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la sentenza

Tentata estorsione da parte di due sacerdoti, prescritto il reato per il segretario del vescovo

Il Tribunale di Vibo Valentia ha escluso l’aggravante mafiosa. Maccarone vantava parentele con «il capo dei capi»

Pubblicato il: 29/06/2022 – 17:18
di Alessia Truzzolillo
Tentata estorsione da parte di due sacerdoti, prescritto il reato per il segretario del vescovo

VIBO VALENTIA Il Tribunale di Vibo Valentia, presidente Tiziana Macrì, ha prosciolto per intervenuta prescrizione – escludendo l’aggravante mafiosa – don Graziano Maccarone, già segretario particolare dell’ex vescovo di Mileto-Tropea, Luigi Renzo. Nei sui confronti il pm di Catanzaro Irene Crea aveva invocato sette anni e sei mesi di reclusione. Assolto, come chiesto anche dall’accusa, con formula “perché il fatto non sussiste” don Nicola De Luca, ex reggente della chiesa della Madonna del Rosario di Tropea.
L’accusa nei confronti di entrambi è di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni dell’imprenditore Roberto Mazzocca e delle figlie Francesca e Daniela. Ai denuncianti, assistiti dagli avvocati Michele Gigliotti e Daniela Scarfone, non è stata riconosciuta nessun risarcimento. Bisognerà aspettare ora 90 giorni per conoscere le ragioni di questa sentenza.
La vicenda ha inizio nel 2012 quando Mazzocca si rivolge a Maccarone, all’epoca segretario particolare dell’ex vescovo di Mileto-Tropea, Luigi Renzo.
Roberto Mazzocca si era rivolto ai due sacerdoti perché lo aiutassero economicamente per evitare l’espropriazione dei beni pignorati alla figlia Francesca a causa di un debito contratto con una terza persona. Don De Luca avrebbe consegnato la somma di 2.050 euro direttamente al debitore che l’avrebbe poi data al creditore con il quale la figlia era in debito. Don Maccarone, invece, a ottobre 2012 avrebbe erogato 6.700 euro direttamente al creditore e in presenza dell’avvocato di questi. Graziano Maccarone avrebbe concordato con il debitore che non fosse necessario restituire l’intera somma data in prestito e che in ogni caso la restituzione sarebbe avvenuta in diverse rate, non appena il debitore avesse avuto la disponibilità di denaro e comunque a partire da Pasqua 2013.

Le cose precipitano

Nonostante la rassicurazione a pagare da Pasqua 2013, a rate, e così via, a dicembre 2012 don Graziano muta atteggiamento – ricostruisce l’accusa – e chiede al debitore l’immediata restituzione delle somme di denaro, per sé e per don De Luca. Dato che l’uomo non aveva pagato entro il termine stabilito del 31 gennaio 2013, i due sacerdoti pretendono di incontrarlo «per chiarire quanto accaduto».
Maccarone pretende che all’incontro sia presente anche Daniela Mazzocca, una giovane affetta da epilessia parziale in trattamento, con crisi plurisettimanali e dichiarata invalida al 100%. Con la ragazza il sacerdote, secondo l’accusa, aveva instaurato un rapporto molto intimo. Nell’arco di tre mesi gli investigatori, coordinati dal procuratore Nicola Gratteri e dalla pm Annamaria Frustaci (a condurre l’accusa in aula è stato il pm Irene Crea), hanno registrato 3000 contatti telefonici tra don Graziano e la giovane: per lo più sms, qualche telefonata, e foto compromettenti che il sacerdote si faceva inviare dalla ragazza. Non solo. Tramite conoscenti don Maccarone si sarebbe fatto mandare anche indumenti intimi (cosa che la giovane acconsentiva a fare) e l’avrebbe invitata anche ad avere un incontro in un albergo di Pizzo Calabro. Incontro che tuttavia non ha mai avuto luogo. Tutto lo scambio avvenuto in quei mesi era stato archiviato in una pennetta usb.

«Il cugino mio è il capo dei capi»

Visto che, nonostante tutto, i due prelati non riuscivano a ottenere il denaro richiesto, secondo l’accusa avrebbero deciso di percorrere due strade parallele chiedendo il doppio dell’importo preteso dal debitore. In più avrebbero proferito delle minacce al debitore avvisandolo di stare attento che avrebbe fatto «una brutta fine». Poi don Maccarone si sarebbe rivolto direttamente ai suoi cugini di Nicotera Marina. Se fosse stato per lui, avrebbe detto il segretario del vescovo a don De Luca, avrebbe mandato i parenti a picchiare il debitore ma le persone alle quali si era rivolto gli avrebbero detto che «non è il momento… perché ora il fuoco è troppo alto e ci bruciamo tutti». Poi lo avrebbe invitato a cercare «un compromesso per temporeggiare… e poi interveniamo».
Rivolto a Mazzocca l’allora segretario del vescovo Renzo aveva cominciato a vantare minacciose parentele con i Mancuso.
«Il cugino mio… Luigi è quello che è uscito adesso a luglio il capo dei capi».  Nel corso di un incontro tra i due sacerdoti e la vittima, a febbraio 2013, don Maccarone mette subito avanti la carta della sua parentela con i Mancuso, dicendo che i soldi che aveva prestato gli erano stati consegnati «dai cugini di Nicotera Marina… non vi dico il cognome… già lo avete capito… sono cugini miei». A testimonianza della propria parentela chiama De Luca: «Digli tu chi sono i miei cugini… così capisce… adesso ci capiamo tutti e due… diglielo». E don De Luca pronto: «I Mancuso». E dato che i Mancuso sono tanti e ognuno appartiene a un capostipite, don Graziano Maccarone diventa più chiaro: «Parenti di Luigi… Eh… siamo nella combriccola… Il cugino mio… Luigi è quello che è uscito adesso a luglio il capo dei capi… no Luni… Luni ormai è quello che era… ma Luigi…».
La difesa era costituita dall’avvocato Giovanni Vecchio per don De Luca e l’avvocato Fortunata Iannello per don Maccarone. (a. truzzolillo@corrierecal.it)

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