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Emanuele e Nensy, storia di una famiglia spaccata (sul nascere) dalla ‘ndrangheta

Si sono conosciuti giovanissimi. Lui ha cambiato vita, voltando le spalle a uno dei clan più potenti, prima che nascesse sua figlia. Lei non lo ha seguito. Lui lotta ogni giorno per poter fare il p…

Pubblicato il: 20/05/2022 – 15:28
di Alessia Truzzolillo
Emanuele e Nensy, storia di una famiglia spaccata (sul nascere) dalla ‘ndrangheta

LAMEZIA TERME Si erano conosciuti in un villaggio turistico di Nicotera. Sono stati fidanzati per dieci anni, conviventi per otto anni nella villa della famiglia di lui a Nicotera, da quando erano due ragazzi poco più che ventenni. Intorno a loro aleggiava una delle più potenti famiglie di mafia conosciute, i Mancuso di Limbadi, alla quale apparteneva lui, Emanuele Mancuso, figlio di Pantaleone “l’Ingegnere”. Anche Emanuele era dentro agli affari di famiglia. Il 30 marzo 2018 viene arrestato nell’operazione Nemea. Tra le accuse vi sono tentata estorsione e danneggiamento. 
Quando viene arrestato, la sua compagna Nensy Vera Chimirri è incinta di sei mesi della loro figlia. Lui ha 30 anni e un tatuaggio sul braccio sinistro col nome di lei. Lei gli scrive appassionate lettere d’amore. Le cronache dei suoi verbali oggi raccontano che già durante l’interrogatorio di garanzia Emanuele Mancuso dice più di quello che dovrebbe, mentre l’avvocato di famiglia gli tira calci da sotto la sedia. È inquieto. Sempre le cronache delle sue dichiarazioni riportano che durante un incontro con Nensy, quando lui era ristretto nel carcere di Reggio Calabria, le propone di cambiare vita e di andarsene via con la bambina. Lei piange, non gli risponde.
Emanuele si pente una settimana prima che nasca la piccola, a giugno 2018. Dice ai magistrati che per sua figlia desidera un futuro diverso.
Quattro giorni prima che lui si pentisse lei gli aveva mandato una lettera in cui manifestava «tutto l’amore e il sentimento che nutriva per il padre della bambina che portava in grembo». Ma dopo la collaborazione Nensy Chimirri non lo segue. In mezzo a loro c’è, insinuato come un cuneo, un clan potente.
Inizialmente, insieme ai familiari di lui, Nensy cerca di dissuaderlo dalla collaborazione. Gli arriva per posta una foto con la loro neonata in braccio al fratello di lui, Giuseppe Mancuso. La famiglia lo circuisce con promesse di un futuro in Spagna, a gestire un bar tutto suo, se avesse nominato gli avvocati che gli proponevano loro.
Lo mandano in crisi: Emanuele per qualche tempo torna sui suoi passi, poi resiste e ricomincia a collaborare e fa scattare operazioni antimafia – “Giardini Segreti”, “Anteo”, “Ossessione” – viene sentito nel primo maxi processo contro la ‘ndrangheta, “Rinascita-Scott”, dove racconta le bramosie del clan al quale apparteneva. Quando sua madre scopre che avrebbe continuato a collaborare lo apostrofa: «Tossico, drogato, non mantieni la parola, non sei uomo». Emanuele Mancuso taglia i ponti con la famiglia d’origine ma non ha nessuna intenzione di allontanarsi da sua figlia. La vera battaglia del giovane padre si focalizza su un punto: avere sua figlia lontana dai Mancuso e poterle stare accanto il più possibile. Una battaglia che ha ingaggiato anche con Nensy Chimirri e i servizi sociali e che prosegue ancora oggi. Le ultime notizie ci dicono che a lei è stato revocato il programma di protezione mentre lui battaglia perché gli venga riconosciuta la piena potestà genitoriale. Ma proseguiamo con ordine.

Usata dai Mancuso per fare ritrattare il collaboratore

Ha manifestato più volte il proprio disagio il collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, unico esponente del potente clan di Limbadi che ha deciso di cambiare strada, di parlare coi magistrati della Dda di Catanzaro. Già durante il processo Rinascita Scott, nel corso del suo esame, aveva mostrato dei  momenti di sconforto: «Dottore – disse un giorno rivolto al pm – io sto collaborando in cambio di un sacco di patate». A parte tutto, il disagio è sempre stato tutto racchiuso nelle difficoltà nel poter vedere e crescere la propria bambina, nata una settimana dopo l’inizio della sua collaborazione.
Un rapporto difficile si è creato, fin dall’inizio della collaborazione, con la ex compagna di Mancuso, madre della bimba, Nensy Vera Chimirri. La donna è accusata di avere tramato con la famiglia del collaboratore per costringerlo a ritrattare, a tornare indietro dai propri propositi, usando la bambina come arma di ricatto. Ne è scaturito un procedimento nel quale, in abbreviato, Chimirri è stata condannata a 4 anni di reclusione.
Il rapporto tra i due si è rotto e ha dato vita non solo ad azioni giudiziarie e indagini da parte della Dda di Catanzaro ma anche a una serie di azioni da parte del collaboratore ogni volta che ha rilevato storture, soprattutto se di mezzo c’era la propria figlia. Lettere ai giornali, segnalazioni al ministero dell’Interno, alle Procure, al Tribunale dei minorenni, alla Commissione centrale.

«Mia figlia in mano alla ‘ndrangheta»

Fin da quando la piccola ha pochi mesi, Emanuele Mancuso scrive che la figlia «è in mano alla ‘ndrangheta». Chiede che la bimba e la madre vengano inserite nel programma di protezione «onde evitare il loro possibile coinvolgimento in atti ritorsivi, frutto di vendetta nei miei confronti, ma soprattutto per consentirgli di crescere in un “ambiente familiare sano” lontano dai pregiudizi e da nette imposizioni dovute solo al “maledetto cognome” portato».
Il primo giugno 2021 il Tribunale per i minorenni di Roma ha emesso un decreto non definitivo col quale confermava l’affidamento della bambina ai servizi sociali con collocamento in casa famiglia insieme alla madre con divieto di prelievo e facoltà di incontri con il padre secondo il calendario disposto dai servizi sociali e dal servizio centrale di protezione.
Non solo. Il Tribunale invitava anche la madre a intraprendere, con l’aiuto di esperti, «un percorso di revisione critica delle proprie scelte e ad interrompere ogni contatto con gli ambienti familiari; in mancanza la minore potrà esser collocata in struttura senza la madre con adozione di provvedimenti ablativi della responsabilità genitoriale».
Al decreto del Tribunale per i minorenni di Roma si è subito opposta la Chimirri che ha chiesto alla Corte d’Appello di Roma, sezione minori, di dichiarare l’incompetenza dei Tribunale di Roma a favore del Tribunale per i minorenni di Catanzaro e asserendo di avere «mutato radicalmente la propria vita per amore della figlia, senza voltarsi indietro», affermando anche di avere interrotto da oltre due anni i rapporti con i familiari di Mancuso e «reciso ogni rapporto con la propria terra d’origine».
Il 19 ottobre 2021 la Corte d’Appello di Roma ha respinto il reclamo di Nensy Vera Chimirri affermando che la ragazza «non solo non risulta aver condiviso la collaborazione con la giustizia intrapresa dal padre della figlia, ma ha cercato con tutti i mezzi e nell’arco del tempo di dissuaderlo, mostrando in tal modo di non prediligere valori e principi di legalità; è stata intenzionata, sino ad epoca recente a tornare in Calabria con sua figlia, cioè presumibilmente vicino a un ambiente criminale del tutto pregiudizievole alla crescita della minore…».

«Io sono un padre adeguato»

A novembre successivo il Tribunale per i minorenni di Roma ha decretato definitivamente di affidare la bambina ai servizi sociali territorialmente competenti in ragione della località protetta, così limitando l’esercizio della responsabilità genitoriale di entrambi i genitori, collocando in casa famiglia insieme alla madre la piccola, con divieto di prelievo e facoltà di incontri con il padre secondo il calendario disposto dai servizi sociali e dal servizio centrale di protezione.
Ma Emanuele Mancuso non si sente inadeguato come padre e decide, attraverso il proprio legale Antonia Nicolini, di fare reclamo alla Corte d’Appello di Roma contro il decreto.
Emanuele Mancuso non si ritiene inadeguato a esercitare la potestà genitoriale. Sottolinea come si sia «ampiamente dissociato dal contesto criminale, rendendo dichiarazioni accusatorie nei confronti di noti esponenti della criminalità organizzata» e anche dei suoi stessi familiari come il padre e il fratello. Spiega come si sia ormai affrancato dall’uso di sostanze stupefacenti, come testimoniano più documenti, e di avere radicalmente cambiato abitudini di vita da quando è nata sua figlia come certificano anche le analisi alle quali si è sottoposto.
Ripercorre il suo rapporto con Nensy Chimirri, i dieci anni insieme, la rottura quando lui ha deciso di collaborare, le condotte di lei «dal mese di giugno 2018 e sino ai primi mesi dell’anno 2019, in concorso con i familiari di Mancuso» per farlo recedere dal proposito di collaborare, il fatto che lei – solo a seguito della decisione del Tribunale per i minorenni di Catanzaro, il 31 maggio 2019, di dare in affidamento la bambina ai servizi sociali – avesse deciso di seguire la figlia pur non aderendo spontaneamente allo speciale programma di protezione nel quale è stata ammessa de plano dalla Commissione centrale. Lui sostiene, nel reclamo, che lei abbia maturato «rancore e risentimento» verso di lui «ritenendolo la causa del suo allontanamento dalla Calabria e dai propri familiari». Mancuso racconta di una «situazione di pregiudizio per la bambina» dovuta alle condotte della madre. Tanto che durante le videochiamate la bimba usa termini come «papà è brutto», «non voglio papà». 

«Papà uccello canterino»

Il rapporto tra Emanuele Mancuso e i servizi sociali della località protetta in cui si trova – e anche quelli con Servizio centrale di protezione – non nasce sotto una buona stella, tanto che il 30 marzo scorso, sempre attraverso il proprio legale, ha inviato una replica alla Corte d’Appello di Roma in merito alla relazione dei servizi sociali del 15 marzo precedente. Il collaboratore ha sporto una denuncia querela per maltrattamenti sulla minore nonché per le condizioni riprovevoli e le modalità logistiche in cui era obbligato a effettuare gli incontri con la figlia.
Da gennaio 2022 è un uomo libero benché debba vivere in località protetta. Ma la sua vita di padre di una bambina di quasi quattro anni è frustrante e irta di ostacoli. Può incontrare sua figlia per 40/50 minuti una volta alla settimana. E questa cosa ha del paradossale se si pensa che quando era in carcere poteva vedere la bambina per quattro ore alla settimana. «Mentre da un lato le severe normative comunitarie impongono specifici requisiti edilizi ed igienici per la realizzazione di una stalla – dice Mancuso in una lettera pubblica che ha inviato a tutti i giornali qualche tempo fa –, gli incontri con mia figlia (una bambina di 4 anni) avvengono in locali fatiscenti le cui carenze igienico-sanitarie sono visibili ad occhio nudo: struttura umida, sporca e carente delle più elementari condizioni ludiche idonee per garantire serenità alla minore e rendere piacevole l’incontro con il genitore». Emanuele lamenta il fatto che i servizi sociali «non hanno relazionato che la madre, Nensy Vera Chimirri, tende a indottrinare la figlia con atteggiamenti mafiosi tanto che, più volte, si è rivolta al padre chiamandolo “uccello canterino”, circostanza questa non contenuta nella relazione sebbene l’assistente sociale, in un caso specifico, fosse presente ed ha anche rimproverato la bambina». Insiste, il collaboratore, sul fatto che l’ex compagna «continua ad avere contatti con l’ambiente criminale, per come già riferito alle autorità competenti» e che «è custode di numerosi segreti criminali della cosca Mancuso».
A lui non resta che farsi il sangue amaro perché deve vedere la figlia per 50 minuti alla settimana, in un luogo triste e insalubre e, fino a qualche tempo fa, indossando la mascherina ffp2 – nonostante il vaccino e il test antigenico – senza poter baciare la figlia, senza poter mostrarle il suo volto. E cos’è accaduto oggi che è stato revocato il programma di protezione alla madre?
È stata trasferita in una diversa località con la bambina, in una diversa casa famiglia ma «le cose non sono cambiate», dice l’avvocato Antonia Nicolini: «Emanuele Mancuso continua a vedere sporadicamente sua figlia e con grandi difficoltà». La ‘ndrangheta è stata il primo grande cuneo che ha spaccato il rapporto tra il collaboratore e una famiglia che ancora doveva formarsi. Adesso, a spaccare un rapporto tra il padre e la figlia, ci si mette lo Stato. (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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