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l’indagine sulle navi a perdere

L’ultimo viaggio di Natale De Grazia e la delega d’indagine “smarrita”

Dal contenuto della valigetta nera del capitano è possibile ricostruire alcune tappe della missione in cui perse la vita e legittimare la sua presenza in quella spedizione

Pubblicato il: 11/12/2021 – 12:40
di Francesco Donnici e Andrea Carnì*
L’ultimo viaggio di Natale De Grazia e la delega d’indagine “smarrita”

REGGIO CALABRIA L’ultimo viaggio del capitano Natale De Grazia, allora in servizio alla capitaneria di porto di Reggio Calabria, partì dalla città dello Stretto intorno alle 19 del 12 dicembre 1995, poco dopo il tramonto. A bordo dell’auto civetta diretta a Nord – secondo quello che era il programma della missione – c’erano tre uomini. Alla guida, il carabiniere Rosario Francaviglia. Gli altri passeggeri erano il maresciallo dei carabinieri Nicolò Moschitta e il capitano di corvetta Natale De Grazia, tutti componenti del piccolo pool coordinato dal sostituto procuratore Franco Neri in servizio alla procura di Reggio. Oggetto dell’indagine erano i «progetti di affondamento di navi cariche di rifiuti chimici (e radioattivi, ndr), il cosiddetto sistema delle “navi a perdere”», così definito pochi mesi prima, davanti al sostituto procuratore, dal manager e testimone Marino Ganzerla, «uno dei tanti», come lo definirà l’indagato numero uno, Giorgio Comerio.
Quel viaggio si interromperà prima della fine. Natale De Grazia morirà qualche ora più tardi, all’altezza del casello di Mercato San Severino, in provincia di Salerno.

Una missione “top secret”

Non in molti erano a conoscenza di quel viaggio, tantomeno di quale fosse l’effettiva meta. Poco più di un anno dopo quella tragica notte, nell’aprile del 1997, davanti alla procura di Nocera Inferiore, titolare del fascicolo d’indagine sulla morte di De Grazia, il cognato Francesco Postorino riferisce non solo delle preoccupazioni «del capitano, che gli aveva confidato di temere per la sua incolumità in relazione alle indagini che stava svolgendo» – come riporta la Commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti della XVI legislatura – ma anche «dei sospetti che nutriva sul maresciallo Scimone», altro elemento del nucleo investigativo coordinato da Neri.
In particolare, Domenico Scimone fungeva da ponte tra il pool e due ufficiali dell’ottava divisione Sismi, che lavoravano nella stanza accanto. Un dettaglio che porta a pensare ad una possibile ritrosia da parte dello stesso De Grazia nel voler comunicare l’oggetto della missione. Atteggiamento confermato dal racconto del collega ed amico Nino Samiani, riportato nel capitolo precedente dell’approfondimento del Corriere della Calabria. L’ultimo incontro tra i due avvenne appena quattro giorni prima di quel viaggio, l’8 dicembre. De Grazia confidò «a voce molto bassa» che sarebbe partito per «La Spezia; insieme a due carabinieri».  
Il successivo 12 dicembre, giorno della partenza, il capitano organizzò il suo borsone celeste portando con sé alcuni effetti personali, una macchina fotografica marca Ricoh modello Kr-10x e una valigetta di colore nero. 
Il contenuto della valigetta risulta di particolare importanza: deleghe di indagine firmate dal sostituto Neri e dal procuratore Scuderi recanti la data dell’11 dicembre.
Proprio questi atti permettono di ricostruire quello che sarebbe dovuto essere il percorso dell’ultima missione.

Gli atti trasmessi alla procura di Paola

Nel 2005 Emilio Osso, Istruttore di vigilanza della polizia municipale di Amantea in servizio al Nucleo Ambiente della procura di Paola, si interroga su quante fossero quelle deleghe e riporta il quesito al magistrato Francesco Greco.
Il 26 aprile di quello stesso anno, infatti, il Nucleo operativo del comando dei carabinieri di Reggio Calabria aveva inviato cinque deleghe di indagine sebbene, dallo stesso comando, pochi giorni dopo la morte del capitano ne fossero state segnalate sei. Qualche anno più tardi, la Commissione Pecorella conferma in sei il numero effettivo delle deleghe d’indagine senza soffermarsi in maniera approfondita sul contenuto di ognuna.

Cinque deleghe (più una)

Due delle cinque deleghe d’indagine sottoscritte dalla procura di Reggio Calabria e giunte alla procura di Paola nel 2005 erano indirizzate al procuratore di Salerno. Nell’aprile del 1994, era stato sequestrato un container con tracce di torio nel Salernitano. A Moschitta veniva chiesto di acquisire la documentazione inerente quell’indagine.
Il torio – va sottolineato – è un elemento radioattivo prodotto dal decadimento dell’uranio, materiale che in tempi passati veniva lavorato presso l’impianto Itrec Enea di Trisaia di Rotondella finito sotto la lente delle indagini di Neri e, ancor di più, di Nicola Maria Pace, procuratore di Matera.
Una terza delega era invece diretta alla procura di La Spezia. Veniva richiesto «di autorizzare il V. Isp. Claudio Tassi della polizia giudiziaria di La Spezia a svolgere le indagini delegate per conto della procura di Reggio Calabria».
In stretta connessione alla terza era la quarta delega con la quale Neri e Scuderi chiedevano a Tassi di svolgere indagini «già concordate» anche «fuori sede» quindi, si presume, lontano da La Spezia.
In base al contenuto di questa delega, nello specifico, il 13 dicembre, Tassi avrebbe dovuto ricevere Natale De Grazia e i suoi colleghi a La Spezia. Dalla lettura, l’atto risulta particolarmente criptico tanto da indurre a pensare, come rivela una fonte, che l’attenzione degli inquirenti si fosse spostata su Napoli, porto in cui nel dicembre 1990 potrebbero essersi incrociate le navi Cte. Rocio, poi affondata, e Rosso (ex Jolly Rosso), poi spiaggiatasi a largo delle coste calabresi.
Di diverso tenore invece la quinta delega con la quale Moschitta veniva incaricato di interrogare tale Cesare Cranchi residente a Pianello del Lario (in provincia di Como), che aveva intrattenuto rapporti commerciali e societari con l’ingegnere Giorgio Comerio.

Nessuna delega cita Natale De Grazia

Dall’analisi delle prime cinque deleghe si può notare come il nome di Natale De Grazia non compaia mai. Secondo quanto dichiarato alla Commissione Pecorella dal maresciallo Domenico Scimone – quello stesso nei cui confronti, secondo Postorino, De Grazia nutriva dei dubbi – avrebbe dovuto compiere quel viaggio al posto di De Grazia, che doveva invece dirigersi a Crotone per altre indagini. In particolare, Scimone riferisce alla Commissione che solo la mattina del 12 dicembre – quindi dopo la compilazione delle deleghe, ma prima della partenza – De Grazia avrebbe telefonato al carabiniere per dirgli che preferiva andare lui a La Spezia, trattandosi di elementi di indagine in cui servivano conoscenze tecniche nel settore marittimo. Tesi che collide anche con quanto riferito al Corriere della Calabria da Samiani, secondo cui già l’8 dicembre De Grazia avrebbe accennato ad un possibile viaggio a La Spezia. 

La sesta delega

Il relitto della Rigel, affondata nel 1987

La sesta delega, recante sempre data 11 dicembre 1995, non presente nel plico inviato dai carabinieri di Reggio Calabria alla procura di Paola, era diretta al presidente della sezione penale del tribunale di La Spezia a cui viene chiesto di autorizzare De Grazia e Moschitta a prendere visione ed estrarre copia degli atti del procedimento relativo all’affondamento della nave Rigel, avvenuto il 21 settembre 1987. Un affondamento su cui, ad oggi, non vi sono certezze.
Più che l’oggetto, di particolare interesse sono i protagonisti del documento. Si tratta, infatti, dell’unica delega che cita esplicitamente il nome del capitano Natale De Grazia. Una delega, dunque, che documenta e legittima la sua presenza in quella spedizione già a partire dall’11 dicembre.

«A chi interessa coprire tutto?»

Secondo quanto riferito dal procuratore lucano Pace in Commissione rifiuti, il 12 dicembre 1995 De Grazia gli avrebbe rivelato che, «con una delega di Neri», si sarebbe recato «prima a Massa Marittima e poi a La Spezia» e che, infine, al rientro, lo avrebbe aspettato a Reggio Calabria per portarlo sul punto esatto in cui era affondata la Rigel. La località toscana non viene però menzionata in nessuna delle sei deleghe.
Rimangono una serie di dubbi. Viene poi dato poco rilievo al contenuto della quinta delega e alla testimonianza – nonché all’effettivo ruolo nell’indagine – di Cranchi. Non si riesce a comprendere cosa fosse «già concordato» nella delega riferita a Tassi; il perché della mancata trasmissione della sesta delega alla procura di Paola.
Gli atti d’indagine consentono di avere un quadro meno opaco dell’ultima missione del capitano interrotta anzitempo, tra il 12 e il 13 dicembre 1995. Per la famiglia De Grazia iniziò una lunga notte costellata di domande, alcune delle quali riportate dalla vedova Anna Maria Vespia e dagli altri familiari del capitano in una lettera inviata il 7 marzo 1997 alla procura di Nocera Inferiore: «Perché – si chiedono, sospettando che la morte del di De Grazia non fosse dovuta a cause naturali come pareva emergere (contraddittoriamente) dalle indagini – non vengono sentiti i Magistrati inquirenti sulle minacce subite? Perché non vengono escussi come testimoni i militari dell’Arma che erano con lui? Perché non viene sentito Scimone per accertare le persone che tentarono di contattare il capitano De Grazia tra cui anche un teste particolare, vicino ai servizi segreti? Perché non si accerta con quali ufficiali del Sios della marina militare ebbe contatti prima a Messina e successivamente a Roma? A chi interessa coprire tutto?» (fine seconda parte)

*Dottore di ricerca Università di Milano e membro Legambiente-Circolo Reggio Calabria

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