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Lamezia, si rompe il bacino in ospedale e deve telefonare a un amico per essere soccorsa

«Ho vissuto un dramma», racconta la donna che si è procurata una frattura al bacino a causa di un ascensore rotto (che non era stato segnalato)

Pubblicato il: 08/02/2022 – 18:47
di Alessia Truzzolillo
Lamezia, si rompe il bacino in ospedale e deve telefonare a un amico per essere soccorsa

LAMEZIA TERME Un ospedale che cade a pezzi, letteralmente, e trascina con sé, letteralmente, un intero territorio, sempre più impoverito, sempre più abbandonato e inerte. Se la sanità è lo specchio di una società, Lamezia Terme si riflette in un pozzo di acqua putrida. «Ho vissuto un dramma», è l’unico commento, amaro, di una donna, una professionista in pensione, che in ospedale era entrata per accompagnare il marito per una visita e ne è uscita con una frattura al bacino. Ma, traspare dalle sue parole, il dolore più grande non è stata tanto la frattura del bacino quanto la paura, la solitudine, l’assenza di un pronto intervento e di un soccorso garbato e umano.
Il fatto è avvenuto lo scorso primo febbraio. La donna aveva accompagnato il marito per una visita. Terminato l’esame i due si avviano verso l’ascensore. «C’era un ascensore al piano. Per cui ho premuto il pulsante e si è aperta la porta, ma quando ho messo il piede per entrare, il piede è andato a finire nel vuoto perché dal pavimento del piano, al pavimento dell’ascensore c’era un dislivello di almeno 15/20 centimetri. Sono caduta malamente, riportando la frattura del bacino», racconta la signora sfogandosi su facebook. Ma il peggio doveva ancora arrivare. Benché si trovasse in ospedale «mi sono trascinata urlando fino alla scala perché stavo svenendo – racconta al Corriere della Calabria –. Una infermiera mi ha detto che spostarmi non era competenza sua mentre una infermiera della Medicina, che per caso stava passando, mi ha detto che avrei dovuto chiamare il 118». La donna chiama il servizio di emergenza ma, racconta, «erano fuori distretto». L’infermiera le suggerisce allora, e qui si arriva al paradossale, «di chiamare qualche familiare dall’esterno». «Io ho chiamato un mio ex collega, che è arrivato subito, ed insieme a quella infermiera della medicina si sono fatti prestare una sedia a rotelle e mi hanno portato al pronto soccorso». «Una sedia a rotelle di fortuna in prestito momentaneo», per essere precisi. Un dramma nel dramma, col marito accanto che stava poco bene ed era preoccupato e nel panico. «Ho vissuto un dramma», dice la donna che oggi si trova immobile a letto perché la frattura deve calcificare. «Sottolineo – racconta la signora – che l’ avaria dell’ascensore non era stata segnalata e solo dopo il fattaccio un signore lo ha messo fuori servizio con un’asta di ferro, ed una scatola dei rifiuti della carta davanti alla porta (come si vede in foto). Potevo realmente ammazzarmi se avessi sbattuto la testa». Come giudicare l’insieme di questi elementi? L’ascensore rotto senza nessuna segnalazione, l’assenza di personale che potesse prestare soccorso, il 118 fuori distretto, una scatola di rifiuti per la carta come segnale momentaneo di ascensore fuori servizio, la necessità di chiamare un amico, da fuori, un ex collega, per essere aiutata, una sedia a rotelle di fortuna. È un dramma. Un dramma sanitario che sta svilendo la qualità della vita dei pazienti dell’ospedale “Giovanni Paolo II” di Lamezia Terme. Una presa per sfinimento come le interminabili code al cup dell’ospedale, con le persone assiepate a contare le ore, donne incinte che aspettano in piedi, i numeri che scorrono lenti. Una città di 70mila abitanti con un comprensorio montano e marino vastissimo, il Lametino, merita questo? (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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