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«Unical, 50 anni di luci e ombre»

«L’università degli studi della Calabria festeggia i suoi primi 50 anni. Istituita nel pacchetto Colombo del 1968, avrebbe dovuto essere l’unico ateneo della Calabria. A Catanzaro il capoluogo di …

Pubblicato il: 20/09/2022 – 9:58
di Mario Campanella*
«Unical, 50 anni di luci e ombre»

«L’università degli studi della Calabria festeggia i suoi primi 50 anni. Istituita nel pacchetto Colombo del 1968, avrebbe dovuto essere l’unico ateneo della Calabria. A Catanzaro il capoluogo di regione, a Reggio la magra consolazione della sede del consiglio regionale, a Cosenza la dotta l’università. Furono Riccardo Misasi e soprattutto Cecchino Principe a volerla a Rende. Mancini ne sognava la realizzazione a Piano Lago, per sviluppare la zona sud di Cosenza ma il leone rendese fece miracoli, in una sola notte, per espropriare i terreni di Arcavacata e portare nella sua cittadina la preziosa opera. Si deve a Sandro Principe, successivamente, l’organizzazione urbanistica di pregio che capiva e pensava allo sviluppo organico del territorio intorno al campus. Proprio il campus fu l’intuizione un po’ anacronistica di Beniamino Andreatta, il primo rettore, esponente di quella sinistra di base democristiana tanto cara al Riccardo cosentino. Erano anni fertili, difficili e allo stesso tempo ricchi di entusiasmo, con un grande Presidente della Regione, Guarasci, e il sogno realizzato di garantire ai meno abbienti la possibilità di laurearsi. Le ombre di quella stagione sono gli effetti collaterali del laureificio di massa. I politici, i funzionari venuti su negli anni 80 e 90 nei piccoli comuni della regione provenivano da Arcavacata e furono protagonisti di una difesa del suolo non certo encomiabile. Se il pacchetto Colombo portava con sé l’illusione di una industrializzazione mai avvenuta, Arcavacata disegnava un futuro di abbandono delle vocazioni artigianali e agricole. Il segno di un’apparente scolarizzazione di massa che imponeva il rifiuto dei lavori tradizionalmente cari alla carente economia calabrese. Le luci sono tante, seppure Franco Piperno abbia spesso ricordato come servano secoli per vedere gli effetti sulla cultura generale di un ateneo. L’unical ha costruito successivamente eccellenze, ha anticipato l’istruzione a distanza con il Crai, purtroppo poi fallito, ha realizzato un dipartimento di ingegneria e di chimica all’avanguardia, ha costruito ricerca di valore. Come tutte le università italiane non è stata immune dal nepotismo accademico e baronale e, certo, per un lungo periodo è stata una sorta di agenzia di collocamento e di riserva privilegiata per il partito comunista. Ha reso bella Rende e da questa è stata a sua volta resa bella. Nel tempo, Catanzaro e Reggio hanno avuto la loro accademia. Alle celebrazioni per l’anniversario addirittura il rettore del capoluogo non si è presentato , alle prese con un’ inspiegabile battaglie di campanile per una possibile facoltà di medicina contesa come gli anni settanta. Il limite di Arcavacata è stato forse il suo isolamento da realtà produttive che non sono mai esistite. In questo l’università ha le sue colpe e, per assurdo, le sue innocenze. Ha consentito ai ceti più deboli l’accesso allo studio, mentre la borghesia, soprattutto cosentina, l’ha ignorata e continua a farlo. La sua sfida è nella globalizzazione futura, in un concetto di mercato aperto. Nel bilancio complessivo averla avuta è stata una fortuna. E chi la osteggia alzando campanili fuori tempo ne ignora la forza e le prospettive, difendendo perimetri di sovranità che non hanno più senso».

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