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I retroscena

Le accuse di tre pentiti a Pittelli. «Trecentomila euro per evitare un ergastolo»

La vicenda viene raccontata da Farao, Critelli ed Acri. Tre testimonianze con diversi punti convergenti. Ma non evitarono la pena

Pubblicato il: 25/01/2022 – 21:20
di Alessia Truzzolillo
Le accuse di tre pentiti a Pittelli. «Trecentomila euro per evitare un ergastolo»

CATANZARO Tre collaboratori di giustizia, tre versioni di una vicenda con diversi punti in comune: l’obbiettivo di corrompere i giudici della Corte d’Appello di Catanzaro per risparmiare l’ergastolo a tre boss del locale di Cirò: i fratelli Giuseppe e Silvio Farao e Cataldo Marincola sui quali pendeva l’accusa, oggi cristallizzata in una sentenza della Cassazione, di essere i mandanti dell’omicidio di Mario Mirabile, pezzo grosso della mala della Sibaritide, ucciso a Corigliano Calabro nel 1990.A parlare sono i collaboratori Francesco Farao (figlio di Giuseppe Farao), Domenico Antonio Critelli e Nicola Acri.
Il perno della vicenda è la corruzione di un organo giudicante in cui un ruolo centrale avrebbe avuto l’avvocato Giancarlo Pittelli, imputato nel processo Rinascita-Scott con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.
Le dichiarazioni sono state messe agli atti del processo in una corposa informativa redatta dal maggiore Fabio Vincelli del Ros centrale dei Carabinieri. Sia Francesco Farao – che ha appreso le notizie «avendole vissute in prima persona» – che Critelli – che le ha apprese «direttamente da uno degli imputati a favore dei quali doveva essere operato il processo dì corruzione» – nominano l’avvocato Pittelli il quale avrebbe rivestito un ruolo determinante nella corruzione. Nicola Acri, in un recentissimo verbale, «ne parla perché la questione gli sarebbe stata riferita da alcuni suoi sodali nel valutare la possibilità di percorrere quello stesso iter fraudolento, per risolvere un problema giudiziario che stava personalmente vivendo per una condanna all’ergastolo».

«Le entrature di Pittelli universalmente riconosciute»

«Anche in questo caso – è scritto nella relazione del Ros – non rileva in questa sede se la corruzione abbia o meno avuto corso, ciò che invece deve essere ancora una volta sottolineato, è come Pittelli sia stato anche nell’occasione “de qua” individuato quale personaggio che potesse fungere da tramite per comperare una sentenza. La collocazione criminale e geografica della cosca di appartenenza dei tre soggetti interessati (il territorio compreso tra Cosenza e Crotone, ndr), è poi l’ennesima dimostrazione di come egli fosse universalmente riconosciuto come quel soggetto le cui conoscenze ed entrature erano sfruttabili da parte dei consociati per raggiungere qualsiasi obiettivo, anche quelli illeciti come la corruzione di un giudice, che si può definire la massima espressione della pericolosità sociale rappresentata da tale genere di comportamenti».

Francesco Farao: «Le riunioni di famiglia per aggiustare il processo»

Francesco Farao, nel corso di un interrogatorio del 2018, ricorda che quando la Cassazione annullò con rinvio l’assoluzione dei tre boss (tra i quali suo padre Giuseppe) vi furono diverse riunioni in famiglia durante le quali Natale Farao, zio di Francesco Farao, informò la famiglia che Pino Sestito (uno dei componenti della cosca già condannato in Stige) «era nelle condizioni di “aggiustare” il processo, consegnando danaro ai giudici per il tramite ditale “Mimmo” di San Mauro e tramite l’avvocato Pittella di Catanzaro. Io ho parlato esclusivamente con mio zio Natale, che teneva i rapporti con Pino Sestito. Per il tramite di zio Natale ho saputo che Pina Sestito era addivenuto al seguente accordo: i giudici avrebbero avuto, per il tramite di Pittella e di “Mimmo” di San Mauro un acconto di 120mila euro, i restanti 180mila euro sarebbero stati consegnati al buon esito della sentenza».
La sentenza fu favorevole solo a Cataldo Marincola che fu condannato a 30 anni (Farao ricorda 24 anni che è invece la sentenza definitiva inflitta dalla Cassazione, ndr). Giuseppe e Silvio Farao vennero condannati all’ergastolo. «Sempre tramite zio Natale – dice Francesco Farao – ho saputo che, dei 120mila euro, che sono stati comunque consegnati, 80mila euro provenivano dalla famiglia Siciliani, i restanti 40mila euro da Giuseppe Siciliani, il padre del mio socio, che si chiama Cataldo. Infatti Giuseppe Sicilaini, padre di Cataldo, detto “Marascrano”, era staio agevolato dalla consorteria in relazione a dei cosiddetti “videopoker”». Dopo quell’occasione il collaboratore afferma che suo zio e suo padre interruppero i rapporti con Pittelli: «Conosco l’avvocato Pittella di Catanzaro, con lui non abbiamo mai parlato di queste vicende, ma dopo la condanna all’ergastolo di mio zio e di mio padre abbiamo interrotto i rapporti con Pittella, che non ha più assistito membri della mia famiglia nucleare».

Critelli e i racconti di Cataldo Marincola

Secondo Domenico Antonio Critelli – in un interrogatorio del giugno 2015 – il compenso pattuito era stato pagato per intero. «Egli apprende della questione – scrive il Ros –, come detto sopra, direttamente da Cataldo Marincola che conferma come il pagamento fosse avvenuto e, soprattutto, che vi si era provveduto per il tramite di “un avvocato di cui non ricordo il nome ma che è stato eletto nell’ultima tornala elettorale nel collegio di Catanzaro, con Forza Italia e che so essere stato eletto come onorevole”. Il profilo corrisponde ovviamente a quello di Giancarlo Pittelli e, sebbene il collaboratore non faccia esplicito riferimento ad una vicenda corruttiva, non si può dare altra interpretazione alle parole “con la garanzia che gli stessi sarebbero stati assolti per le accuse di omicidio al processo per l’uccisione di Mario Mirabile”, soprattutto in considerazione di quanto dichiarato da Farao e da quello che riferisce anche Nicola Acri».
«Ho appreso direttamente da Cataldo Marincola, durante il periodo di codetenzione presso il carcere di Catanzaro – dice il collaboratore –, durante lo svolgimento del processo, di una grande lamentela dovuta al fatto che lui stesso e i fratelli Silvio e Giuseppe Farao avevano pagato la somma di 300.000 euro ad un avvocato di cui non ricordo il nome ma che è stato eletto nell’ultima tornata elettorale nel collegio di Catanzaro, con Forza Italia e che so essere stato eletto come onorevole, con la garanzia che gli stessi sarebbero stati assolti per le accuse di omicidio al processo per l’uccisione di Mario Mirabile. Cataldo Marincola mi spiegava che loro pagarono i 300.000 euro pattuiti ma non ottennero alcuna assoluzione o beneficio, come invece è avvenuto con gli ‘ndranghetisti cosentini nell’ambito del medesimo processo i quali invece hanno goduto di alcuni benefìci tra cui la concessione degli arresti domiciliari».

Nicola Acri e l’idea di eseguire la corruzione

Nicola Acri, in un interrogatorio dello scorso ottobre, spiega di avere appreso la vicenda da Augusto De Simone, marito della figlia di Vincenzo Santoro, detto “u monacu”, condannato nel processo Stige contro la cosa Farao-Marincola. Acri stava valutando «o se ricorrere alla stessa strategia corruttiva per rimediare ad una condanna all’ergastolo da poco ricevuta». «All’epoca – dice Acri –, era stata richiesta una somma di danaro per pagare un giudice per aggiustare il processo a carico del Marincola e dei Farao, almeno evitando la condanna all’ergastolo. Mi disse, che tramite l’avvocato di Marincola, gli era stata fatta tale proposta». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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