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«Detenuto per le accuse folli della Procura di Gratteri». La lettera che inguaia Pittelli

L’avvocato afferma di essere innocente e che rivelerà tutto «alla prima occasione». Ma i giudici lo rimandano in carcere: «Manifesta volontà di incidere sul regolare svolgimento del processo»

Pubblicato il: 08/12/2021 – 6:44
di Alessia Truzzolillo
«Detenuto per le accuse folli della Procura di Gratteri». La lettera che inguaia Pittelli

CATANZARO «Cara Mara, non potrei avere rapporti di corrispondenza con nessuno ma ti prego di credere che sono ormai disperato». Un tono confidenziale quello che l’avvocato, ex parlamentare di Fi, Giancarlo Pitteli rivolge al ministro per il Sud e la coesione territoriale, la berlusconiana Maria Rosaria Carfagna, detta Mara. Un tono dettato, forse, da una intima conoscenza nata probabilmente durante la comune militanza nel partito Forza Italia nel quale Mara è rimasta mentre Giancarlo Pittelli ha lasciato per un passaggio veloce in Fratelli d’Italia.
Ad ogni modo, l’8 ottobre scorso, dalla sua detenzione ai domiciliari (che gli impone di comunicare solo con le persone con le quali coabita), l’avvocato penalista di Catanzaro, imputato in Rinascita Scott con l’accusa di essere un professionista al servizio della cosca Mancuso, ha redatto la missiva per il ministro affermando con forza: «Sono detenuto in ragione di accuse folli formulate dalla Procura di Gratteri ed asseverate dalla giurisdizione asservita». Il tono della missiva è disperato ma battagliero e, a tratti, anche minaccioso: «Ti chiedo di non abbandonarmi perché sono un innocente finito nelle grinfie di folli per ragioni che rivelerò alla prima occasione».

I sostenitori

L’ex parlamentare avverte che si sta preparando «una nuova istanza nel merito e un’interrogazione parlamentare che Vittorio Sbarbi (sic, si riferisce a Sgarbi, ndr) proporrà quale primo firmatario».
Aggiunge che “Piero Sansonetti, che non mi ha mai abbandonato, conosce tutti gli atti e i particolari dell’inchiesta a mio carico”.

L’autodifesa

Pittelli riassume in poche righe tutta l’enorme mole di accuse che lo riguarda.
“L’accusa di concorso esterno rimasta in piedi nei miei confronti consisterebbe nell’avere rivelato ad esponenti della cosca di ‘ndrangheta denominata Mancuso il contenuto dei verbali secretati delle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Andrea Mantella. L’indizio sarebbe rappresentato dal contenuto di una conversazione captata nel corso della quale, il 12 settembre 2016 io, interloquendo con un cliente, ho affermato: ‘dice (dicunt) che ha scritto (il pentito) una lettera alla madre” e che accusa il fratello. La Cassazione che come sai meglio di me è il giudice del provvedimento e non di merito ha preso atto del fatto che dalla lettera scritta dal pentito alla madre, i quotidiani calabresi ne avevano già parlato alcune settimane prima del 12 settembre 2016. Di contro ha ritenuto efficace il riscontro costituito dall’affermazione circa le accuse mosse nei confronti del fratello: fatto che avrei potuto apprendere soltanto dalla lettera dei verbali non ostesi . L’accusa nei confronti del fratello è fatto che si è verificato effettivamente alcuni mesi dopo il 12 settembre 2016, e, dunque vi è la prova in atti che la mia, altro non era che la corretta lettura di una previsione agevolissima da compiere, attesa la caratura criminale della famiglia del collaboratore”. Pittelli parla di “prova della manipolazione di un’altra captazione ambientale. Nel novembre 2016, infatti, nell’ultima interlocuzione avente ad oggetto le dichiarazioni del pentito, io affermo di non poter dare consigli in quanto “non sappiamo cosa dirà costui””. Gli inquirenti avrebbero aggiunto alla frase l’avverbio “ancora”.

«Ti lascio il recapito di mia moglie»

Infine l’appello: «Aiutami in qualunque modo, io vivo da due anni in stato di detenzione, finito professionalmente, umanamente e finanziariamente».
Non specifica quale sia l’aiuto che potrebbe ricevere dal ministro ma si indigna: «Tutto ciò non è giusto». Dice che non è stato interrogato «dai magistrati del pm, né dal gip dopo essermi avvalso della facoltà di non rispondere in sede di interrogatorio di garanzia. Non avevo avuto il tempo di leggere le 30mila pagine di ordinanza e richiesta».
Ringrazia Mara «per quanto potrai fare» e poi le lascia il numero di sua moglie «per eventuali comunicazioni», specificando che le telefonate del ministro sono tutelate «anche se… talvolta qualcuno se ne dimentica di proposito».

La lettera rispedita a… Gratteri

E Mara che fa? La sua Segreteria manda la lettera all’Ispettorato di Pubblica sicurezza di Palazzo Chigi che la inoltra a sua volta alla Squadra Mobile di Catanzaro e infine giunge sul tavolo del procuratore Nicola Gratteri. Dal canto suo, la Procura chiede al collegio del Tribunale di Vibo Valentia, che segue il processo Rinascita Scott, un aggravamento della misura cautelare.
Richiesta accolta dalla terna del collegio: Brigida Cavasino, Gilda Romano, Claudia Caputo.

Tutti i guai di Pittelli

Nelle more si scopre che Rinascita Scott non è l’unico problema per Giancarlo Pittelli. Come già le cronache avevano riportato, il 19 ottobre l’avvocato di Catanzaro era stato tratto in arresto dalla Dda di Reggio Calabria nell’ambito dell’inchiesta “Mala Pigna”.
In più si apprende che il 5 novembre scorso è stata depositata un’informativa redatta dal Nucleo di Polizia economico finanziaria di Catanzaro, cui si rinvia per la ricostruzione degli esiti degli accertamenti effettuati dalla Guardia di finanza. Non solo. Il 24 maggio 2021 la Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio, tra gli altri, anche per Giancarlo Pittelli per il reato di riciclaggio.

«Volontà di incidere sul processo in corso»

I giudici del Tribunale di Vibo non hanno dubbi, secondo loro «Pittelli manifesta la volontà di instaurare contatti con la precipua finalità di incidere sul regolare svolgimento del processo, in cui è ancora in corso la complessa istruttoria dibattimentale, consistente, tra l’altro, nella trascrizione peritale di un compendio intercettivo corposissimo e nell’escussione di centinaia di testimoni». Necessario è per il collegio giudicante «un serio aggravamento delle misure cautelari» visto che la misura degli arresti domiciliari si è dimostrata «del tutto inidonea a fronteggiare le persistenti e, anzi, aggravate esigenze cautelari». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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