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la sentenza rinascita scott

Arcipelago ‘ndrangheta, tentativi di espansione al Nord e rotture traumatiche per i clan di Vibo Valentia

La nascita di sottogruppi dopo gli scontri nelle cosche storiche. Arena: «Volevamo creare un “locale” al Nord con l’aiuto di Gallace e De Stefano». La “mangiata” e gli sgarri ai Lo Bianco

Pubblicato il: 23/05/2022 – 6:57
Arcipelago ‘ndrangheta, tentativi di espansione al Nord e rotture traumatiche per i clan di Vibo Valentia

VIBO VALENTIA Un lungo elenco di nomi, i rapporti tra pezzi del “locale” di Vibo Valentia, la nascita di sottogruppi a partire dai clan “storici”. E poi una lista di “no” all’ingresso di alcuni personaggi nella cosca e un proposito di espansione al Nord mal digerito dai compari nel capoluogo. È (anche) attraverso la lente di Bartolomeo Arena che il gup Claudio Paris, che ha firmato la sentenza del rito abbreviato per il processo Rinascita Scott, guarda la ‘ndrangheta del Vibonese. Quella lente, considerata affidabile dai magistrati antimafia di Catanzaro, offre una ricostruzione completa degli affiliati. Decine di persone, tutte parte del “locale” creato nel 2012 dopo una serie di tentativi andati a vuoto. Una compagine agitata, la cui storia è soggetta a mutamenti e cesure traumatiche. Arena racconta che «la prima vera rottura all’interno di questo nuovo “locale”» coincide con «l’episodio della punizione da parte nostra di Loris Palmisano (autore della sparatoria nei confronti di mio cugino Domenico Camillò)». La nascita di sottogruppi è una costante nell’equilibrio instabile della ‘ndrangheta vibonese. L’arcipelago dei clan ruota attorno a strutture stabili come quella dei Lo Bianco, ma i riposizionamenti sono frequenti e la pace (quando c’è) è armata. Nei racconti di Arena riportati in sentenza la parola «suddivisione» compare spesso. 

Il progetto di aprire un “locale” a Nerviano con l’aiuto dei Gallace e dei De Stefano

Il progetto di aprire un “locale” a Nerviano con l’aiuto dei Gallace e dei De Stefano
Bartolomeo Arena

Dopo l’allontanamento dal “locale”, la sua gang si spacca ancora. Accade nell’aprile 2019, quando «io e Pardea ci siamo allontanati da Vibo e siamo andati ad abitare a Nerviano, ospiti degli esponenti del “locale” di Seregno, collegati ai Gallace». Un’idea per esportare il business in un territorio diverso. «Ci siamo spostati – continua Arena – di nostra iniziativa senza dare conto a nessuno con l’intenzione di aprire un “locale” a Nerviano (nella città metropolitana di Milano, ndr) con il benestare del locale di Seregno con in testa Vincenzo Gallace e di mettere su un traffico di sostanze stupefacenti». Arena e Pardea contano di fare affidamente sui contatti con un uomo «con lo sgarro» del “locale” di Seregno e con un uomo legato ai De Stefano «e che poteva essere finanziato a tal fine da Carmine De Stefano». Quando i due tornano a Vibo, i loro sodali non prendono bene «il fatto che ci eravamo allontanati senza discutere con loro e così io e Francesco Antonio Pardea abbiamo iniziato a formare un gruppo a parte». Un’altra suddivisione che amplia un arcipelago assai frastagliato. Nel quale gli affronti sono sempre dietro l’angolo. 

La “mangiata” dai Lo Bianco e le regole (infrante) sulle doti di ‘ndrangheta

Nelle 850 pagine di motivazioni c’è un lungo paragrafo dedicata a una “mangiata”, una delle occasioni in cui i clan si ritrovano per assegnare nuove cariche e dirimere contrasti laddove ve ne siano. Questa cena avviene a casa di Antonio Lo Bianco alias Lorduni in contrada Nasari a Vibo Valentia. Dall’episodio, secondo il giudice per l’udienza preliminare, «emergono rilevantissimi elementi a carico dei soggetti che vi hanno preso parte». Vano, in questo senso, «il tentativo delle difese di edulcorarne la valenza probatoria, degradando la serietà dei dialoghi captati a mere chiacchiere tra amici annebbiati dai fumi dell’alcol». I commensali «si soffermano sulle doti di ‘ndrangheta e in particolare su quelle conferite in carcere». Carmelo D’Andrea, uno degli imputati nel rito abbreviato di Rinascita Scott, tiene banco «grazie alla sua profonda conoscenza della materia». E spiega che le “doti” ricevute in carcere vanno riconosciute all’esterno dai responsabili del “locale” di riferimento, che devono dare il proprio placet per l’avanzamento di grado dell’affiliato. Stessa cosa vale per il riconoscimento di “doti” conferite da soggetti appartenenti a ‘ndrine o cosche diverse, «anche per esse essendo necessario il benestare dei referenti del “locale” di originaria appartenenza, specificatamente inseriti in “copiata”». La “copiata” è una speci di carta d’identità dell’affiliato alla ‘ndrangheta, un documento di riconoscimento che vale anche al di fuori del proprio gruppo; il nome del “picciotto” è affiancato a una terna di ‘ndranghetisti di livello superiore abilitati a conferire cariche. 

I gradi mafiosi e lo “sgarro” al clan da parte dei cosentini

Argomento clou della cena è il caso delle “doti” conferite a due sodali, «per le quali non era stato chiesto il preventivo benestare dei soggetti menzionati nella loro copiata». Un problema tecnico non trascurabile in un’organizzazione che su queste regole tribali ha fondato la propria esistenza. «In particolare – rievoca il gup – era accaduto che nel 2006, ad Alessandria», uno dei due affiliati «aveva brigato per il conferimento di una dote, poi ottenuta all’interno di una pizzeria unitamente al cugino (il quale successivamente ne riceverà anche un’altra durante la sua carcerazione)». Nella “mangiata”, Nicola Lo Bianco è «indispettito proprio dal fatto che in tal caso il loro gruppo, cui spettava il benestare in relazione alla dote conferita» a uno dei due ‘ndranghetisti «da personaggi dell’area cosentina (si fa in particolare riferimento a Michele Di Puppo), era stato invece “bypassato” (“superato”) dal riconoscimento effettuato» da Domenico Camillò, imputato nell’abbreviato Rinascita Scott, «appartenente al diverso gruppo dei Pardea-Ranisi». Una “promozione”, quella ricevuta, che avviene per mezzo di personaggi di un’altra provincia e viene legittimata da un altro gruppo del Vibonese «senza che giungesse alcuna preventiva imbasciata al riguardo». Un affronto del genere può creare tensioni tra i clan coinvolti. È una mancanza di rispetto che, nella cena, viene sottolineata più volte. Anche perché questo affiliato scavalca per due volte il proprio clan di appartenenza, nonostante gli espliciti ammonimenti a non farlo. I “compari” seduti a tavola si confrontano in maniera accesa e alla fine si dividono nel loro giudizio «tra intransigenti, che disapprovano le scorciatoie percorse (…)rispetto alle regole tradizionali, e chi invece ne comprende l’atteggiamento per via della detenzione subita, assai più pesante se non si può vantare una certa anzianità in termini di doti di ‘ndrangheta». In questo lungo dialogo si scontrano opinioni colorite e contrastanti. Da una parte c’è uno dei vertici del clan Lo Bianco («per esempio… è uscito (dal carcere, ndr) con la “dote”… due anni ha fatto… due anni e quattro mesi, no? e si faceva dieci anni allora dove cazzo usciva?»), dall’altro una visione giustificazionista («in galera… ha cercato di prendere più che può… come hanno fatto tutti»). Si tratta di un passaggio che il giudice ritiene significativo per inquadrare l’affiliazione alla ‘ndrangheta dei commensali. E che svela la conoscenza di regole la cui violazione, in un contesto “caldo” come il Vibonese, può generare conflitti. La possibilità di creare sottogruppi e spostare gli equilibri dei clan che convivono sul territorio è all’ordine del giorno. E le spinte autonomistiche, spesso, si trasformano in vere e proprie guerre. (ppp)
(2. Continua)

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