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maxi processo

Rinascita Scott, le versioni di Stilo. Gli accusati e gli “scagionati”

Pittelli che «si vantava di essere un uomo degli Arena». La donna che voleva punire il tradimento del marito e l’intervento riparatore di due avvocati. Sull’omicidio Soriano: «Accorinti mi disse ch…

Pubblicato il: 23/05/2022 – 20:25
di Alessia Truzzolillo
Rinascita Scott, le versioni di Stilo. Gli accusati e gli “scagionati”

LAMEZIA TERME «… lui si vantava di essere un uomo degli Arena e quindi di avere risolto tante controversie non solo legali, di essersi spinto oltre per questo clan». L’avvocato Francesco Stilo, imputato nel maxi processo Rinascita-Scott punta il dito e accusa. In altri casi assolve. La narrazione è stata tutta sua nei due giorni di esame che ha condotto nel corso del procedimento che lo vede accusato di concorso esterno, varie ipotesi di rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio, favoreggiamento personale, corruzione in atti giudiziari, intralcio alla giustizia, violenza privata.
L’imputato è difficile da gestire per i pm e gli stessi giudici che gli chiedono di essere sintetico di andare dritto al punto delle domande. Lui morde il freno, dice che se non spiega tutto poi non si comprende il senso della risposta. Stilo viene più volte ripreso e invitato sintetizzare il suo narrato ma non è facile frenare la valanga dei suoi racconti.
Secondo Stilo, l’avvocato Pittelli «aveva un rapporto diretto, ma proprio diretto» con gli Arena di Isola Capo Rizzuto. Queste informazioni Stilo le avrebbe acquisite dal suo cliente, il fu boss di Vibo Carmelo Lo Bianco. Non solo. L’avvocato Pittelli se ne sarebbe vantato anche con un altro avvocato, Domenico Grande Aracri, fratello del boss Nicolino. Inoltre «ho avuto modo di verificare – dice Stilo –, questa volta l’ho visto personalmente, ma parliamo di tanti anni addietro, Pasquale Arena, noto boss del clan Arena, mangiare con Pittelli». «… ricordo addirittura che Pittelli fece ottenere un dissequestro patrimoniale anche recentemente a tale famiglia, diciamo le sto rappresentando – prosegue l’imputato riferendosi al pm Antonio De Bernardo – quello che mi disse sempre Carmelo Lo Bianco, ma trovai anche conferma nell’avvocato Grande Aracri». Carmelo Lo Bianco avrebbe anche riferito a Stilo che «molte indagini che riguardavano gli Arena erano state insabbiate» grazie all’intervento di un ex procuratore di Catanzaro che era intimo amico dell’avvocato.

La donna che voleva punire il tradimento del marito

Francesco Stilo afferma che l’avvocato Pittelli non aveva solo aderenze con gli Arena ma anche con i Grande Aracri, grazie a un altro avvocato di Catanzaro: «… io so che aveva degli ottimi rapporti, intesseva degli ottimi rapporti con la cosca Grande Aracri, ma in questo caso vi è da fare anche una precisazione, cioè Pittelli qui si avvaleva dell’ausilio di un altro avvocato del foro di Catanzaro».
Le due “aderenze” si incontrano, racconta Stilo, in seguito a un episodio, avvenuto intorno al 2013, che coinvolgerebbe sia Pittelli che il collega. L’imputato racconta che una donna di Vibo era stata tradita dal marito e per farla pagare al consorte «decide di rivolgersi al clan di Cutro» perché aveva delle amicizie in seno alla famiglia Grande Aracri. Secondo il racconto che Carmelo Lo Bianco avrebbe fatto a Stilo, i Grande Aracri per agire nel territorio di Vibo avevano bisogno del «consenso di Carmelo Lo Bianco». A fare da portavoce e a dirimere la questione sarebbero intervenuti l’avvocato Pittelli e il collega di Catanzaro, «cioè si decide, come partecipanti dei due gruppi, di risolvere bonariamente la questione e di perdonare il tradimento». Il succo messaggio che avrebbe convinto tutti a non emanare nessuna punizione era quello che la conversazione tra la signora tradita e la famiglia Grande Aracri potesse essere stata intercettata e se al marito fosse stato torto anche un solo capello le conseguenze sarebbero state serie per entrambe le consorterie. Così Pittelli avrebbe portato questo messaggio a Carmelo Lo Bianco e il collega ai Grande Aracri.

La versione di Stilo sull’omicidio di Roberto Soriano

Stilo accusa ma in qualche caso “scagiona”. Per esempio, per quanto riguarda l’omicidio di Roberto Soriano, avvenuto il cinque agosto 1996, racconta di avere appreso notizie da Saverio Razionale, Leone Soriano e Giuseppe Antonio Accorinti detto “Peppone”. Secondo l’accusa che contempla questo omicidio nel troncone di Rinascita che si sta celebrando davanti alla Corte d’Assise di Catanzaro, a uccidere Roberto Soriano e Antonio Lo Giudice sono stati Saverio Razionale e “Peppone” Accorinti. Di questa vicenda hanno parlato i collaboratori di giustizia Andrea Mantella (tra l’altro grande accusatore di Francesco Stilo) e Angiolino Servello che ha fatto da autista a Saverio Razionale. Servello in aula ha raccontato che Roberto Soriano è morto per avere attentato alla vita di Saverio Razionale. Mantella ha specificato che l’omicidio è avvenuto in un capannone di Accorinti il quale aveva attirato in trappola Soriano (con lui era presente Lo Giudice che diverrà vittima collaterale) per fare un favore a Razionale.
Stilo racconta di avere difeso Accorinti durante il processo Dinasty nel corso del quale è stato sentito anche Servello il quale «parlò di un coinvolgimento per interessi di stupefacenti che riguardavano lo stesso Servello, Accorinti e Raffaele Fiamingo (ucciso in un agguato nel 2003, ndr)». «Nel corso dell’istruttoria – dice Stilo – si faceva intendere che a commissionare, quindi anche a essere esecutore materiale dell’omicidio di Raffaele Fiamingo, era Giuseppe Antonio Accorinti». Stilo racconta che durante quel processo, intorno al 2006/2007, in qualità di difensore chiese se «Fiamingo era stato ucciso da Accorinti», perché il pentito si mostrava vago sull’argomento e inoltre Accorinti pressava il suo legale Stilo perché «lui riteneva Fiamingo più di un fratello» e diceva che era impossibile che avesse commissionato quell’omicidio. «Servello disse che Accorinti non era l’autore materiale né aveva concorso nell’omicidio», afferma Stilo. «Accorinti Giuseppe Antonio – continua Stilo – mi disse che a commissionare e a eseguire l’omicidio di Roberto Soriano è stato, quale autore, Raffaele Fiamingo, e mi dà anche una motivazione», ovvero che Fiamingo era un narcotrafficante e Soriano un soggetto che aveva grossi interessi nel narcotraffico e durante l’omicidio di Soriano, Fiamingo era latitante e «durante il periodo di latitanza si scontra con Roberto Soriano e lo ammazza». Stilo racconta che durante un colloquio Accorinti «mi riferisce questi fatti: che per quanto a sua conoscenza non aveva mai approvato questo fatto, né sapeva di questo fatto e mi dice “avvocato io sono certo che è stato Fiamingo”». Inoltre Accorinti dice al suo avvocato che nel periodo dell’omicidio di Roberto Soriano era stato sentito in qualità di testimone e molti dubbi sull’omicidio ricadevano su di lui. «E mi disse chiaramente “qui stanno sbagliando tutto perché l’omicidio l’ha fatto Raffaele Fiamingo”» e voleva sapere quanto rischiava per l’occultamento di cadavere. (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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