Roberto Rosso, il caso di voto di scambio e l’ombra della ‘ndrangheta: si riapre il processo in appello bis
Oggi la prima udienza per l’ex parlamentare e assessore regionale piemontese di FdI dopo l’annullamento, con rinvio, disposto dalla Cassazione

Tornerà davanti alla Corte d’appello il caso giudiziario che coinvolge l’ex esponente di Forza Italia e Fratelli d’Italia ed ex parlamentare e assessore regionale piemontese Roberto Rosso, al centro di un’inchiesta che ha intrecciato politica e presunti ambienti della criminalità organizzata calabrese in Piemonte. L’udienza fissata per oggi 19 maggio segna una nuova fase del procedimento, dopo l’annullamento disposto dalla Corte di Cassazione.
La vicenda, nata nell’ambito di una più ampia indagine sulle infiltrazioni della ’ndrangheta nel tessuto politico ed economico del Nord Italia, riguarda l’ipotesi di voto di scambio politico-mafioso in occasione delle elezioni regionali del 2019. Il caso, denominato “Carminius”, coinvolge anche membri della ’ndrina dei Bonavota, attiva a Carmagnola, e l’imprenditore Mario Burlò, noto per il suo ruolo nel settore delle esternalizzazioni.
L’arresto e l’inchiesta del 2019
Rosso, politico di lungo corso e già sottosegretario in passato, viene arrestato nel dicembre 2019. Secondo l’impianto accusatorio, avrebbe promesso denaro – circa 15 mila euro, secondo gli atti – a soggetti ritenuti vicini a contesti criminali di matrice ’ndranghetista, in cambio di un sostegno elettorale.
Come sostenuto dalla sostituta procuratrice della Cassazione Cristina Marzagalli, «esiste un non manifestamente illogico convincimento circa l’accordo tra l’allora candidato Rosso e due esponenti della ’ndrangheta», ossia Onofrio Garcea e Francesco Viterbo, già condannati in via definitiva. L’accordo avrebbe previsto «il pagamento della somma di 15mila euro – poi ridotta, come scritto dalla magistrata – in cambio del procacciamento di voti in alcune cittadine del Torinese per l’elezione dei vertici regionali piemontesi del 2019».
La procuratrice in quella circostanza aveva inoltre sottolineato come Rosso fosse consapevole della caratura criminale di Garcea e Viterbo, i quali avrebbero operato in nome del sodalizio mafioso. L’inchiesta si inserisce in un filone investigativo più ampio che, negli ultimi anni, ha documentato la capacità delle cosche calabresi di radicarsi anche fuori dai territori tradizionali, con particolare attenzione al Piemonte. Rosso si dimette immediatamente dall’incarico di assessore regionale dopo l’arresto.
Il processo di primo grado si conclude nel 2022 con una condanna a cinque anni di reclusione. Nel 2023 la Corte d’appello riduce la pena a quattro anni e quattro mesi, confermando tuttavia l’impianto accusatorio relativo al presunto patto elettorale illecito. La sentenza viene impugnata e il caso approda in Cassazione.
La svolta della Cassazione
Nel 2025 la Suprema Corte annulla la condanna con rinvio, aprendo di fatto a un nuovo giudizio d’appello. I giudici non mettono in discussione la ricostruzione generale dei rapporti contestati, ma evidenziano la necessità di un approfondimento sul punto centrale del processo: la qualificazione del cosiddetto “metodo mafioso” e il ruolo effettivo dei soggetti coinvolti, ritenuti dalla difesa non riconducibili in maniera certa a strutture organiche della ’ndrangheta. La decisione non chiude il caso, ma lo riporta davanti ai giudici di merito per una nuova valutazione.
Nel corso del processo, Roberto Rosso si è sempre difeso respingendo le accuse. «Posso essere stato superficiale e imprudente, ma di una cosa sono certo: non ho mai raggiunto accordi con la ’ndrangheta né comprato voti. La ’ndrangheta è una terribile piaga del nostro Paese e tale la considero», ha dichiarato l’ex deputato. Tuttavia, le motivazioni che hanno portato alla condanna in Appello continuano a pesare sulla sua posizione giudiziaria. In caso di conferma della condanna in Cassazione, l’ex parlamentare dovrebbe tornare in carcere per scontare la pena residua di circa un anno.
Il nuovo processo d’appello dovrà chiarire se gli elementi raccolti siano sufficienti a confermare l’ipotesi di voto di scambio politico-mafioso, reato che richiede la dimostrazione non solo dell’accordo elettorale, ma anche del coinvolgimento di contesti riconducibili alla criminalità organizzata. (f.v.)
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