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Il provvedimento

«Digli al tuo principale che gli chiudiamo il cantiere». Due arresti per tentata estorsione a Reggio

Indagini partite dalla denuncia delle vittime. Condotte degli indagati aggravate dal metodo mafioso. «Sai che siamo quelli di San Giorgio»

Pubblicato il: 05/03/2022 – 13:19
«Digli al tuo principale che gli chiudiamo il cantiere». Due arresti per tentata estorsione a Reggio

REGGIO CALABRIA Nei giorni scorsi personale della Squadra Mobile della Questura di Reggio Calabria, su disposizione della locale Procura della Repubblica, Direzione Distrettuale Antimafia, ha sottoposto a fermo di indiziato di delitto Giovanni Zindato, di anni 54 e Carmine Pablo Minerva, di anni 49, indagati, allo stato del procedimento in fase di indagini preliminari, per due tentate estorsioni commesse, tra il mese di luglio 2021 ed il mese di febbraio 2022, ai danni di imprenditori che stanno realizzando lavori nel quartiere cittadino di San Giorgio Extra.
Successivamente, sempre su richiesta della Procura distrettuale, il gip del Tribunale di Reggio Calabria, ha emesso a carico dei due indagati la misura cautelare della custodia in carcere.

Le indagini. Tentata estorsione ai danni di imprenditori locali

Le indagini che hanno portato all’emissione del provvedimento restrittivo sono partite proprio dalle denunce delle vittime, che nelle scorse settimane avevano ricevuto, a più riprese, visite sul cantiere da parte dell’indagato Carmine Pablo Minerva, che li aveva sollecitati a mettersi in regola con la cosca locale, pena il blocco dei lavori. In occasione della prima visita ad uno dei cantieri, a recarsi sul posto era stato lo stesso Giovanni Zindato, che rivolgendosi ad uno degli operai lo aveva invitato a riferire al titolare, che «prima di entrare a casa delle persone si bussa».
All’identificazione dei sospettati, gli investigatori della Squadra Mobile sono giunti attraverso una minuziosa analisi di diversi sistemi di videosorveglianza, che permetteva di fornire i primi riscontri a quanto denunciato dalle vittime.
Le indagini sono poi proseguite con l’ausilio di servizi di intercettazioni che, nonostante le particolari cautele adottate dagli indagati, hanno permesso di acquisire ulteriori importanti elementi di prova sia in ordine ai due tentativi estorsivi oggetto di contestazione, ma anche sulla volontà di Giovanni Zindato di estorcere ulteriori imprenditori, di fatto approfittando del vuoto determinato dagli arresti eseguiti con le precedenti operazioni a carico del gruppo criminale storicamente operante nel quartiere di San Giorgio (Borghetto-Caridi-Zindato, operante nell’ambito della più ampia cosca Libri). Emblematiche in tal senso alcuni dialoghi intercettati in cui Zindato dice di voler replicare il modus operandi adottato da Antonio Libri, detto Totò, attualmente detenuto perché tratto in arresto nel corso dell’operazione Malefix, il cui procedimento attualmente è in fase dibattimentale, ovvero l’evocazione, con un conoscente di una delle vittime al fine di incutergli timore, di Antonino Caridi, anch’egli allo stato detenuto, perché condannato per associazione mafiosa in qualità di esponente di vertice della cosca.
La determinazione degli indagati nel portare a termine i loro propositi criminali è stata evidenziata anche dalla volontà degli stessi, per come emerso dalle intercettazioni, di intraprendere azioni ritorsive nei confronti degli imprenditori che non si erano piegati alle loro richieste estorsive. In relazione a tale circostanza hanno palesato la disponibilità di una pistola e, pertanto, oltre al reato di tentata estorsione aggravata, viene contestato loro anche il reato di porto e detenzione abusiva di armi da fuoco.
Con riguardo alla personalità degli indagati si evidenzia che Giovanni Zindato era già stato tratto in arresto nell’ambito dell’operazione “Alta Tensione”, condotta dalla Polizia di Stato nel 2010, con l’accusa di partecipe dell’associazione mafiosa ed in particolare con il ruolo di uomo di fiducia di Santo Giovanni Caridi. Con riferimento a tale contestazione la posizione di Zindato, dopo la condanna in primo e secondo grado, sarà oggetto di un nuovo processo innanzi alla Corte di Appello di Reggio Calabria, in quanto la Corte di Cassazione che ha disposto l’annullamento con rinvio della sua condanna.

«Digli al principale di presentarsi altrimenti gli chiudiamo il cantiere»

«Digli al tuo principale che domani si deve presentare al cantiere nel pomeriggio, altrimenti gli chiudiamo il cantiere». «Ditegli al vostro principale che quando viene a casa delle persone deve bussare». «Sai come funziona qua». «Sai che siamo quelli di San Giorgio». Sono alcune delle frasi con cui sono stati minacciati gli operai di due ditte. Una stava ristrutturando un fabbricato nella zona della cosca Caridi nello stesso quartiere dove l’altra impresa era impegnata nei lavori di elettrificazione.
Le minacce sono contenute nel provvedimento di fermo emesso dalla Dda di Reggio Calabria nei confronti di Giovanni Zindato, di 54 anni, e di Carmine Pablo Minerva, di 49. Per quest’ultimo, al termine dell’udienza, il provvedimento è stato convalidato dal gip Angela Mennella la quale però nei confronti di entrambi ha disposto un’ordinanza di custodia cautelare in carcere su richiesta del procuratore Giovanni Bombardieri e dei sostituti procuratori della Dda Walter Ignazitto e Nicola De Caria. Difesi dagli avvocati Natale Polimeni, Nino Priolo e Antonino Foti, i due arrestati Zindato e Minerva sono accusati di due tentate estorsioni ai danni di alcuni imprenditori che hanno avuto il coraggio di denunciare la richiesta di pizzo. Le indagini della squadra mobile, guidata da Alfonso Iadevaia, hanno ricostruito come i due arrestati avrebbero agito con modalità mafiose. Zindato, infatti, viene ritenuto dagli inquirenti uomo di fiducia del boss Nino Caridi. Negli atti della Dda ci sono intercettazioni e filmati in cui si vedono gli emissari della ‘ndrangheta recarsi nei cantieri. Grazie a un’intercettazione del 21 febbraio, in cui discutevano “sulla creazione di un silenziatore artigianale”, si sospetta che i due arrestati avessero anche la disponibilità di una pistola che gli viene contestata dalla Dda. Entrambi immaginavano il rischio di essere arrestati. Il 26 febbraio, la squadra mobile ha perquisito la casa di Carmine Pablo Minerva. Subito dopo, quando è rimasto solo, l’uomo ha quasi confessato in un monologo che qualcuno l’ha mandato a chiedere il pizzo nei cantieri: «Abbandono a tutti e parto… – dice – che se la facciano loro la galera, che hanno i soldi, non io che muoio dalla fame… che poi non ho bisogno di niente io, ho il reddito, io stavo campando per bene, chi mi ha mandato».

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