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l’udienza

Rinascita Scott, il resort di Pizzo comprato dalla società di Barone e i lavori mai terminati

L’interrogatorio di Peppe Fortuna, classe ’77. «Ho fatto da tramite con Loschiavo, hanno pagato i debiti e mio cugino mi ha regalato 4000 euro»

Pubblicato il: 05/02/2023 – 16:19
di Alessia Truzzolillo
Rinascita Scott, il resort di Pizzo comprato dalla società di Barone e i lavori mai terminati

PIZZO «Lei conosce tale Giovanni Barone?». La domanda che il 12 gennaio scorso il sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Antonio De Bernardo ha formulato nei confronti di Giuseppe Fortuna, classe ’77, detto “Peppe”, imputato nel processo Rinascita Scott con l’accusa di essere elemento organico della cosca Bonavota, non è propedeutica solo all’esame dell’imputato.
Già nei brogliacci dell’inchiesta “Rinascita” vengono ripartiti i ruoli, all’interno dei Bonavota, di Gaetano Loschiavo, Giovanni Barone e Giuseppe Fortuna, classe ’77, descritti come e persone in diretto contatto con esponenti di spicco della cosca che si occupavano personalmente «del reimpiego e del riciclaggio di denaro nonché della acquisizione o infiltrazione di attività commerciali e società (preferibilmente in condizioni di difficoltà o dissesto economico-finanziario) in Italia settentrionale (Piemonte, Liguria e Lombardia) ed all’estero, in particolare in Ungheria, Inghilterra ed in Russia, utilizzate anche al fine di rilevare in tutto o in parte ulteriori società o di creare occasioni di lavoro (reali o fittizie) per esponenti del sodalizio…». Ma se Fortuna e Loschiavo sono imputati nel maxi processo, la posizione di Barone – inizialmente indagato – è stata stralciata dal maxi processo. Giovanni Barone, commercialista calabrese di 54 anni, è stato arrestato con l’operazione “Rinascita3-Assocompari” lo scorso 24 gennaio con l’accusa di essere il dominus di una associazione dedita a “ripulire” il denaro sporco attraverso una rete di società estere e truffe milionarie per poi essere reimpiegato in Italia nell’acquisizione di beni immobili o in alcune acquisizioni societarie

Il resort in località Marinella con 32 unità abitative

In mezzo a questo sistema di truffe e acquisizioni c’è di mezzo anche la costruzione di un fabbricato a Pizzo in località Marinella. Si tratta, secondo le indagini, di un’articolata operazione immobiliare tesa all’acquisizione ed alla successiva gestione del cantiere dove «risulta in costruzione un edificio che ospiterà 32 unità abitative più imprecisati locali commerciali». È questo uno dei punti di incrocio tra l’inchiesta Rinascita e la più recente Rinascita3.
In Rinascita si parla, infatti, della società S&L, titolare del cantiere, che avrebbe avuto uno stretto rapporto lavorativo con Giuseppe Fortuna tanto da avere accumulato parecchi debiti con le società riconducibili a quest’ultimo. A causa di una situazione debitoria della S&L, le quote sociali e l’intero compendio aziendale della società verranno acquistati dalla società “Veritas Menedzement Kft” amministrata da Gaetano Loschiavo e nella quale socio occulto era Giovanni Barone. A fare da tramite per la trattative è Giuseppe Fortuna il quale palesa «in più circostanze il proprio diretto coinvolgimento nel controllo gestionale della società, tutelando interessi che percepisce e lascia percepire come propri». Insomma, per recuperare i propri crediti Fortuna avrebbe fatto intervenire la società estera “Veritas”, amministrata da Gaetano Loschiavo, componente della cosca Bonavota, che non aveva autonomia decisionale perché il vero amministratore sarebbe stato Giovanni Barone. In Rinascità3 si entra ancora più nei particolari della vicenda: i soldi utilizzati per acquisire le quote societaria della società S&L sarebbero provento di una truffa da un milione di euro a investitori del sultanato dell’Oman. Questo denaro avrebbe portato ristoro agli appetiti delle imprese mafiose, impegnate nei lavori del cantiere di Pizzo tra cui, in primis, «la F&G srl (società riconducibile agli omonimi cugini Giuseppe Fortuna – sodali della cosca Bonavota) la quale riceveva una somma di oltre 98mila euro frutto proprio della provvista pervenuta dall’Oman». Ecco perché la lettura dell’interrogatorio di Peppe Fortuna acquista tutto un nuovo significato.

«Barone voleva fare un b&b di gran lusso»

«Lei conosce tale Giovanni Barone?».
«Giovanni Barone era il compagno della suocera del signor Gaetano Loschiavo», risponde Fortuna il quale specifica che Gaetano Loschiavo (che è indagato anche in Rinascita3) lavorava nella sua azienda come muratore, si vedevano tutti i giorni e si frequentavano anche fuori dal lavoro.
Barone, invece, lo avrebbe conosciuto proprio nel corso della trattativa finanziaria che riguardava il resort in costruzione in località Marinella di Pizzo. Fortuna racconta che Gaetano Loschiavo «ha avuto per qualche mese credo e qualche semestre diciamo la titolarità di un’impresa insieme al suocero, una impresa straniera». Questa impresa si incrocia col cantiere di Pizzo che era della ditta S&L dove prestavano la manodopera di carpenteria i cugini di Fortuna che avevano rischiato il fallimento perché, racconta l’imputato, «vantavano importo credituale di, se non ricordo male, intorno ai 98mila euro».
Giuseppe Fortuna assicura che con questo cantiere «non c’entravo niente». Insomma, non sarebbe stato lui a vantare crediti ma il cugino. Lui avrebbe suggerito al titolare della ditta che aveva i lavori di rivolgersi all’impresa straniera nella quale stavano Loschiavo e Barone interessata a investire nel settore edile in località balneari.
«Lei non sapeva nulla di questo Barone?», chiede il pm.
Fortuna afferma che Giovanni Barone non lo conosceva e che la ditta straniera – lui li chiama «questi inglesi» – ha mantenuto l’impegno pagando anche i 98mila euro di crediti che vantava il cugino (il quale per ringraziarlo gli avrebbe poi elargito un regalo di 3 o 4000 euro).
Da quando la società di Barone rileva il cantiere, Giuseppe Fortuna racconta di essere diventato un interlocutore di Barone «perché – dice – di quello che avevo capito io il signor Barone aveva intenzione di fare un b&b di gran lusso qua a questa struttura, visto diciamo questa holding di stranieri, questi inglesi, quello che erano loro, e quindi lui aveva bisogno, siccome settimanalmente venivano sempre in questo cantiere delle persone straniere che venivano proprio per questo benedetto cantiere allora mi chiamava sempre, diceva: “Giuseppe, mi raccomando, ragioniere, fatemi le pulizie, vedete così, vedete, dobbiamo iniziare il tetto, perché altrimenti non vedono che il lavoro si riprende”…».

Chi prendeva le decisioni nella società

Fortuna afferma che Gaetano Loschiavo, nonostante avesse il ruolo di amministratore, «non aveva potere decisionale nell’azienda».
«Quindi le decisioni le prendeva Barone?», chiede il pm.
«Sì, sì, Barone e quegli altri signori che venivano, mò io i nomi non mi ricordo, ma c’erano persone che venivano settimanalmente persone straniere, io non li conosco, quelli parlavano inglese e venivano persone inglesi, dei russi addirittura venivano pure in questo cantiere, ma io non vi so dire chi erano o che ruolo ricoprissero in queste aziende, io so solamente che ogni volta che venivano ci dicevano che dovevamo in maniera velocissima riprendere i lavori, iniziare i lavori, io a me dire di no o dire di sì a me non è… io dicevo sempre di sì, “Quando arriva il bonifico” – gli dicevo – iniziamo subito, perché non siamo in condizioni se no altrimenti di poter iniziare i lavori”». 
Rispondendo alle domande del suo difensore, l’avvocato Galati, Giuseppe Fortuna afferma che «il cantiere di Pizzo era semplicemente un cantiere rustico dove si è raggiunti fino allo stadio penultimo del tetto, mancava il tetto di copertura come lavoro di carpenteria e come lavori di muratura che avevano fatto altre ditte…». L’imputato parla di altre ditte  perché «io non esistevo in questo contesto qua ancora come ditta Fortuna Giuseppe «da questo qua si deve evincere che se io ero già socio della Fortuna Costruzioni o della FG la muratura non credo che la facevano altre imprese, ma l’avrebbero fatta sempre i miei cugini o io, no?». Dopo aver acquisito il rustico, Barone si interfaccia con Giuseppe Fortuna. Si fanno dei preventivi per i quali Fortuna dice che prima di iniziare i lavori avevano chiesto il versamento anticipato del 33 percento. Ma il contratto non sarebbe mai stato concluso e i lavori non sarebbero mai ripresi. (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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