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il processo

Ex Legnochimica di Rende, «i bacini artificiali centro della contaminazione»

Nel processo in corso a Cosenza, viene presentata la relazione del consulente del pm. «Riscontrati livelli di superamento di alcuni metalli»

Pubblicato il: 24/02/2022 – 17:50
di Fabio Benincasa
Ex Legnochimica di Rende, «i bacini artificiali centro della contaminazione»

COSENZA Due testimoni del pubblico ministero si sono sottoposti ad esame e controesame nell’udienza, tenutati questa mattina dinanzi al Tribunale di Cosenza (giudice Familiari), del processo legato alla ex Legnochimica di Rende. Le accuse mosse nei confronti dell’unico imputato, Pasquale Bilotta, ex liquidatore dell’azienda Legnochimica – difeso dall’avvocato Pietro Perugini – sono disastro ambientale e omessa bonifica.

La conferenza dei servizi

Il primo ad essere escusso è Giovanni Ramundo. Il funzionario del settore ambiente del Comune di Rende si occupava della verbalizzazione delle dichiarazioni rese in conferenza dei servizi. «Sono stato sul posto – confessa al Pm – ed ho sentito cattivi odori, nauseabondi, ma mai ho riscontrato la presenza di carcasse di animali morti». Per quanto attiene l’esistenza di un piano di bonifica, il teste precisa di esserne a conoscenza ma di non ricordare se sia mai stato approvato. «I progetti di bonifica vengono approvati dalla conferenza dei servizi che veniva convocata dal sindaco».

«I bacini artificiali centro della contaminazione»

Ben più corposo l’esame e il conseguente controesame a cui si è sottoposto il professore Alessio Siciliano, docente all’Unical, ingegnere ambientale chiamato a svolgere il ruolo di consulente del pubblico ministero. «Sono stato nominato nel 2015 come ausiliario di pg con l’incarico di redigere una relazione tecnica e verificare se ci fossero contaminazioni sul sito della ex Legnochimica». Il teste racconta di aver effettuato «un sopralluogo sul posto con gli ufficiali del corpo forestale e constatato che il centro della contaminazione era nei “laghetti” (bacini artificiali) dove confluivano i liquidi contenuti nelle vasche della ex Legnochimica». Sollecitato dal pm, il consulente sottolinea «la presenza di metalli pesanti (alluminio, ferro e manganesio)» riscontrati da alcuni piani di caratterizzazione analizzati. Nel 2007, «sono state effettuate delle analisi attraverso 14 carotaggi e 15 prelievi di acque di falda, e in quella occasione venne riscontrato il superamento del livello limite del ferro». Secondo il consulente, «non erano state fatte analisi tali da escludere contaminazioni». In una seconda relazione a firma dell’ex rettore dell’Unical, il professore Gino Mirocle Crisci (chiamato a testimoniare nella prossima udienza), sarebbero emersi «diversi superamenti di soglie minime di ferro, manganesio, nichel e piombo». A tal proposito, il teste aggiunge una considerazione che poi sarà oggetto di controesame da parte dell’avvocato Perugini. Secondo l’ingegnere Siciliano, infatti, sarebbero stati «utilizzati sali di alluminio dall’azienda Legnochimica per lavare il materiale legnoso. La mia ipotesi – dice il teste – è che nelle acque ci fossero residui di questi sali». «I bacini erano pieni di liquido bianco e in alcuni era visibile il materiale legnoso galleggiante. Anche nell’area adiacente gli stessi bacini erano presenti residui di materiale legnoso». Secondo il consulente, l’accumulo di questo tipo di materiale avrebbe portato «a un rilascio nel tempo di sostanze nel sottosuolo. Si parla di bacini che si riempiono in inverno e si svuotano d’estate e dunque è duplice l’effetto: da una parte, occorre capire cosa provoca la presenza del materiale legnoso e dall’altra, invece, quali sostanze vengono disperse nell’atmosfera quando i laghetti di prosciugano». Sui fenomeni di combustione verificatisi nell’area, il teste si mostra incerto sulle cause scatenanti: «Sono diverse le ipotesi».

Il controesame

Le dichiarazioni rese dal secondo teste, spingono l’avvocato Pietro Perugini a porre una serie di domande per chiarire alcuni aspetti della ricostruzione fornita. Sulla possibilità che il materiale legnoso rilasciasse sostanze contaminanti, il teste risponde: «È una mia ipotesi, non ho effettuato personalmente le analisi ma l’esperienza mi porta a pensare che sia effettivamente così». Sull’utilizzo del sale di alluminio da parte dell’azienda, l’avvocato Perugini sottolinea l’assenza di qualsiasi riferimento nella relazione redatta dallo stesso consulente, che precisa: «Il dettaglio emerge dal piano di bonifica presentato dall’azienda o dal piano di caratterizzazione (precedente a quello di bonifica)». Infine, nella relazione il consulente cita il “Csr”, sigla che indica la concentrazione di soglia di rischio, «serve a classificare il sito come contaminato o meno». L’avvocato Perugini chiede se sia stata fatta un’analisi di questo tipo sul sito “incriminato” e il teste risponde: «No, perché non era previsto nel piano di caratterizzazione». (redazione@corrierecal.it)

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