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«C’erano Principesse, generali e ‘ndranghetisti». Tutti a Roma per il “ritorno” dei Templari

Il “sistema Ugolini”, l’intromissione di Licio Gelli, i legami con i Piromalli. Il patto massomafioso con il quale i clan puntavano all’immunità

Pubblicato il: 09/01/2022 – 6:54
di Pablo Petrasso
«C’erano Principesse, generali e ‘ndranghetisti». Tutti a Roma per il “ritorno” dei Templari

REGGIO CALABRIA Metti un giorno a Roma con pezzi di nobiltà, alti graduati e ‘ndranghetisti. Una riunione in un hotel romano per suggellare un nuovo patto, in qualche modo storico, per la massoneria. È uno dei tanti incroci tra cosche mafiose, logge e pezzi delle istituzioni emersi negli ultimi anni nelle aule dei tribunali calabresi. Un racconto reso da Cosimo Virgiglio, collaboratore di giustizia tra i più generosi in quanto a rivelazioni sui sistemi di potere deviato, nell’aula di ‘Ndrangheta stragista, offre l’immagine plastica di come si riesca creare un terreno comune tra segmenti che non dovrebbero dialogare tra loro. E arricchisce quell’immagine con due momenti: il 17 marzo e un giorno di maggio del 2005. Sono le date delle due “sacrazioni” dei Templari. Quando nella Capitale «arriva una moltitudine di personaggi: belli, brutti e anche cattivi. Dai generali, la guardia di finanza, principesse, consoli e mafiosi. Io le ho fornito pure prove fotografiche di tutti questi appartenenti», dice il pentito a Giuseppe Lombardo, procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria.

Il ritorno dei Templari

Agli atti vi sarebbero dunque non soltanto le parole dei pentiti, ma anche gli scatti delle cerimonie organizzate per riformare i Templari e riportarli in qualche modo sotto le “insegne” della Chiesa. Non è un particolare di poco conto. Virgiglio ci tiene a sottolineare che il “suo” sistema di potere, quello guidato dall’ex ambasciatore Giacomo Ugolini – che avrebbe stretto un patto di scambio con la criminalità organizzata aiutandola a riciclare grossi capitali in cambio di pacchetti di voti – si era adoperato per «ricostituire i Templari. Per dare un’impronta molto importante, dato che erano stati banditi dalla Chiesa, facciamo la prima consacrazione nella chiesa di Santa Prisca all’Aventino e, a presenziare, c’è un monaco cistercense che portiamo da Innsbruck».

“SACRAZIONI” | La chiesa di Santa Prisca a Roma

«Il medico di Piromalli gli chiese di arrivare a Gelli»

Questo è ciò che appare. Poi ci sono i movimenti dietro le quinte di un progetto nato nella Piana di Gioia Tauro e alimentato dalle conoscenze di un boss morente, Peppino Piromalli. “Musso storto”, così era chiamato il capomafia, «era curato – sono sempre parole di Virgiglio in aula – da un medico di Reggio Calabria, Franco Labate». Labate, per il pentito, «era un massone “sacrato sulla spada” (un “fratello” il cui nome era nascosto alla parte “pulita” della loggia proprio perché chiacchierato, ndr) perché più volte indicato nelle indagini come uomo di fiducia della famiglia Barbaro della costa jonica».

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LOGGIA P2 | Licio Gelli

Sarebbero proprio Labate e Luigi Sorridenti, nipote di Peppino Piromalli e cugino dell’altro boss della Piana Rocco Molè, a muoversi per «costituire un momento massonico tipo la P2, un accorpamento di potere». Labate, in particolare, avrebbe chiesto al boss “musso storto” «di arrivare a Licio Gelli», che il “sistema Ugolini” definiva il brontosauro. «Piromalli – spiega Virgiglio – mandò un bigliettino e i tre si incontrarono. E si organizzarono per la ricostituzione di una importante loggia massonica per la quale era vitale il riconoscimento del Vaticano». In sostanza, Gelli, per il pentito, «voleva copiare il nostro sistema: così si inventano i Templari». È così che nasce l’idea. E sarebbe tramite la famiglia Cedro, legata alle cosche della Piana di Gioia Tauro, che il progetto arriva sul tavolo di Giacomo Ugolini e del suo “sistema”, capace di aprire le porte del Vaticano. In quel momento, però, la figura del “brontosauro” Gelli è in ombra: nessuno sospetta che dietro i Templari ci sia (anche) l’ideatore della loggia P2. L’inganno, però, non dura molto. «A maggio – continua a raccontare Virgiglio – Ugolini decide di prendere le distanze. Una volta sceso in Calabria, dove alloggia all’hotel 501, prende informazioni e capisce che dietro questo sistema c’è la ‘ndrangheta di Gioia Tauro che vuole riciclare i soldi». 

Il sistema di potere Gelli-Molè-Templari

Durante il percorso accade un altro evento traumatico: il boss Peppino Piromalli muore. In prima fila per la sua successione scalpita Rocco Molè. Vale per tutte le relazioni, anche per quella che tocca l’ambito della massoneria deviata. Sorridenti, stando al racconto di Virgiglio, dà l’ok: «Nel sistema di potere Gelli-Piromalli-Templari subentra Molè e il progetto diventa quello di costruire delle Banche di Credito cooperativo, cioè di ricostituire ciò che avevano già fatto in passato con l’obiettivo di riciclare denaro. Tutto questo però viene bloccato da Ugolini. “Sono cose vecchie – dice Ugolini – c’è il brontosauro di mezzo, non hai bisogno di farti una banchetta”».

‘Ndranghetisti mescolati a principesse e generali

L’ex ambasciatore al centro dei rapporti tra politica, Vaticano e intelligence accoglie sì le famiglie della Piana sotto il mantello massonico. Ma lo fa in maniera tiepida. «Furono soltanto due le investiture – dice sempre Virgiglio –: il 17 di marzo e poi a maggio, quando parteciparono anche i mafiosi. In quell’occasione Ugolini non mise neanche il mantello; fu fatta una conviviale all’interno di Villa Vecchia e (Ugolini, ndr) concesse che i Cedro fornissero i biliardi per il campionato nazionale e poi fermò tutto». 
Quali fossero quegli ‘ndranghetisti mescolati a principesse e generali Virgilio lo spiega, almeno in parte al procuratore Lombardo: «Se lei guarda una delle tante foto che le ho fornito vedrà che c’era un Cedro, uno dei cugini, condannati per associazione e altri reati. La famiglia era quella dei Cedro e soggetti a loro collegati: erano l’espressione, all’epoca, della famiglia Molè, anche perché Giovanni Cedro aveva sposato una cugina di Rocco Molè».
C’è un altro pentito, Antonio Russo, a confermare l’incrocio (teoricamente) improbabile nella Capitale. Russo – lo stralcio è riportato nella sentenza di primo grado del processo ‘Ndrangheta stragista – riferisce dei propri rapporti con la massoneria «e in particolare di avere conosciuto tramite Luigi Emilio Sorridenti, cognato del fratello per avere sposato Piromalli Teresita, un cardiologo reggino, il dottore Labate». Questi sarebbe un «”medico fedelissimo dei Piromalli che faceva certificazioni mediche di favore ed era amico anche dei De Stefano”, che lo aveva invitato a una riunione dei cosiddetti Templari a Roma a Villa Vecchia dove c’erano principi, uomini delle istituzioni e il commendatore Carmelo Cortese, che descriveva come un vecchio massone della corrente di Licio Gelli a disposizione dei Piromalli che gestiva all’epoca l’ospedale di Catanzaro e che aveva relazioni con la famiglia De Stefano». Il collaboratore «ha riferito della presenza a quella riunione con alti ufficiali dei Carabinieri e Guardia di Finanza anche di ‘ndranghetisti, tra cui Rocco Ivan Stillitano, nipote di Giuseppe Piromalli». 

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Una foto del conte Giacomo Ugolini (a destra) in Egitto, tratta dal sito genteditalia.org

«Ugolini conosceva tutti: dagli Arena ai Morabito fino ai De Stefano»

Se i Templari erano un modo per entrare in contatto con il potere che conta, è anche vero che lo stesso Ugolini non disdegnava contatti (indiretti) con quelli che Virgiglio descrive come «brutti e anche cattivi». «Ugolini – spiega – quando scendeva in Calabria, conosceva tutti: dagli Arena di Isola Capo Rizzuto ai Morabito della costa jonica. Su Reggio Calabria, invece aveva riferimenti solo i De Stefano, e uno tra i vecchi contatti era quello con i Latella su via San Giovanni». Il modus operandi, tuttavia, era diverso da quello di Licio Gelli (che Ugolini considerava «un ignorante, un estremista»): «Gelli stringeva la mano a tutti, Ugolini invece utilizzava un filtro: se doveva parlare con Arena non è che andava da Cola Arena, ma con il suo avvocato o chi per lui. Gelli invece se doveva andare a pranzo o a cena con Piromalli lo faceva». 

Il “sistema Ugolini”, «un potere in cui neanche la magistratura può entrare» 

Diversi gli atteggiamenti e diversi i sistemi di gestione del potere. Virgiglio si mostra stupito quando il magistrato gli chiede se il sistema Ugolini si atteggiava come la loggia P2. «Non è che ci si atteggiava come P2 – risponde –; il sistema Ugolini era al di sopra del sistema P2. Dagli anni 80 in poi fu lui che reggeva il sistema di potere. E Ugolini, con le sue capacità era riuscito a coinvolgere un potere nel quale neppure la magistratura oggi può entrare, cioè lo Stato Vaticano, ma a farlo in maniera così pulita e corretta che c’era il potere ma non c’era la possibilità di essere indagati». Un livello di protezione ulteriore, un firewall contro le intrusioni della magistratura. E diventa d’improvviso più chiaro perché, quel giorno a Roma, assieme a principesse, generali e consoli ci fossero anche gli ‘ndranghetisti: non capita spesso di trovare spazio sotto certi mantelli di (presunta) impunità. (p.petrasso@corrierecal.it)

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