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l’alleanza criminale

«Siamo tutti una “pigna”». Il patto tra Mancuso e Piromalli. «Gestiscono il porto con i servizi segreti deviati»

Quattro anni di summit tra emissari dei clan “federati” (e non solo). I favori chiesti per un direttore di banca e le imbasciate da Mommo Molè. Mentre i pentiti spiegano: «Sono la stessa cosa. Ma q…

Pubblicato il: 01/11/2021 – 7:02
di Pablo Petrasso
«Siamo tutti una “pigna”». Il patto tra Mancuso e Piromalli. «Gestiscono il porto con i servizi segreti deviati»

LAMEZIA TERME La storia delle relazioni intessute tra i clan affonda radici in tempi (e vicende giudiziarie) lontani. E alimenta il dibattito sull’unitarietà della ‘ndrangheta nelle aule di giustizie e nei testi degli studiosi dei fenomeni criminali. Anche l’inchiesta “Mala Pigna” affronta il tema dei rapporti tra le cosche Piromalli e Mancuso, riproponendo (anche) intercettazioni contenute in “Rinascita Scott”: incontri tra emissari dei casati mafiosi che si snodano lungo il confine tra interessi economici e galateo criminale.
Domenico Gangemi e Rocco Delfino sono due imprenditori che la Dda di Reggio Calabria considera inseriti a pieno titolo nel “sistema Piromalli”. I loro rapporti con il clan di Limbadi sono andati avanti, con «continuità ininterrotta» tra il 2014 e il 2018. Il boss Luigi Mancuso, fulcro della maxi inchiesta dell’antimafia di Catanzaro, li avrebbe incontrati più volte, «anche durante il suo stato di irreperibilità». Veri e propri summit «preceduti da movimenti e telefonate riservate tra i più stretti affiliati e collaboratori» del capoclan vibonese.

Gli incontri del 2014 con il “bancomat” del clan Vibonese

È nel settembre del 2014, quando Mancuso è irreperibile già da tre mesi, che gli investigatori documentano – nell’inchiesta Rinascita Scott – i movimenti di Gianfranco Ferrante (uomo considerato una sorta di bancomat del clan) per il «procacciamento di voti necessari per la rielezione di Salvatore Bulzomì», politico del centrodestra non indagato. Dietro il lavoro di Ferrante ci sarebbe stato anche «un suo interesse personale», visto che su figlia era stata nominata “responsabile al 50%” della struttura dell’allora consigliere regionale giusto qualche mese prima. Mentre le forze dell’ordine ne monitorano gli spostamenti, Ferrante viene contattato da un funzionario del consiglio regionale che lo invita a recarsi a Reggio Calabria assieme a sua figlia per firmare il nuovo contratto. È una digressione che aiuta a capire quanto ramificate siano le relazioni degli uomini ritenuti membri della cosca. Perché – il 4 settembre – sempre Ferrante, «a seguito di contatti telefonici» con l’allora consigliere regionale Bulzomì, si incontra, oltre che con il politico e con Domenico Giovanni Arena, «all’epoca coordinatore provinciale di Forza Italia, poi passato ad Azione nazionale (anche lui non indagato, ndr)», con Rocco Delfino, Domenico Cangemi ed Emanuele La Malfa. Quest’ultimo è considerato un uomo della cosca Mancuso.

«Noi abbiamo fatto un giuramento… Siamo tutti una pigna»

Il film si sposta in avanti. Nel gennaio 2015 l’epicentro degli incontri è il “Cin Cin” bar di Vibo Valentia. Prima tappa: 5 gennaio. I protagonisti sono Ferrante, La Malfa, Delfino, Cangemi e due avvocati. Il 23 gennaio, a quello che gli inquirenti definiscono «un vero e proprio summit» partecipano un legale, Emanuele La Malfa, Giuseppe Rizzo, Gaetano Molino, «genero di Giovanni Mancuso», Rocco Delfino e un uomo non meglio identificato. I commensali, a pranzo, discutono e vengono raggiunti dal solito Ferrante.
Il legame tra emissari delle cosche emergerebbe in una intercettazione definita «emblematica» dai magistrati antimafia. Rocco Delfino ed Emanuele La Malfa discutono, il 2 settembre 2015, del comportamento di una terza persona che non avrebbe mostrato il dovuto rispetto per gli interessi del “gruppo”. Questa persona – così si lamenta Delfino – fa come gli pare. Si rivolge addirittura ai sottoposti dell’uomo dei Piromalli senza avvisare. Un po’ come se – continua Delfino – lui si rivolgesse a Ferrante «senza preventivamente informare chi di dovere». La Malfa e Delfino salgono in auto e discutono della questione. «Non va bene! Non va bene! e non vogliono capirlo… Amor con amor si paga», dice Delfino. Per poi continuare con una frase considerata «un paragone molto suggestivo»: «Noi abbiamo fatto un giuramento no… allora… siamo tutti una “pigna”, stop. Se ti fai male tu mi faccio male anche io». Con questa frase, annotano gli inquirenti, l’indagato sottolinea «quello che è il concetto di unitarietà della ‘ndrangheta che, benché divisa al suo interno in diverse articolazioni (calzante l’esempio della pigna), è comunque unitaria». Per rendere ancora più chiaro il concetto, «Delfino afferma: “Se dovevo badare al mio avevo altri 30 milioni di euro da parte… se dovevo badare soltanto al mio”, volendo indicare il fatto di come sia più importante sacrificare la propria ricchezza personale al supremo interesse dell’organizzazione di appartenenza».

Gli uomini dei Piromalli e il favore al direttore di banca

Nel giugno 2016, Delfino e Cangemi tornano al “Cin cin”bar in compagnia di un uomo «che presentano a Gianfranco Ferrante come “direttore della banca Monte Paschi di Siena”, sollecitandone un intervento al fine di incrementare il portafogli di correntisti». Si tratterebbe di un aiuto per il dirigente bancario. E di «un episodio» che, per gli inquirenti, «testimonia anche l’indiscussa forza e influenza riconosciuta a Ferrante, ritenuto capace di influenzare lo spostamento di capitali anche non direttamente a lui riconducibili». È significativo che questo presunto riconoscimento arrivi da due imprenditori che costituirebbero (sempre secondo le tesi della Dda di Reggio Calabria) il braccio economico delle cosche della Piana di Gioia Tauro. Ferrante pare calarsi subito nello scambio di favori con il “direttore della banca”, al quale chiede di aiutare due imprenditori di Vibo Valentia (ai quali in effetti il dirigente verrà presentato).

«Vado da Mommo Molè»

Giovanni Giamborino, considerato il braccio destro di Luigi Mancuso, pianifica invece un viaggio nella Piana di Gioia Tauro per risolvere il problema di un amico che si è messo nei guai per un debito contratto nei confronti di un uomo vicino al clan Molè. Al di là della questione specifica, emerge la volontà di Giamborino: «Vado a Gioia… Vado là da Mommo Molè» per cercare una soluzione che permetta di dilazionare il pagamento. «Vado da Mimmo Cangemi – continua – e gli dico “Mimmo, vedi che questo i soldi glieli dà tra un anno». Il riferimento diventa Cangemi perché gli altri «si trovano tutti in galera». E comunque, per chiudere il cerchio, Giamborino aggiunge «vediamo di sistemare ‘sta cosa… lo saprà Luigi Mancuso». Per gli inquirenti ci troviamo davanti al «riconoscimento del potere criminale di Luigi Mancuso che, a detta di Giovanni Giamborino, si estende su tutta l’Italia, nonché dello stesso Domenico Cangemi, a suo dire attuale reggente dell’organizzazione, a causa della temporanea detenzione dei vertici delle cosche Piromalli e Molè».

Pittelli appare sulla scena

Gli investigatori documentano un «summit» dopo l’altro, alla presenza di esponenti dei clan “federati”. Fino all’agosto 2017. Quando, nelle riunioni dell’1 e del 7 agosto, «alla presenza di Giancarlo Pittelli», si materializza la richiesta che rappresenta il trait d’union tra le inchieste Rinascita Scott e Mala Pigna: «Una richiesta, avanzata da Luigi Mancuso, a Giancarlo Pittelli, al fine di risolvere dei problemi per una “pratica” di interesse per Rocco Delfino e Domenico Cangemi». È così che Pittelli si sarebbe messo al servizio di due clan che i pentiti Andrea Mantella e Consolato Villani considerano «federati».

«Sono la stessa cosa: hanno fatto i Mancuso-Pesce-Piromalli»

«I Mancuso sono la stessa cosa dei Piromalli – dice Mantella in un interrogatorio del 12 febbraio 2019 – (…) perché hanno fatto la fusione già negli anni Ottanta i vecchi capi e poi diciamo sono diventati una cosca solida e hanno fatto Mancuso-Pesce-Piromalli». La «stessa cosa» ma con qualche differenza: «Guardi, io ai Piromalli li vedo un pochettino più colti, i Mancuso li vedo un pochettino più grezzi però a livello delinquenziale e criminale si possono mettere insieme». Il pentito reggino Villani conferma, per cerci versi, nel verbale del 17 ottobre 2019: «Ricordo che mi sono incontrato con Domenico Mancuso e ricordo che aveva tanti e tanti e… situazioni al porto di Gioia Tauro anche (…), sempre con l’avallo Piromalli-Molè».

«Al porto gestiscono tutto la ‘ndrangheta e i servizi segreti deviati»

Cosche federate con agganci istituzionali (deviati): «Là ci sono i settori dei Servizi segreti deviati che fanno quello che vogliono… al porto di Gioia Tauro sono loro che gestiscono insieme alla ‘ndrangheta tutto quello che arriva e passa». Un quadro inquietante: «Gioia Tauro era utilizzata per… per accordi viene utilizzata dai servizi segreti deviati, con l’accordo dei Piromalli-Molè, sia per la droga e sia per le armi». Tutti i rapporti esigono il proprio equilibrio: «Sapevo anche che i Mancuso per avere diciamo il lasciapassare nei porto dovevano andare diciamo… dovevano avere l’avallo dei Piromalli e dei Molè e… anche se erano una famiglia potentissima, dipendevano dai Piromalli e dai Molè e dai Pesce… Mancuso, nel senso che erano allo stesso livello, erano una grande famiglia però quando parlavano per esempio i Piromalli, i Molè e i Pesce, i Mancuso diciamo sentivano…». (p.petrasso@corrierecal.it)

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