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la riflessione

«”A Natale puoi”… o forse no»

È un tempo strano quello che viviamo in questo finale del 2021, anno secondo dopo la pandemia. L’Homo sapiens è tenuto in scacco non da una guerra mondiale, non da una catastrofe simile a quella c…

Pubblicato il: 24/12/2021 – 12:26
di Francesco Bevilacqua*
«”A Natale puoi”… o forse no»

È un tempo strano quello che viviamo in questo finale del 2021, anno secondo dopo la pandemia. L’Homo sapiens è tenuto in scacco non da una guerra mondiale, non da una catastrofe simile a quella che estinse i dinosauri, ma da un esserino invisibile che si trasmette attraverso gli umori dei nostri stessi corpi. Si dovrebbe aver rispetto, ammirazione direi, per questa creatura priva d’intelligenza (secondo la nostra antropocentrica ed antropomorfa visione del mondo), che, in pochi mesi, ha oscurato la marcia trionfale del genio umano. Quella stessa marcia che, in due secoli appena, aveva consentito all’Homo sapiens di “crescere e moltiplicarsi, riempire la Terra” (secondo le parole della Genesi), passando da un miliardo di individui dei primi dell’Ottocento ai sette miliardi e mezzo attuali. Senza che nessuno più osi ricordare che una simile concentrazione è incompatibile con la “carring capacity” ossia la capacità di carico della Terra (rispetto alle sue risorse finite). E siamo al paradosso: dove si è ricchi la natalità regredisce, dove si è poveri cresce. Ma non basta: perché quando – come biologia vuole – il surplus di umani che riempie i paesi poveri migra per compensare il decremento demografico dei paesi ricchi (è accaduto in tutte le ere), c’è sempre qualcuno che si ribella ed alza muri. E non basta nemmeno così: dinanzi al pericolo pandemico si cercano capri espiatori in coloro che hanno paura di vaccinarsi, invece di prendersela con chi ha ridotto a un colabrodo il sistema sanitario pubblico, compresa la capacità della ricerca biomedica di mettersi al servizio dei malati e non delle case farmaceutiche, come disse chiaramente Silvio Garattini, il più grande farmacologo italiano vivente, in una intervista uscita su “Aboutpharma” di luglio/agosto 2018. 

Ora, diceva Simon Weil, filosofa, comunista, cristiana eterodossa che fu sempre dalla parte degli ultimi: “La pienezza dell’amore del prossimo è semplicemente l’essere capaci di domandargli: “Qual è il tuo tormento?” Ma davvero noi cristiani, che festeggiamo in questi giorni il Natale, siamo intenti a chiedere al nostro prossimo “qual è il tuo tormento?” A me pare esattamente il contrario: il tormento del nostro prossimo non è affar nostro! Davvero, dinanzi al dilagare della sofferenza che affligge l’umanità ed il Pianeta (si pensi all’inquinamento ed ai cambiamenti climatici), siamo pronti ad accogliere il rito del Natale nella sua accezione altruistica? Anche qui è semmai l’esatto contrario: il Natale è da tempo il più egoistico ed ipocrita dei riti dell’Occidente cristiano.

“Avvento” lo chiama il catechismo. La nascita di Gesù Cristo segna il momento in cui Dio si rivela e si dona all’uomo attraverso il Figlio, per suggellare una definitiva alleanza. Secondo il catechismo però, “se la Rivelazione è compiuta, non è però completamente esplicitata; toccherà alla fede cristiana coglierne gradualmente la portata […]”. Come a dire che con l’Avvento i cristiani assumono l’impegno di compiere ogni giorno la Rivelazione, attraverso le loro opere di misericordia. Ricordiamo quel che disse Gesù: “Ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Ama il prossimo tuo come te stesso” (dal Vangelo di Matteo).

Ricordo una volta, diversi anni fa, una visita al monastero di San Giovanni Theristis di Bivongi, su un colle fra le vallate della fiumara Stilaro e dell’Assi, in Calabria. Da qualche tempo, l’allora vescovo della diocesi di Locri-Gerace, mons. Bregantini, aveva consentito che dei monaci ortodossi di Monte Athos si reinsediassero nell’antico luogo di culto italo-greco. Ero con un gruppo di amici, alcuni dei quali non credenti ma tutti dotati di profonda spiritualità. Padre Kosmas – così ci chiamava il monaco che ci accolse – sin dalle prime battute della nostra conversazione, senza che ci conoscesse e senza che alcuno dei miei amici avesse lasciato trapelare le sue idee, disse sorprendendoci: “Parlo più volentieri con gli atei, perché i cristiani sono quasi tutti ipocriti”. Perché, ci spiegò, l’essere cristiani in Occidente è solo uno sfoggio di status, non un’effettiva adesione all’etica cristiana.

È tutta qui la contraddizione della nostra era. È tutta qui la sfida che attende i cristiani in questo particolare, altamente difficile tempo d’Avvento. Non è come si sente cantare nell’ammiccante pubblicità della Bauli. Non è che “a Natale puoi” trovare un’effimera felicità nel celebrare la festa dell’egoismo più sfrenato. A Natale puoi, invece, essere sobrio, riflettere sulla relazione con Dio o con il sacro, a partire da quel “prossimo” che oggi, più che mai, assume il volto della sofferenza della Terra e di tutte le sue creature.   

*Avvocato e scrittore

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