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«Non so come la chiamano, “New…”». Il clan di Locri sapeva dell’inchiesta nel 2016

Il gip «non esclude» l’esistenza di una fonte «istituzionale» alla base della fuga di notizie. La paura degli arresti («trenta, tutti ragazzi») e la caccia alle microspie

Pubblicato il: 06/07/2022 – 22:15
di Pablo Petrasso
«Non so come la chiamano, “New…”». Il clan di Locri sapeva dell’inchiesta nel 2016

LOCRI «Non so come la chiamano, “New…”». Luca Scaramuzzino, uno degli indagati nell’inchiesta della Dda di Reggio Calabria sulle nuove leve del clan Cordì di Locri, aveva una buona fonte. E, scrive il gip Antonino Foti, «non si può escludere» che quella fonte fosse «istituzionale». Il brano dell’intercettazione che risale all’ottobre 2016 è inquietante: l’operazione che ha portato in carcere, su richiesta del procuratore Giovanni Bombardieri e dell’aggiunto Giuseppe Lombardo, 23 persone (e sei ai domiciliari), si chiama in effetti “New Generation”. Per il giudice – che ragiona sul pericolo di inquinamento probatorio da parte degli inquisiti – «non vi è dubbio» che Scaramuzzino «stesse facendo riferimento proprio alla presente indagine», visto che non ce n’erano altre nella cui denominazione comparisse «la parola “new”».

«Cento arresti tra Siderno, Gioiosa e Locri, tutti ragazzi»

La talpa «aveva anche confidato a Scaramuzzino che l’indagine aveva a oggetto un’associazione a delinquere («associazione, ora, mi ha detto quelle, collegate con quelle, tutte quelle indagini che avevamo noi là») e che gli indagati – circa 100 – erano tutti giovani della Locride («avantieri me lo hanno detto, cento tra Siderno, Gioiosa e Locri, tutti ragazzi!») di cui trenta di Locri («solo di Locri trenta, penso che solo di Locri trenta sono» «tutti ragazzi, non ci sono persone grandi»)». Per gli investigatori non ci sono dubbi che l’indagato si riferisca all’indagine “New Generation”. Ma «ancora più inquietante è che la stessa persona (la fonte non individuata, ndr) aveva informato anche Pietro Glioti (un altro degli indagati, ndr), il quale aveva così appreso che erano indagate anche persone più grandi». 
«Sul punto (ovvero sul numero di 100 indagati, tra i quali vi sarebbero persone più grandi) – annota il gip – si ricorda che quando veniva captata la conversazione, nell’ambito della presente indagine, uno specifico filone investigativo riguardava Vincenzo Cordì, classe 1957, e la famiglia Alì, poi sottoposti (…) al fermo di indiziato di delitto emesso dalla Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria in data 31 luglio 2019». Sarebbero loro, dunque, i «grandi» ai quali si fa riferimento nella conversazione intercettata.

«Mi sento un brutto presentimento per questo ottobre»

Non l’unica che salta agli occhi dei magistrati. Qualche giorno dopo Scaramuzzino, Salvatore Congiusta e Riccardo Francesco Cordì, davanti al presagio di sventura illuminato dalla fuga di notizie, «pensavano a come darsi alla fuga in caso di arresto». Non erano piani particolarmente sofisticati: «Se riesco a scappare scappo, se no pazienza», «in mezzo a quella campagna dove me ne scappo se vengono?», dicono. 
È di nuovo Scaramuzzino – nell’ottobre 2016 – a fare riferimenti espliciti in un’altra captazione, nella quale ribadisce che «un’ignota persona gli aveva confidato dell’esistenza di un’indagine per associazione che li riguardava». «Mi sento un brutto presentimento per questo ottobre io». Il tono di voce si abbassa, gli investigatori captano soltanto la parola «associazione» per via dei rumori ambientali. Poi le frasi diventano più chiare: «A me già lo hanno mandato a dire! Che qua a Siderno, a Locri e a Gioiosa. L’associazione vedi che è brutta».

La caccia alle microspie

In quello stesso periodo, i presunti membri del clan «avevano iniziato a setacciare le loro autovetture in cerca delle microspie installate dalla polizia giudiziaria». Per questo motivo, «alla fine dell’anno 2016 l’indagine sul gruppo capeggiato da Riccardo Francesco Cordì e Luca Scaramuzzino terminava, proseguendo su altri ambiti investigativi». Sono più di venti le telefonate in cui gli indagati discutono delle “cimici”, trovate o presunte. 
Scaramuzzino e Cordì, il 21 novembre 2016, confrontano le microspie trovate sulle proprie autovetture e convengono sul fatto che sono identiche, quindi concludono di essere indagati nello stesso procedimento.
«Il pericolo di inquinamento probatorio – si legge nell’ordinanza – si coglie appieno dalle parole di Luca Scaramuzzino captate pochi minuti dopo, quando diceva al fratello che era sua intenzione rimuovere la microspia con modalità tali da non far comprendere alla polizia giudiziaria operante che la stessa fosse stata rinvenuta». 
«No, deve essere tolto – dice –. Deve essere tolto! Ora già ho parlato con uno, vado e lo tolgo… uno che sa però, che fa in modo che neanche se ne accorgano! Vedi come lampeggia, guarda! Siediti là dietro, guarda come lampeggia. Mannaggia! Non mi lasciano più stare!». 

La fine della prima indagine dopo la fuga di notizie

Questo proposito, definito «inquietante», finisce per segnare la sorte di Scaramuzzino quasi sei anni dopo. Per il gip è degno di menzione il fatto che l’indagato «non si limita, come ragionevolmente farebbe chiunque si trovi in una simile situazione, a rimuovere la microspia o a non parlare più in macchina di questioni illecite o a desistere dal commettere ulteriori reati, essendo invece intenzionato ad adottare soluzioni tecniche che gli consentissero di continuare a delinquere senza essere scoperto». 
È in quel periodo, «attesi i chiari propositi di inquinamento probatorio», che «si concludeva l’indagine “New Generation”». La presunta organizzazione avrebbe però continuato a operare «anche dopo la fuga di notizie». Il gip segnala «la persistenza dei legami, il coinvolgimento di alcuni associati in altri procedimenti per reati in materia di stupefacenti commessi in un periodo successivo e la perpetrazione di ulteriori reati denunciati o segnalati da persone offese». Nell’ottobre 2016 gli indagati ricordavano soltanto la prima parola (“New…”) dell’operazione che, poco meno di sei anni dopo, avrebbe posto fine alle loro attività nella Locride. (p.petrasso@corrierecal.it)

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