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il report dell’antimafia

Reggio, la lotta alla ‘ndrangheta tra emergenze croniche e il “cantiere giustizia”

Le audizioni della Commissione parlamentare Antimafia definiscono il quadro della città. Le carenze di organico negli uffici giudiziari. L’insufficienza del sistema repressivo. Il “buco nero” dell’…

Pubblicato il: 08/12/2021 – 14:42
di Francesco Donnici
Reggio, la lotta alla ‘ndrangheta tra emergenze croniche e il “cantiere giustizia”

REGGIO CALABRIA Da un lato la «volontà di procedere nella lotta a una ‘ndrangheta che ha ampiamente superato i limiti dell’Aspromonte». Dall’altro la «coscienza dei tanti problemi di questo territorio» che mettono a nudo la «sordità di Roma». Così si può riassumere la due giorni della Commissione parlamentare Antimafia a Reggio Calabria, ultima provincia della “missione” che ha attraversato tutta la regione. Lo scopo era quello di manifestare attenzione verso i territori e i fenomeni che li caratterizzano attraverso «un’analisi sempre meno epidermica».
Ne deriva il quadro dell’emergenza che attraversa la città dello Stretto, dipinto attraverso nuovo volto della ‘ndrangheta, il «lavoro imponente» degli apparati di contrasto malgrado le carenze di organico e la necessaria prevenzione che deve partire “dal basso”.

La ‘ndrangheta, «un sistema di potere unitario»

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Le audizioni della Commissione parlamentare Antimafia a Reggio Calabria

Al termine delle audizioni di questo 6 e 7 dicembre, il presidente Nicola Morra, dal palazzo della prefettura ha lanciato l’allarme intorno ad un fenomeno dal perimetro sempre più sfumato. Anzitutto sotto il profilo oggettivo. Da ultimo, il primo grado del processo “Gotha” ha dimostrato come non si possa più parlare di mera organizzazione criminale bensì di vero e proprio «sistema di potere» che coinvolgerebbe tanto la politica quanto componenti deviate di massoneria e servizi segreti. Un inciso corroborato dalle dichiarazioni di un numero crescente di collaboratori di giustizia che raccontano come e perché, negli anni, si sia evoluta e trasformata la mafia calabrese. In secondo luogo sotto il profilo territoriale. Torna ancora una volta la teoria condivisa da più procure distrettuali di un fenomeno «unitario e sistematico» che riconduce alla “Casa Madre” – in termini di legittimazione o «riconoscimento» – finanche le “locali” apparentemente autonome che operano tanto in Lombardia quanto in Canada, Sud America o Australia. Reggio rimane “la Capitale”, ma ormai solo uno dei tanti centri interessati dal fenomeno. Constatazioni che, sottolinea la Commissione, si trasformano in evidenze grazie al lavoro dei magistrati anche della procura distrettuale di Reggio – «uno degli uffici più dinamici e diligenti» – ma che sembrano rimanere distanti dal radar della politica e delle Istituzioni centrali. «E se manca la concorrenza da parte dello Stato, il cittadino dà fiducia all’organizzazione criminale» che riempie gli spazi vuoti. Diventa “welfare alternativo”, per riprendere la definizione utilizzata dalla Dia nella relazione predittiva delle strategie criminali alla luce degli effetti pandemici di breve periodo. A ciò si aggiunga la crescente disponibilità di capitali che minaccia la finanza globale nel lungo periodo «e – dice Morra richiamando il caso di Roberto Recordare – la dimostrazione di come apparentemente anonimi broker di Palmi, nella regione col reddito medio pro capite più basso d’Europa, possano arrivare a gestire miliardi di euro come nulla fosse».

La distanza tra Roma e Reggio: le carenze d’organico negli uffici giudiziari e l’eterna incompiuta

L’incompiuta, il cantiere del Palazzo di giustizia di Reggio Calabria

«Forse a Roma non c’è coscienza della tossicità del fenomeno visto che, ad esempio, l’organizzazione della giustizia è in difetto sostanziale e sostanzioso con riguardo ad alcuni organici». Dalle parole pronunciate a più riprese dal presidente dell’Antimafia paiono trasparire le voragini tra Roma e Reggio Calabria, che rischia di combattere una “guerra” a mani nude. Il tema è quello della carenza di organico negli uffici giudiziari, in special modo per ciò che attiene la magistratura giudicante reggina, come sottolineato anche dal procuratore capo Giovanni Bombardieri. Perché se da un lato la procura spinge attraverso le indagini, dall’altro gli uffici, in particolar modo quello dei gip, «non possono essere sufficientemente celeri e solerti a valutare le richieste», aggiunge Morra. Si crea dunque un «cortocircuito» che è necessario evitare «attraverso valutazioni che non competono tanto al Csm quanto al ministero della giustizia». L’ufficio requirente di Reggio aspetta nel frattempo quattro nuovi sostituti procuratori e un aggiunto, ma le carenze non riguardano solo la magistratura quanto anche il personale di polizia giudiziaria «che – sempre secondo Bombardieri – deve essere ampliato nei numeri per poter garantire un maggiore controllo del territorio» e fluidità delle indagini. Sullo sfondo, come un pugno nell’occhio della città, rimane la questione dell’eterno cantiere del palazzo di giustizia, incuria sarebbe causata, nelle parole pronunciate dalla presidente del tribunale di Reggio Calabria, Mariagrazia Arena, «dall’incapacità o, cosa più grave, dalla mancanza di vero interesse a voler risolvere i problemi». Quello che dovrebbe essere il primo presidio del potere giudiziario in «un luogo di frontiera» rischia così di diventare «il simbolo del fallimento dello Stato», trasposizione visiva del citato deficit d’attenzione romano rispetto alle problematiche che attraversano la Calabria e Reggio in particolare.

I legami tra le province

Il dibattito intorno al tavolo ovale non riguarda solo la ‘ndrangheta, ma anche la criminalità comune. Non i soli traffici internazionali, ma anche le manifestazioni più prossime e il loro portato culturale.
«I Mancuso di Limbadi, nella provincia di Vibo – si è ricordato durante queste audizioni – sono riconducibili ai Piromalli di Gioia Tauro; sono parte del “mandamento Tirrenico». Non a caso le indagini delle due procure distrettuali della regione spesso risultano intrecciate da un “filo rosso” di nomi. Non da ultimo quello dell’avvocato Giancarlo Pittelli, imputato nel processo Rinascita-Scott, che si sta celebrando a Lamezia, e di recente tra gli indagati dell’inchiesta “Mala Pigna” di Reggio Calabria. Proprio questa indagine, che vede al centro i presunti traffici di rifiuti operati dalla famiglia Delfino di Gioia Tauro (finanche attraverso una società confiscata grazie alla presunta connivenza degli amministratori giudiziari), collegata alla “cosca anziana” dei Piromalli, viene richiamata dalla Commissione come esempio del disprezzo verso la vita e la salute dei cittadini di una regione «che i criminali arrivano a considerare come una sorta di discarica per seppellire inquinanti di altri circuiti produttivi».

L’approccio repressivo e il ruolo dell’antimafia sociale

Il procuratore capo Giovanni Bombardieri (al centro) insieme agli aggiunti Giuseppe Lombardo (a sinistra) e Gaetano Paci (a destra)

Le indagini e i processi celebrati (e in corso) a Reggio almeno nell’ultimo anno dimostrano come le organizzazioni criminali della provincia riescano a muoversi tanto sui circuiti internazionali del narcotraffico e del riciclaggio di capitali attraverso mezzi sempre più sofisticati, come ricostruito in “Nuova Narcos Europea” o “Crypto”, quanto – così da non disperdere la naturale vocazione al controllo del territorio che ne è origine – nelle manifestazioni quotidiane e iper-locali che passano spesso e volentieri dalle trame estorsive. Così in “Geoljia”, nata in seguito all’incendio di un panificio di Gioia Tauro o in “Handover” che riporta inoltre l’attenzione al controllo operato dalle cosche sulle grandi infrastrutture come il porto di Gioia Tauro – tra le principali opere interessate dal Pnrr – spartito, parrebbe ancora oggi, tra le “famiglie” Pesce, Bellocco e Piromalli-Molè. Lo ricorda in un’intercettazione il classe 92 Antonino Pesce, tra i rampolli ritrovatisi alla guida della rispettiva “famiglia” dopo arresti eccellenti. E se “Malefix” ha dimostrato quanto pesi, anche oltre i confini regionali, sulla reputazione di queste giovani leve un cognome come Tegano, la più recente inchiesta interessante le cosche della Piana ha reso l’idea di quanto questi cognomi siamo anche motivo di oppressione. È questo il caso di Rocco Molè, classe 95, ritenuto capo dell’omonima famiglia e al vertice di un’organizzazione dedita al narcotraffico che coinvolge diversi Paesi anche oltre il continente. La sua storia salta all’occhio per l’investimento – in termini umani e di risorse – fatto dal tribunale minorile di Reggio Calabria attraverso la “messa alla prova”. Da quel tentativo (non andato a buon fine) originerà anche il protocollo “Liberi di scegliere” che porta con sé il messaggio chiave dell’“antimafia del giorno prima”, che agisce in via preventiva.
Traspare anche da queste storie il messaggio dell’insufficienza del solo sistema repressivo nella lotta alle mafie ed alla ‘ndrangheta in particolare. Il rischio, come le stesse inchieste dimostrano, è quello di ridursi in senso figurato alla battaglia tra Ercole e l’Idra di Lerna, che vedeva moltiplicarsi le proprie teste per ogni decapitazione subita. Da un lato sta il dibattito intorno alla legislazione antimafia, al 41-bis e all’ergastolo ostativo. Dall’altro quello sul ruolo della società civile ascoltata in questi due giorni nelle figure dei rappresentanti delle cooperative, com’è stato ad esempio il caso di Vincenzo Linarello di Goel, esperienza lodata dallo stesso Morra dacché simbolo di «una realtà che nel suo piccolo sta dando posti di lavoro e sottraendo comunità al dominio ‘ndranghetista»; dei referenti dell’associazione Libera per quanto riguarda i coordinamenti di Locride, Piana e Reggio città; dei testimoni di giustizia che pagano lo scotto della limitazione della libertà personale per aver scelto di denunciare le vessazioni subite, consapevoli, nelle parole dell’imprenditore Antonino De Masi, che «se tornassero indietro farebbero sempre e comunque la stessa scelta». Di converso, manca ancora in parte la consapevolezza che «ogni cittadino debba fare la sua parte per ciò che gli compete» anche se nell’ultimo periodo è aumentato il numero delle vittime che decidono di denunciare tentativi (sporadici o sistematici) di estorsione. È anche grazie alle denunce di una serie di imprenditori che si sta tendendo verso “Epicentro”, altro processo di vaste dimensioni, trasposizione di tre indagini tra cui “Metameria” e “Nuovo Corso” (oltre a “Malefix”, tutte riguardanti le cosche del “mandamento Centro”), che collegano idealmente quartieri periferici come Pellaro a Corso Garibaldi. Un paradosso se si considera che forse solo l’attività delle cosche pare rappresentare l’unico continuum tra il centro e le periferie di Reggio, sempre più marginalizzate.

Il “buco nero” dell’Asp di Reggio

E proprio dall’inchiesta “Metameria” emerge il racconto degli incontri in una stanza “riservata” dell’ospedale di Reggio tra il boss Filippo Barreca – che sfrutta i permessi sanitari per allontanarsi dal 41-bis e riorganizzare la “famiglia” – e rappresentanti dei De Stefano, che tengono saldo il potere nel quartier generale di Archi. Ed è proprio l’ospedale come rappresentazione in piccolo dell’emergenza sanitaria (storica) della provincia che apre ad uno dei temi più spinosi. Nell’ultimo anno le indagini “Chirone” e “Inter Nos” hanno decifrato parte del sistema alla base del commissariamento dell’Asp di Reggio Calabria risalente allo scorso 2019. Un sistema che coinvolge tanto dirigenti dell’azienda sciolta quanto dipendenti che avrebbero tradito la loro funzione pubblica cedendo a presunte offerte corruttive. A ciò fa da cornice il “buco nero” dei bilanci dell’azienda sanitaria, non approvati dal 2013. «Parlarne nel 2014 è un discorso, parlarne a fine 2021 e tutt’altra cosa perché significa che nessuno ha mai firmato quel bilancio e quelli successivi» dice il presidente dell’Antimafia. Dall’audizione del commissario straordinario Gianluigi Scaffidi emerge un quadro «raccapricciante». A lui l’arduo compito di riavvolgere il nastro della contabilità perduta che dovrà portare alla quantificazione del debito dell’azienda, altro tema che minaccia di far saltare il tavolo tra Roma e la Regione.

Le intimidazioni agli amministratori: il caso Siderno

Siderno, una delle auto del Comune date alle fiamme

«Vogliamo sfatare il mito che si possa intimidire qualsiasi amministratore attraverso azioni di questo tipo». Wanda Ferro, deputata di Fratelli d’Italia e componente della Commissione, presente alle audizioni, commenta così i fatti di Siderno. Tra le testimonianze raccolte c’è quella della neo-sindaca Mariateresa Fragomeni. Da quando nella città della Locride è stata ripristinata la democrazia attraverso il voto dopo circa tre anni di commissariamento, l’escalation criminale pare non arrestarsi. «Qualora dovessimo comprendere che dietro queste azioni c’è la criminalità organizzata non guarderemmo in faccia a nessuno. – aggiunge Ferro – Qualora invece fosse l’opera di qualche impavido e le azioni fossero dovute ad altri fattori, lo denunceremmo con la stessa forza e chiarezza che abbiamo sempre avuto nella tutela della democrazia». Rimane cristallizzato un dato che viene offerto dall’ultimo censimento di Avviso Pubblico sulle minacce e intimidazioni rivolte agli amministratori: delle tre province più colpite in Italia negli ultimi dieci anni, due sono calabresi. Quella di Reggio è la terza in classifica con 188 episodi. Un ulteriore dato che calato nel contesto delle emergenze nella provincia più a Sud della regione fa comprendere come tanto sia stato fatto, ma molto ancora è da fare. (redazione@corrierecal.it)

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