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Calabria a passo di gambero. Svimez: «Congelata la crescita per i prossimi anni»

Incrementerà il divario con il resto del Paese. Pil del 2023 prossimo allo zero contro la media dell’1,5%. Ultima regione anche nel 2024

Pubblicato il: 03/08/2022 – 12:00
di Roberto De Santo
Calabria a passo di gambero. Svimez: «Congelata la crescita per i prossimi anni»

CATANZARO Una ripresa interrotta, in cui il Sud ha pagato di più lo scotto. Un quadro di incertezze dettate dalla guerra in Ucraina e dall’impennata dell’inflazione che ha colpito particolarmente la Calabria. Così le previsioni dell’economia per gli anni futuri vedono la regione fanalino di coda in Italia per crescita della ricchezza. È quanto emerge dalle anticipazioni del Rapporto Svimez 2022 sull’economia e la società del Mezzogiorno, in cui la Calabria appunto recita ancora una volta il ruolo di Cenerentola.
Facendo crescere nei prossimi anni il divario con il resto del Paese e dimostrando il pesante impatto delle componenti negative sulla già fragile economia della regione.

Rallenta il Pil, soprattutto in Calabria

Se il Sud e la Calabria – seppure in maniera ridotta – hanno usufruito dalla ripresa economica post Covid del 2021, sono le aree che maggiormente risentono dello shock Ucraina.
In particolare se il Pil del Mezzogiorno nel corso del 2021 è cresciuto del 5,9% (contro la percentuale media italiana del 6,6%) in Calabria si è fermato al 5,6%.
Un dato che rallenterà bruscamente durante quest’anno per poi praticamente azzerarsi negli anni prossimi. Almeno per quanto attiene la Calabria.
Così, stando ai dati della Svimez, l’anno in corso si chiuderà con una crescita del Pil pari all’1,9%, decisamente lontana dal resto del Paese, in cui l’incremento della ricchezza prodotta dovrebbe attestarsi al 3,4%. Dunque una frenata per l’economia calabrese che la pone anche al margine del dato complessivo delle regioni meridionali che dovrebbero chiudere il 2022 con una crescita media pari al 2,8%.
Ancora peggio dovrebbe poi andare negli anni successivi. Secondo le stime della Svimez, infatti, il 2023 vedrebbe la Calabria giù in fondo alla classifica per crescita del Pil con un valore prossimo allo zero (esattamente 0,1%) contro una crescita seppure “risicata” dell’Italia del 1,5% del Pil e dello 0,9% del Mezzogiorno.
Non dovrebbe andare meglio neppure il 2024 che, secondo le stime Svimez, vedrebbe la Calabria sempre ultima per incremento della ricchezza prodotta: appena lo 0,4% contro la media nazionale dell’1,8% e dell’1,3% del Sud.

Il divario che cresce

Stando a quei dati di crescita stimata dalla Svimez, così il divario con le regioni più forti del Paese è destinato ad incrementarsi. Visto che regioni del Nord-Est – soprattutto – riprenderanno a correre decisamente anche per l’anno prossimo. Dopo l’impennata dello scorso anno che ha posto quest’area del Paese alla crescita record del Prodotto interno lordo del 7,5%, anche il 2022 si prevede un incremento del Pil pari al 4,7%. Appunto molto lontano dall’esiguo dell’1,9% calabrese.
Così come anche le regioni del Nord-Ovest e del Centro-Nord manterranno un livello di crescita della ricchezza prodotta a valori quasi doppi di quello calabrese.
Questo ovviamente porterà la Calabria a farla rimanere nella aree più marginali del Paese.

Lo shock Ucraina colpisce soprattutto il Sud

I dati della Svimez, inoltre dimostrano come l’effetto della crisi generata dalla guerra in Ucraina abbia penalizzato soprattutto il Sud e la Calabria.
Secondo quanto scrivono gli analisti della Svimez, infatti, «il trauma della guerra ha cambiato il segno delle dinamiche in corso a livello globale: rallentamento della ripresa; aumento del costo dell’energia e delle materie prime; comparsa di nuove emergenze sociali; nuovi rischi di continuità economiche per le imprese; indeterminatezza delle conseguenze di medio termine dei due “cigni neri” della pandemia e della guerra, la cui comparsa a distanza così ravvicinata, rappresenta di per sé un fatto del tutto inedito. In un contesto di policy anch’esso in evoluzione per l’avvio della fase di rientro dalle politiche di bilancio e monetarie espansive».
Questo perché l’aumento dei costi dell’energia inciderà maggiormente sui bilanci delle imprese del Mezzogiorno. Vista la tradizionale configurazione della struttura imprenditoriale del Sud: le imprese sono costituite per lo più da realtà piccole o piccolissime. I costi dell’approvvigionamento energetico, così sono più elevati. «Si stima infatti – si legge nel report – che uno shock simmetrico sui prezzi dell’energia elettrica che ne aumenti il costo del 10%, a parità di cose, determini al Sud una contrazione dei margini dell’industria di circa 7 volte superiore a quella osservata nel resto d’Italia, rischiando di compromettere la sostenibilità dei processi produttivi con possibili conseguenze sul mantenimento dei livelli occupazionali».


L’inflazione danneggia particolarmente il Sud

Anche il fenomeno inflazionistico che sta interessando il Paese, ha ripercussioni diversificate nella varie aree. Secondo quanto osservato dagli analisti della Svimez, infatti se nel Centro-Nord il picco nel corso del 2022 sarà pari al +7,8%, nel Mezzogiorno raggiungerà la punta dell’8,4%. Un aspetto che influenzerà conseguentemente la dinamica dei consumi di famiglie ed imprese che subiranno una contrazione maggiore.
Stando alla proiezioni della Svimez, «più di un terzo delle famiglie del Sud si posiziona nel primo quintile di spesa familiare mensile equivalente, contro il 14,4% del Centro e meno del 13% nel Nord».
Un quadro che non dovrebbe mutare neppure nei prossimi anni. «L’impatto dello shock inflazionistico sui consumi dovrebbe estendersi a tutto il biennio 2023-2024 – si legge nel rapporto Svimez – a causa della persistenza temporale dell’effetto di erosione del potere d’acquisto di redditi e risparmi delle famiglie, con impatti amplificati al Sud».

Occupazione precaria al Sud

Le politiche avviate dal governo hanno prodotto una crescita dei posti di lavoro anche al Sud. Infatti nel I trimestre del 2022, il livello di occupazione è tornata nel Mezzogiorno a livelli del primo trimestre del 2020, ma non a quelli pre pandemia: restano da recuperare 280mila posti di lavoro. Ma, fanno rilevare gli analisti, al Sud quella crescita è legata soprattutto al precariato: in gran parte sono infatti dipendenti a temine e a tempo parziale involontario).
Una divergenza rispetto al Centro Nord in cui cresce anche il lavoro a tempo indeterminato. Stando ai dati, la percentuale di lavoratori al Sud con contratti di part-time involontario sono pari al 77,5% contro il 54,7% del Centro-nord. Così come i dipendenti a termine al Sud sono il 23% rispetto al 14,2% del Centro-nord.

La ricetta della Svimez

Per garantire una crescita maggiormente omogenea sui territori, gli analisti della Svimez indicano la strada del Pnrr. «È importante – sottolineano – dare continuità al PNRR per colmare i divari sui diritti di cittadinanza: nelle infrastrutture scolastiche e nei ritardi e divergenze nei sistemi produttivi».
Una soluzione che suona come un avvertimento alle forze politiche che andranno a competere per il governo del Paese. (r.desanto@corrierecal.it)

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