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La guerra in Ucraina costa alla Calabria 255 milioni di euro

Oltre 75mila le aziende attive in regione nei settori maggiormente legati all’energia. Il presidente di Demoskopika, Rio: «Il prossimo governo dovrà proteggere il tessuto produttivo»

Pubblicato il: 09/09/2022 – 10:49
La guerra in Ucraina costa alla  Calabria 255 milioni di euro

LAMEZIA TERME La guerra in Ucraina sta generando una perdita di valore aggiunto pari a oltre 16 miliardi di euro. In Calabria, la perdita stimata sarebbe di ben 255 milioni di euro. Oltre 2,3 milioni, inoltre, le aziende attive nei settori maggiormente legati all’energia. In Calabria, le aziende attive nei settori energivori sarebbero oltre 75 mila. Sono sei, in valore assoluto di perdita di valore aggiunto, i sistemi economici territoriali più colpiti: Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio, Veneto, Piemonte e Toscana la cui contrazione della produzione, pari a 11,4 miliardi di euro, rappresenterebbe ben il 70 per cento del dato complessivo italiano. Il tessuto produttivo calabrese si colloca nell’area caratterizzata da un impatto più contenuto, ottenuta rapportando la contrazione stimata del valore aggiunto al numero delle imprese nei settori individuati per regione al fine di una confrontabilità del dato. È quanto emerge da uno studio dell’istituto Demoskopika che ha stimato il possibile impatto della guerra sul tessuto produttivo per regione relativo al 2022.

L’impennata dei prezzi

«L’impennata dei prezzi energetici – dichiara il presidente di Demoskopika, Raffaele Rio – sta generando gravi ripercussioni sui sistemi economici oltre a ridurre il potere d’acquisto e la disponibilità a spendere delle famiglie, per effetto di un costante aumento dell’inflazione. La crescente difficoltà nel reperimento di materie prime, inoltre, sta fiaccando ulteriormente i margini operativi delle nostre imprese, che hanno una forte dipendenza commerciale ed energetica dal mercato russo, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro. È bene rimarcare, ai meno attenti, – precisa Raffaele Rio – che il 56 per cento delle importazioni dell’Italia di gas naturale arriva dalla Russia così come il petrolio per il 10 per cento. E, ancora, non vanno trascurati i “condizionamenti” delle materie prime. La difficoltà di reperire Palladio, ad esempio, che importiamo da Russia e Ucraina, per il 30 per cento, si ripercuote negativamente nella produzione italiana di prodotti odontoiatrici, marmitte catalitiche e componenti elettronici presenti nei nostri smartphone e televisori. Il nuovo governo – conclude Raffaele Rio – dovrà proteggere il tessuto produttivo e sociale italiano altrimenti sarà più conveniente fermarsi che produrre. Avrà la responsabilità di una effettiva attuazione delle risorse del Piano nazionale per la ripresa e la resilienza per ridurre l’incertezza dei mercati finanziari, ma soprattutto calmierare il crollo della fiducia degli operatori economici che disincentiva le loro decisioni di investimento».

L’impatto

Trasporti e prodotti di petrolio raffinato rappresentano il 70% della contrazione. La guerra tra Russia e Ucraina produce un impatto moltiplicatore negativo sulla produzione italiana. Demoskopika stima una perdita di valore aggiunto pari a 16,3 miliardi di euro nell’ipotesi di una riduzione del 20 per cento delle importazioni dirette e indirette di input energetici. Ad essere più penalizzati, i settori cosiddetti energivori, maggiormente legati all’energia. In particolare – si legge nello studio di Demoskopika – il settore dei trasporti, con una mancata crescita del valore aggiunto pari a 7,8 miliardi e i prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio, i prodotti chimici e farmaceutici, pari a 3,6 miliardi, rappresenterebbe ben il 70 per cento della contrazione complessiva. Sono sei i settori, inoltre, la cui mancata produzione stimata supererebbe i 300 milioni di euro: “macchinari, apparecchiature elettriche e prodotti elettronica” (1.066 milioni di euro), “fornitura energia elettrica e gas” (911 milioni di euro), “costruzioni” (509 milioni di euro), “attività metallurgiche e prodotti in metallo” (471 milioni di euro), “agricoltura” (356 milioni di euro). E, ancora, il settore “legno, carta e stampa” (317 milioni di euro) e “gomma e plastica” (315 milioni di euro). Le branche di attività economica rimanenti “condizionate” dagli effetti di una minore crescita del valore aggiunto riguarderebbero i “prodotti alimentari, bevande e tabacco” (282 milioni di euro), il “tessile” (231 milioni di euro), la “fabbricazione di macchinari” (220 milioni di euro), la “fornitura di acqua e gestione dei rifiuti” (127 milioni di euro) e, infine, le “attività estrattive, estrazione di risorse energetiche” (91 milioni di euro).

Gli scenari

Al Nord, il tessuto produttivo con il livello più alto di sofferenza economica. Sono principalmente i sistemi produttivi del Nord a soffrire maggiormente per l’ulteriore incremento dei prezzi energetici e per la difficoltà di reperimento delle materie prime. In particolare, rapportando la contrazione stimata del valore aggiunto al numero delle imprese nei settori individuati per regione al fine di una confrontabilità del dato, i maggiori riflessi negativi sull’attività economica (livello alto) riguardano, in termini relativi, la Lombardia con una mancata crescita del valore aggiunto pari a 3.940 milioni di euro (11.787 euro pro capite), seguita dalla Liguria con 650 milioni di euro (11.176 euro pro capite), il Lazio con 1.704 milioni di euro (9.163 euro pro capite), l’Emilia-Romagna con 1.744 milioni di euro (8.923 euro pro capite) e il Piemonte con 1.445 milioni di euro (8.216 pro capite). Nel livello intermedio dello scenario stimato da Demoskopika per livello di sofferenza dei sistemi economici regionali nell’ipotesi di una riduzione del 20 per cento delle importazioni dirette e indirette di input energetici, si collocano Friuli-Venezia Giulia (322 milioni di euro; 7.427 euro pro capite), Valle d’Aosta (38 milioni di euro; 7.125 euro pro capite), Veneto (1.496 milioni di euro; 7.109 euro pro capite), Toscana (1.041 milioni di euro; 6.419 euro pro capite) e Trentino-Alto Adige (349 milioni di euro; 6.067 euro pro capite). A presentare una perdita più contenuta (livello basso), seppur significativa, le rimanenti realtà produttive: Abruzzo (334 milioni di euro; 5.146 euro pro capite), Marche (367 milioni di euro; 4.951 euro pro capite), Basilicata (151 milioni di euro; 4.797 euro pro capite), Campania (889 milioni di euro; 4.408 euro pro capite), Umbria (175 milioni di euro; 4.295 euro pro capite), Molise (63 milioni di euro; 3.829 euro pro capite), Calabria (255 milioni di euro; 3.391 euro pro capite), Puglia (541 milioni di euro; 3.238 euro pro capite), Sicilia (537 milioni di euro; 2.987 euro pro capite) e Sardegna (224 milioni di euro; 2.980 euro pro capite).

Raffaele Rio – presidente Demoskopika

Spostando, infine, l’analisi sul valore assoluto della mancata produzione, lo scenario, come era prevedibile per la numerosità imprenditoriale presente nei tessuti produttivi regionali, subisce alcuni cambiamenti. In particolare, sono sei, in valore assoluto di perdita di valore aggiunto, i sistemi economici territoriali più colpiti: Lombardia (3.940 milioni di euro), Emilia-Romagna (1.744 milioni di euro), Lazio (1.704 milioni di euro), Veneto (1.496 milioni di euro), Piemonte (1.445 milioni di euro) e Toscana (1.041 milioni di euro). Aspetti metodologici. Per la stima dell’impatto sulla produzione in termini di valore aggiunto, la contrazione, relativa al periodo febbraio-dicembre 2022, è stata ottenuta utilizzando le variazioni percentuali ricavate dall’Ocse, nell’ipotesi di una riduzione del 20 per cento delle importazioni dirette e indirette di input energetici, in Europa. Nell’ipotesi, a soffrire di più sarebbero i settori maggiormente legati all’energia, come le raffinerie e il settore dei trasporti (fonte: L’impatto della guerra sulle materie prime in cinque grafici, a cura di Massimo Taddei, lavoce.info, 18/03/2022). Su base regionale, inoltre, i settori sono stati riclassificati utilizzando i dati dell’Istat sul valore aggiunto per branca di attività (NACE Rev2). Il livello di sofferenza dei sistemi economici regionali, infine, è stato ottenuto raggruppando le regioni in tre cluster (alto, medio e basso) sulla base del rapporto tra la contrazione del valore aggiunto e il numero delle imprese nei settori individuati per regione (mancata produzione per impresa). Il numero delle imprese, rilevato dalla banca dati Movimprese, ha riguardato le seguenti sezioni Ateco: agricoltura, silvicoltura e pesa (A); estrazione di minerali da cave e miniere (B); attività manifatturiere (C); fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata (D); fornitura di acqua, reti fognarie, attività di gestione dei rifiuti e risanamento (E); costruzioni (F); trasporto e magazzinaggio (S); altre attività di servizi (S). Si precisa, infine, che il valore aggiunto è dato dal valore della produzione meno il valore dei costi intermedi; consente di misurare la crescita del sistema economico in termini di nuovi beni e servizi disponibili per gli impieghi finali.

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