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l’inchiesta

Il monopolio dei Molè nel settore ittico. «A Gioia nessuno deve avere pesci. Fuori, sono cazzi suoi»

“Mastro Nino” Albanese convocava gli imprenditori e i pescherecci imponendo di conferire e acquistare all’asta della “Ulisse Srl”. «Se guadagna l’Italia guadagna l’asta»

Pubblicato il: 17/11/2021 – 17:29
di Francesco Donnici
Il monopolio dei Molè nel settore ittico. «A Gioia nessuno deve avere pesci. Fuori, sono cazzi suoi»

REGGIO CALABRIA Da un lato l’«imposizione del conferimento di pescato ad alcune aziende riferibili alla cosca», dall’altro l’imposizione «dell’acquisto del pescato da queste aziende in una maniera violenta, che non lasciava spazio ad alcun tipo di concorrenza». Così il procuratore capo di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri, spiega come gli inquirenti di “Nuova narcos europea” – che ha portato all’esecuzione di 36 misure cautelari emesse dal gip di Reggio Calabria, 104 comprese quelle di Firenze e Milano – siano giunti alla conclusione che il settore ittico di Gioia Tauro fosse stretto nella morsa della cosca “Molè”. Nello specifico, di Rocco Molè, classe 95, ritenuto l’attuale reggente e da suo nonno, Antonio Albanese, classe 45, che supervisionava e integrava l’attività del nipote. Da questa contestazione in particolare emerge la figura di “Mastro Nino”, anziano patriarca gravato da tre condanne definitive per associazione mafiosa nel 1997, nel 2011 e da ultimo nel 2015.
Le aziende di riferimento, per «condizionare il libero mercato» sono due, entrambe con sede nella città della Piana: la “Ulisse Srl” e la “Gnt Srls”, entrambe oggetto di sequestro.

L’asta “Ulisse Srl” per «accontentare barche e pescherie»

Il 26 novembre 2019 Albanese convoca nella sua abitazione un imprenditore del settore ittico. La ragione, secondo gli inquirenti, risiedeva nel fatto che l’imprenditore acquistasse «il pesce da un pescherecchio e non all’asta “Ulisse Srl”» dove i pescatori della marineria di Gioia Tauro erano obbligati a portare il pescato. Questo affinché anche le pescherie passassero «obbligatoriamente dall’asta che aveva così gioco facile nell’imporre il prezzo per la vendita all’ingrosso».
«Per me – dice Albanese all’imprenditore – se non vieni all’asta…inc…è lo stesso! Vai a Vibo a comprarti il pesce…fai quello che vuoi …ma quella barca la devi lasciare». Diktat eseguito alla lettera. Da un successivo passaggio, secondo la procura, emerge come Albanese fosse considerato «il dominus occulto dell’asta del pesce “Ulisse Srl”»: «Perché quando siete voi là, giustamente, le cose le aggiustate». La risultante erano i prezzi eccessivi del pescato che, lamentava l’imprenditore, lo avrebbero costretto di lì a poco a chiudere la pescheria. Ma Albanese non ammette scuse: «Io ve lo dico, se voi mi rispettate…pesci là non ne dovete prendere». L’asta del pesce era il perno del sistema organizzato dalla cosca per «accontentare le barche e le pescherie», e proprio per questo non erano ammesse falle “concorrenziali”. Due giorni più tardi si verifica un episodio simile. Ippolito Mazzitelli, classe 92 viene incaricato di prelevare nella propria pescheria un altro imprenditore. Ancora una volta emerge il dato: le pescherie non potevano acquistare dai pescherecci. «A Gioia non deve avere nessuno i pesci. Fuori da Gioia, sono cazzi suoi» dirà Albanese.

Il controllo (anche tramite appostamenti) sul pescato in uscita dal porto

Ippolito Mazzitelli, ritenuto organico alla cosca – benché, a detta del pentito Furfaro, il padre non voleva che seguisse la strada ‘ndranghetista – si occupa anche di controllare se qualche peschereccio consegnasse pesce sottobanco. Il 28 novembre 2019 era stato attenzionato un peschereccio che si riteneva consegnasse pesce fuori provincia, a Nicotera. «Scaricavano pesce..ora dobbiamo andare al porto…» dice a Vincenzo Latino, classe 98, che lo segue durante il controllo. Appurato del trasbordo di pescato e della consegna nel Vibonese, i due si lanciano in un pedinamento fino a Nicotera per accertare il fatto. Secondo gli inquirenti, questo atteggiamento dimostrerebbe come il controllo della cosca «sulla marineria di Gioia Tauro si esprimesse in termini “militari”» affinché si mantenesse saldo il «governo del settore». A questa conclusione si arriva anche da altre vie, com’è il caso del colloquio intrattenuto da Antonio Albanese con un altro soggetto prelevato verso fine settembre all’asta del pesce “Ulisse” e trasportato alla masseria dei Molè. La Pg non è nella possibilità di seguire il colloquio, ma le captazioni successive evidenziano lo sdegno del soggetto nei confronti di “Mastro Nino” al quale «sembra che siamo ancora ai tempi dei calici di legno, il tempo è cambiato, non ci puoi dire a uno fai così, fai così…». Tradotto, l’uomo lamentava le direttive ricevute dal patriarca che, a detta sua, «ragionava ancora secondo gli schemi della vecchia ‘ndrangheta». Lo “sgarbo” compiuto dallo stesso era stato quello di consegnare del pescato ad una barca anziché all’asta del pesce. «Anche perché – gli spiega un altro presunto sodale – la provvigione o non provvigione..se guadagna l’Italia, guadagna l’asta…se non guadagna l’Italia non guadagna l’asta, è così il fatto!»

Le aziende controllate dagli Albanese

L’azienda “Ulisse Srl” era stata sequestrata nel 2012 salvo finire, dopo il dissequestro, nelle mani della figlia di Albanese, Carmelina, classe 79, amministratore unico dal gennaio al giugno 2019. La donna è anche titolare di una pescheria e sposata con Ernesto Modaffari, classe 75, già coinvolto nell’operazione “Vulcano”, che la coadiuva nell’attività.
A maggio di quello stesso anno, le quote erano state trasferite a un prestanome, ma la gestione occulta era imputabile sempre a “Matro Nino”, che figura anche come socio occulto dell’altra azienda oggi sequestrata, la “Gnt Srls”. Attraverso queste era stata creata la struttura monopolistica sull’import-export e sulla vendita del pescato di Gioia Tauro.
Dietro al controllo esercitato dalla cosca nel settore non ci sarebbe solo la regia occulta di Albanese, ma anche gli interessi manifesti del nipote, Rocco Molè. Durante una sortita a San Calogero, nell’ottobre del 2019, viene presentato così ad un imprenditore del settore ittico: «Questo è un compare mio…Vedi che questo qui è quello dell’asta di Gioia. Quando vuoi andare…ogni tanto prende pure pesce fresco». Circostanza che porta a ritenere un’attenzione del giovane Molè sull’asta del pesce “Ulisse Srl” dove però preferiva non farsi vedere pubblicamente. Gli inquirenti concludono affermando «l’egemonia mafiosa dei “Molè” sulla marineria di Gioia Tauro». Il pescato, in altri termini, doveva essere battuto interamente all’asta. Le pescherie non erano libere di rivolgersi ai proprietari dei pescherecci, che a loro volta erano costretti a consegnare il pescato all’asta e non potevano nemmeno portarlo fuori provincia.
In una conversazione evidenziata dal gip, Rocco Molè, parlando della pescheria di sua zia “Carmelina”, descrive «in modo meticoloso il meccanismo dell’asta del pesce».
«Pago io le barche, anticipo io, si deve comprare 10mila euro di pesce, 5mila euro ci sono subito, cioè un affare…il carico congelato…20 mila e te li compri…hai capito, e allora fai l’affare». A loro sarebbe spettata una percentuale fissa del 10% sul pescato battuto all’asta che Molè qualifica come «l’Iva»: «Io mi tengo l’Iva al 10%», dice. Così conclude il gip: «Dovevano “mangiare” pure e soprattutto i Molè che gestivano l’asta. Non si trattava, dunque, di una virtuosa regola di mercato ed i rapporti negoziali intercorsi tra la società e i vari titolari di pescherecci erano evidentemente marchiati “ab origine” da illiceità perché imposti da un clima pesante di intimidazione e di imposizione del monopolio mafioso». (redazione@corrierecal.it)

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