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Sistema Rende, «in dieci anni nessun contatto tra Principe e il clan»

La difesa ritiene di aver «smontato» le accuse all’ex parlamentare. Il legale di Bernaudo: «Nessuna prova dell’accordo corruttivo»

Pubblicato il: 11/04/2022 – 18:32
Sistema Rende, «in dieci anni nessun contatto tra Principe e il clan»

COSENZA Un’impostazione accusatoria definita dall’avvocato Anna Spada «congetturale, l’apoteosi dell’automatismo e del semplicismo giudiziario». L’arringa della legale che difende l’ex parlamentare e assessore regionale Sandro Principe ha ripercorso, proponendosi di smontarla pezzo per pezzo, l’istruttoria dibattimentale «per la quale Sandro Principe dovrebbe considerarsi responsabile per tutti i fatti contestati perché non è plausibile o logicamente sostenibile il contrario». Spada ha parlato di «vistosa forma di pregiudizio ideologico da parte dell’accusa che ha tentato di trasformare decenni di un’azione politica educativa socialista riformista culminata nell’indiscutibile leaderismo dell’onorevole Sandro Principe nella prova della sua responsabilità illimitata per qualsiasi atto sia fuoriuscito dal Comune di Rende». Per la difesa sarebbe «completamente smontata la tesi di un patto pluriennale plurisoggettivo tra la coalizione riferita a Principe e gli esponenti della cosca Lanzino Ruà». E risulterebbe «smentito l’appoggio elettorale della cosca alla coalizione riferibile a Principe da una serie di emergenze processuali: parenti di D’Ambrosio e di Irillo candidati nel 1999 e 2006 in liste avversarie; testimoni e collaboratori di giustizia che hanno affermato che gli esponenti della cosca hanno sempre votato contro Principe; persino informative di reato prodotte del Nucleo Provinciale di Cosenza che confermano questo dato; intercettazioni di D’Ambrosio del 2011 nelle quali organizza l’affissione dei manifesti elettorali e procaccia voti per la coalizione contrapposta a quella di Principe, ritenendolo in “caduta libera”».
Allo stesso modo, Spada ritiene «smentiti rapporti personali tra Principe e D’Ambrosio: dalle intercettazioni telefoniche emerge che D’Ambrosio deve rincorrere il cugino consigliere Franco D’Ambrosio e la responsabile della segreteria politica di Principe, Cinzia Gardi, per cercare di avere un’intercessione e un incontro con Principe senza mai riuscirci; è emerso che Principe per 10 anni sia stato bersaglio di intercettazioni e servizi di Ocp (osservazione, controllo pedinamento, ndr) e non è mai stato registrato nessun contatto con la mafia». Per la legale è «dimostrata la assoluta liceità e legittimità di tutti gli atti amministrativi considerati “di favore” alla mafia». Così come è «smontata l’illazione dell’ingerenza indebita di Principe su ogni atto del Comune di Rende: tutti gli avversari politici di Principe in dibattimento hanno ammesso che l’ex sindaco ha solo esercitato legittimamente le proprie prerogative di capogruppo del gruppo di maggioranza e gli scontri ideologici altro non erano che una fisiologica contrapposizione politica; ma alla fine tutte le loro scelte amministrative venivano prese in completa autonomia e senza condizionamenti da parte di Principe».

La difesa di Bernaudo: «Nessuna prova dell’accordo corruttivo»

«Il processo si sarebbe dovuto fermare all’udienza preliminare visti gli esiti dei giudizi incidentali in Cassazione. Così non è stato!». Così Francesco Calabrò, legale di Umberto Bernaudo, nella sua arringa difende la posizione dell’ex sindaco di Rende. Secondo il legale, «l’istruttoria dibattimentale non ha consegnato, infatti, prova alcuna del contestato accordo corruttivo e parte da un grave errore di fondo, ovvero la non corretta individuazione dei profili di competenza tra Sindaco e Dirigenti. Il Sindaco non può avere una responsabilità per posizione».
«Anche l’ex Sindaco Cavalcanti – precisa – teste chiave dell’accusa per dimostrare una presunta, ma non veritiera discontinuità amministrativa, è stato costretto ad ammettere durante il dibattimento di non aver ha mai percepito, durante la sindacatura, la presenza di infiltrazioni mafiose all’interno del Comune di Rende. Circostanza peraltro confermata dalla Commissione d’Accesso Antimafia che si insediò nel comune nel 2012».
Quanto all’assunzione di Lanzino in seno alla cooperativa Rende 2000, la difesa fa presente che «le intercettazioni telefoniche avrebbero dimostrato che la stessa non sarebbe in alcun modo imputabile all’amministrazione rendese all’epoca dei fatti guidata dal Bernaudo, quanto, piuttosto a chi gestiva la cooperativa Rende 2000 che avrebbe assecondato la richiesta del Michele Di Puppo, già dipendente della stessa cooperativa».
Hanno discusso anche gli avvocati Marco Amantea e Francesco Tenuta.
La sentenza del processo è prevista per il 9 maggio dopo le discussioni degli avvocati Franz Caruso e Franco Sammarco.

La difesa di Ruffolo: «Nessun favore al clan. Rende non è mai stata mafiosa»

La difesa di Pietro Ruffolo, ex assessore principiano del Comune di Rende, rappresentata dall’avvocato Francesco Tenuta, parla invece di «ostinazione accusatoria della Dda, che già nel 2012 aveva arrestato Ruffolo sempre per gli stessi fatti, fondati sempre sugli stessi elementi di prova di questo processo. Fatti, però, che, all’epoca erano stati destituiti di ogni fondamento da parte del gip di Catanzaro, dei giudici del tribunale della libertà e di quelli della cassazione. Rende – spiega il legale – non è stata mai una città mafiosa. Non ha mai respirato l’olezzo della mafia». Poi scende nel dettaglio: «Non c’è stato alcun accordo corruttivo tra mafia e politica. Così come nessun rapporto tra Ruffolo e di Pippo Michele o tra Ruffolo e altri esponenti appartenenti al clan Ruà/Lanzino e nessuna assunzione nella Rende Servizi di esponenti della cosca mafiosa da parte di Ruffolo». La società, spiega Tenuta, non è mai stata «messa a disposizione al clan mafioso in cambio dell’appoggio elettorale alle provinciali del 2009» e non ci sono «intercettazioni telefoniche o captazioni ambientali tra Ruffolo ed esponenti della cosca. Di più: non esistono intercettazioni o captazioni tra esponenti del clan in cui si parla di Ruffolo o di accordi corruttivi con lo stesso e nessuna condotta amministrativa di favore è stata mai fatta al clan Ruà/Lanzino».

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