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la riflessione

«Quella coscienza di Zeno, profezia avverata»

«E con Zeno tramonta, nel fumo di Trieste, il novecento di un’Europa che consegna alla violenza e alla sopraffazione il suo triste divenire»

Pubblicato il: 23/06/2022 – 17:32
di Mario Campanella*
«Quella coscienza di Zeno, profezia avverata»

Influenzato da Joyce, che lo scoprii e lo amo ‘per la sua grandezza, Italo Svevo ci ha lasciato uno dei romanzi più belli del novecento, espressione autentica del decadentismo, sintesi magistrale del racconto intimistico di una nevrosi che ruota intorno al personaggio di Zeno Cosini.
Il romanzo, com’è noto, parte dal desiderio del protagonista di smettere di fumare, condizione che lo porterà in analisi, ma affronta complessivamente la tematica della fragilità borghese, del rapporto complicato con il padre(paradigma dell’irrisolto problema con l’autorità), della sventura di Zeno di innamorarsi della sorella sbagliata.
Svevo fu davvero in analisi con Edoardo Weiss, pioniere della disciplina freudiana italiana, e (come 50 anni dopo, Berto) introdusse l’elemento del racconto come testimonianza di una letteratura scongelata dalla sua parvenza.
L’aspetto, forse, più interessante è la lettura di quel finale straordinario, prodromo di una profezia inquietante, che lancia ancora oggi messaggi di interrogazione sul destino umano.
Zeno, oltre alla sigaretta, teme costantemente le malattie e scrive al suo analista annunciandogli una catarsi del tutto spontanea.
L’esplosione descritta è una metafora inimitabile e attuale che analizza la brutalità con cui l’uomo ha trattato la natura.
Struggente il periodo con cui l’autore stigmatizza la prevaricazione umana, la sua disposizione al possesso assoluto, l’innocenza della terra vittima della bramosia.
Svevo anticipa ciò che sarebbe successo di lì a poco, anche se la sua metafora è centrata non sulla realtà apparente.
L’influenza della grande guerra agita lo spettro di un futuro prossimo (già anticipato da Hiroshima e Nagasaki) in cui l’uomo disporrà di un’arma più letale e un altro uomo, più malato degli altri, spingerà il bottone verso l’autodistruzione.
Da lì, dice Svevo, la terra errerà nei cieli priva di malattie.
Nulla può essere curativo se non l’accettazione del destino.
Nell’epilogo, così come all’inizio, l’autore lancia un messaggio di rassegnata consolazione, ossimoro della natura umana.
Non è un vinto ma un osservatore di una realtà immutabile, affidata maldestramente all’arbitrio dell’uomo.
L’attualità di Zeno è specchiata in un presente in cui si fatica a trovare l’equilibrio fra vita e ambiente.
Accennando ai crepuscolari, Svevo lancia un ultimo messaggio di speranza privo, però, di conforto.
E con Zeno tramonta, nel fumo di Trieste, il novecento di un’Europa che consegna alla violenza e alla sopraffazione il suo triste divenire.

*Giornalista 

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