le persone che hanno collaborato alla realizzazione della serie: «Dalle 8 alle 10 mila persone – ha affermato Minoli – calcolando non solo attori, registi e operatori, ma anche svariate figure professionali, dai capistruttura alle comparse fino a quelli che preparano i cestini per i pasti. “Un posto al sole” – ha detto con orgoglio – è la prima industria di Napoli». Un progetto di successo che nel tempo ha trovato la sua autonomia sganciandosi da chi l’ha ideata: «Non compaio in nessuna delle foto ufficiali dei festeggiamenti- afferma Minoli con amarezza – la Rai si è appropriata della soap senza imparare, per esempio, a metterne in campo un’altra, appaltando ai produttori esecutivi, che fanno soldi sulla nostra idea. Sono andato via, dopo aver fatto in città anche “La Squadra”. Per anni addirittura non sono riuscito a venire a Napoli. La sensazione – ha concluso Minoli – è quella di aver subito una rapina, anzi il sequestro di un figlio».

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