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La faida della montagna, una lunga scia di sangue tra Scalise e Mezzatesta

Nella sentenza “Reventinum”, la carriera criminale del capocosca e la storia dell’agente della municipale che fa battezzare la figlia dal boss. Le mani dei clan sui lavori della strada del Medio Sa…

Pubblicato il: 12/04/2022 – 17:51
di Alessia Truzzolillo
La faida della montagna, una lunga scia di sangue tra Scalise e Mezzatesta

CATANZARO «La carriera criminale di Pino Scalise risale già al 1978 allorquando, unitamente a Luigi Aiello detto “Sceriffo”, veniva tratto in arresto poiché ritenuto responsabile di omicidio preterintenzionale per avere cagionato la morte di una persona durante una rapina. Già dedito a rapine, ricettazione ed alle estorsioni, la sua carriera delinquenziale di stampo mafioso matura, con molta probabilità, proprio durante la detenzione; infatti è proprio in tale periodo che stringe i primi rapporti con la famiglia Arcieri e più precisamente con Antonio Arcieri alias “zi ‘Ntoni”, padre di Vincenzo. Entra a far parte ben presto del cosiddetto “gruppo storico della montagna” già capeggiato da Eugenio Tomaino, cercando di scavalcare qust’ultimo, motivo per il quale insorgono dei dissidi che condurranno, nell’estate del 2001, al tentato omicidio in suo danno». Dopo avere scampato la morte Pino Scalise abbandona il “gruppo della montagna” con la conseguente «costituzione di un nuovo gruppo criminale che vedrà la partecipazione dei figli Luciano e Daniele (ucciso, ndr), Andrea Scalzo, Angelo Rotella, Salvatore Mingoia, Giovanni Vescio (ucciso, ndr), Francesco Iannazzo (ucciso, ndr), Vincenzo Mario Domanico». È questo il profilo che il gup Pietro Carè traccia su Pino Scalise nelle motivazioni della sentenza del procedimento Reventinum che il 18 giugno 2021, in sede di rito abbreviato, ha visto la condanna all’ergastolo per Pino e Luciano Scalise. Il gup ha condannato, inoltre, Andrea Scalzo, a 8 anni e 2 mesi; Angelo Rotella, 8 anni e 4 mesi; Vincenzo Mario Domanico a 6 anni e 8 mesi di reclusione. Assolti Cleo Bonacci, Eugenio Tomaino, Domenico Mezzatesta, Giovanni Mezzatesta e Antonio Pulitano. 

Gli interessi della cosca nel Reventino

La cosca Scalise nasce, scrive il gup Carè, dopo la fuoriuscita di Pino Scalise dal “gruppo storico della montagna”. La cosca, legata al territorio del monte Reventino, è collegata e riconosciuta dalle più potenti cosche lametine e aveva assunto il controllo di un vero e proprio settore economico: quello del movimento terra nell’area del Reventino, «finanziato anche grazie ai proventi delle attività estorsive». Questa attività, legata in particolar modo con i lavori per la strada del Medio Savuto, era alla radice dello scontro con i Mezzatesta.
Secondo il gup i racconti di acquisto di armi ed esplosivi fatti dai collaboratori di giustizia, e i numerosi fatti di sangue che hanno caratterizzato la faida tra Scalise e Mezzatesta, «porta a ritenere configurata anche l’aggravante dell’essere l’associazione armata».

Mezzatesta, l’agente della municipale in rapporti con le cosche

Nonostante spesso citati come rivali degli Scalise, i Mezzatesta sono stati assolti dall’accusa di associazione mafiosa. Domenico Mezzatesta era un agente di polizia municipale che «ad onta del ruolo di pubblico ufficiale», scrive il gup Carè «a partire dagli anni 90 presidiava il territorio di Decollatura a provvedeva ad imporre e riscuotere proventi estorsivi per conto di di Vincenzo Arcieri». Un agente della municipale che fa battezzare la figlia da Vincenzo Torcasio detto “porchetta”, uomo di spicco dell’omonima cosca di Lamezia, ucciso nel giugno 2011. Lo stesso Mezzatesta ha raccontato delle rivalità con Pino Scalise che già prima del 2001 avevano portato Mezzatesta, Eugenio Tomaino e Luigi Aiello, a chiedere ad Arcieri il permesso di uccidere Scalise. Ma Arcieri aveva negato l’autorizzazione. Nonostante questo, il 30 luglio 2001 Scalise subì un attentato e questo lo portò a lasciare il “gruppo storico della montagna”.
Dopo un breve periodo di pace – nel corso del quale Daniele Scalise fece battezzare il proprio figlio da Domenico Mezzatesta – il contrasto tra le due famiglie riesplode a causa degli interessi comuni per i lavori per la strada del Medio Savuto. La “faida” che ne scaturisce è lunga e sanguinosa e parte con  una bomba piazzata sotto l’abitazione di Domenico Mezzatesta, la rapina di un camion, l’omicidio di Giovanni Vescio e Francesco Iannazzo da parte di Domenico Mezzatesta e suo figlio Giovanni, l’omicidio per mano ancora ignota di Daniele Scalise e Luigi Aiello, l’omicidio dell’avvocato Francesco Pagliuso per volontà della cosca Scalise, l’omicidio di Gregorio Mezzatesta, fratello di Domenico. Nonostante il giudice affermi che dal contrasto fra le due cosche «può trarsi dimostrazione della natura mafiosa dell’agire di Domenico Mezzatesta e del figlio Giovanni», la sentenza nei loro confronti è assolutoria perché «la mancata prova dell’adesione di un numero minimo di partecipanti alla cosca conduce ad una pronuncia assolutoria». Secondo il gup, «non vi sono sufficienti elementi per ritenere provata la partecipazione al clan Mezzatesta dell’imputato Eugenio Tomaino e, sino alla sua morte violenta, di Luigi Aiello». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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